Le idi di marzo

Le idi di marzo

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Clooney in versione regista e sceneggiatore, al quarto lungometraggio con Le idi di marzo, mostra ancora una volta una mise-en-scène che si concede qualche raffinatezza, ma che è sempre al servizio di una sceneggiatura calibrata, non troppo distante dalle atmosfere e dalle suggestioni civili del cinema americano degli anni Settanta. Lucido e spietato ritratto dell’inevitabile corruzione morale del sistema politico e massmediatico, il film è la benaugurate apertura della 68a Mostra del Cinema di Venezia.

I Like Mike

Le idi di marzo racconta gli ultimi frenetici giorni della corsa per le primarie in Ohio, in cui un giovane addetto stampa viene coinvolto in uno scandalo politico che minaccia di compromettere la campagna elettorale e finisce invischiato in una rete di intrighi, pericolose manipolazioni di veterani della casta e sedotto da una stagista… [sinossi – www.labiennale.org]

C’è una netta discordanza tra l’immagine pubblica della star George Clooney, ingolfato da fiumane di gossip, e la reale caratura attoriale e autoriale del cineasta americano. Sorriso smagliante e talento. Anzi, talento e sorriso smagliante. Misura e solidità sono la cifra stilistica della sua avventura dietro la macchina da presa: il Clooney regista e sceneggiatore, al quarto lungometraggio con Le idi di marzo, mostra ancora una volta una mise-en-scène che si concede qualche raffinatezza, ma che è sempre al servizio di una sceneggiatura calibrata, non troppo distante dalle atmosfere e dalle suggestioni civili del cinema americano degli anni Settanta. La diligente eleganza di Clooney, che sa come gestire il fuori campo e i movimenti di macchina (si veda l’incontro celato agli spettatori tra il governatore Mike Morris/George Clooney e il responsabile della campagna elettorale Paul Zara/Philip Seymour Hoffman, con la macchina da presa che si avvicina con incedere lento, quasi impercettibile, alla vettura) e come enfatizzare le performance del cast (la sequenza finale, con un gioco di luci e ombre che avvolgono il volto del protagonista Stephen Myers/Ryan Gosling), e la puntualità della scrittura [1], sono assecondate dalle impeccabili interpretazioni di Gosling, Hoffman, Paul Giamatti e Evan Rachel Wood [2]. Ma la resa attoriale era una scommessa vinta in partenza, con Gosling che si conferma perfettamente a proprio agio con partner di esperienza e carisma (come era stato nel godibile Il caso Thomas Crawford, al fianco di Anthony Hopkins) e la giovane Wood che passa con estrema naturalezza dai duetti sensuali e poi comici con Gosling ai toni drammatici della seconda parte della pellicola. E vale la pena sottolineare la non invadenza di Clooney, che limita al minimo indispensabile la propria presenza davanti alla macchina da presa, come già accaduto nei precedenti Confessioni di una mente pericolosa (2002) e Good Night, and Good Luck (2005).

Le idi di marzo è un lucido, anche spietato, ritratto dell’inevitabile corruzione morale del sistema politico e massmediatico, tra compromessi e tradimenti, ipocrisie e sete di potere: buoni propositi, ideali e innocenza svaniscono lentamente, giorno dopo giorno, in un gioco al massacro che ha i contorni di una discesa agli inferi. Il film di Clooney, una tragedia moderna che rabbuia ancora una volta il sogno americano, è il dietro le quinte dei sorrisi e delle conferenze stampa, delle interviste televisive e dei festanti comizi elettorali: non a caso, Le idi di marzo si apre e si chiude proprio sui preparativi di un evento legato alla campagna elettorale, che ai nostri occhi assumono nel finale un significato e un valore diametralmente opposto [3]. E assai diverso, nella sequenza iniziale e in quella finale, è il volto di Gosling: nel vuoto della sala, prima dello show, l’entusiasmo ha lasciato il posto a una raggelante consapevolezza.

Benaugurate apertura della 68. Mostra del Cinema di Venezia, Le idi di marzo riesce a intrecciare, grazie anche all’ottimo lavoro di Alexandre Desplat sull’accompagnamento musicale, la breve relazione amorosa tra Molly/Wood e Stephen/Gosling, che inizialmente offre due sequenze cariche di sensualità e alcuni brillanti dialoghi da sophisticated comedy, le tensioni e le inquietudini thriller della seconda parte e la cupa disperazione e rassegnazione che avvolge i (colpevoli) protagonisti. Clooney disegna una sorta di labirintica prigione, in cui non sembra esserci via di scampo, nonostante le belle parole, i discorsi emozionante, i fiumi di retorica e i sorrisi del candidato Mike Morris. Mai fidarsi dei sorrisi, dietro c’è sempre altro: alle volte è il talento di Clooney, spesso è l’altra faccia del potere.

Note
1. La sceneggiatura, adattamento del testo teatrale Farragut North di Beau Willimon, è firmata da Clooney, Grant Heslov (Good Night, and Good Luck e, da regista, L’uomo che fissa le capre) e dallo stesso Willimon.
2. Un po’ sprecata Marisa Tomei, limitata da un personaggio schematico e con pochi ciak.
3. Dietro le quinte che torna ripetutamente nel corso del film, come nel primo dialogo tra Paul/ Hoffman e Stephen/Gosling sull’incontro con Tom Duffy/Giamatti: una gigantesca bandiera americana domina lo sfondo, mentre dall’altra parte del palco il governatore conquista il pubblico adorante.
Info
Le idi di marzo sul sito della Sony Pictures.
Il trailer originale de Le idi di marzo.
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