Hail

Un film che lascia senza fiato, opera unica e a suo modo inclassificabile, Hail permette di scoprire un nuovo nome da aggiungere alla lista di coloro che nel corso dei prossimi anni contribuiranno a rendere grande l’arte cinematografica, quello di Amiel Courtin-Wilson

In caduta libera

Dan ama Leanne. Sono nati nello stesso giorno, il 6 novembre 1960. Mangiano insieme, vivono insieme, rubano insieme. Quando il suo amore gli viene strappato violentemente dalle mani, Danny sprofonda in una disperazione primordiale. I ricordi accecano la memoria di Danny, e tagliano in due il suo corpo. Ferito dalla bellezza, sprofondato in un abisso di violenza, Dan si scaglia contro la marea e si mette in viaggio, per andare a riprendersi quello che gli è stato tolto… [sinossi – pressbook]

La storia del cinema abbonda di ottimi film, capaci di ammaliare lo spettatore trascinandolo in un mondo “altro”, estraneo alla realtà eppure in grado di riprodurne bellezza e mostruosità e di comunicarlo allo spettatore. Assai più raro, invece, è imbattersi in opere di tale deflagrante potenza poetica da galleggiare al di sopra del giusto e dello sbagliato, in una zona liminare e della quale non è semplice trovare la via di accesso: film che osano anche esagerare, ma lo fanno per istinto affabulatorio, furore umorale che precede il caos primigenio in grado di partorire l’Idea.
Fa parte di questa schiera eletta anche Hail, tra le visioni più sconvolgenti della sessantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: ospitato nel ricchissimo palinsesto di Orizzonti, avrebbe forse meritato di essere preso in considerazione anche per il Concorso ufficiale, destino condiviso con l’altrettanto convincente The Orator, primo film della storia del cinema samoano selezionato anch’esso nella seconda sezione per importanza della kermesse lagunare.

Hail, esordio nel lungometraggio di finzione del trentaduenne regista australiano Amiel Courtin-Wilson, racconta una storia a suo modo perfettamente basica: Daniel, un ex-galeotto appena uscito dalle patrie galere, e la sua compagna di vita Leanne condividono gioie e dolori arrangiandosi tra lavori mal pagati e taccheggi nei centri commerciali. Tutto sembra procedere nella normalità finché una mattina l’uomo non rinviene il corpo di Leanne, uccisa in bagno; da questo momento l’uomo perderà qualsiasi connessione con il mondo che lo circonda, ossessionato dall’idea della vendetta. Un progetto come quello di Hail non ha molti precedenti nella cinematografia contemporanea (e non): tutto nasce nel 2005, quando Amiel Courtin-Wilson, già attivo in Australia come regista di cortometraggi e di documentari – la sua opera prima, diretta quando aveva appena diciannove anni, venne selezionata dal Sundance Film Festival – conobbe Danile P. Jones durante il lavoro che stava portando a termine sulla compagnia teatrale Plan B, impegnata nel recupero dei carcerati. Jones era uno degli attori della compagnia, e venne notato a tal punto dal giovane regista da spingerlo a collaborare assiduamente con lui, dapprima nel cortometraggio Cicada, presentato al Festival di Cannes nel 2009, e successivamente in Hail. Quest’ultimo potrebbe essere in qualche modo considerato un vero e proprio film autobiografico, e non solo perché Jones interpreta se stesso, come anche Leanne Letch, realmente sua compagna nella vita di tutti i giorni: la sceneggiatura del film nasce infatti da una serie di lunghe interviste filmate, tese a svelare l’infanzia e le riflessioni su di essa dell’attore, che Courtin-Wilson ha portato a termine nel corso degli ultimi anni. Hail è dunque la vera storia di Daniel P. Jones detto Danny e allo stesso tempo la sua più grande e debordante smentita, vista la totale finzione che domina la seconda parte del film, a partire dall’omicidio di Leanne.

La natura dicotomica della pellicola (in grado di riflettere anche la duplice personalità del protagonista, che vira dalla tenerezza infinita mostrata nei confronti della donna che ama fino alla crudeltà ai limiti del sopportabile che ne arma la vendetta) è resa palese dalla struttura narrativa architettata da Courtin-Wilson. La prima metà del film, se si escludono alcuni sprazzi vagamente onirici, sembra voler ripercorrere certe pagine del cinema inglese dedicato alla working class, con alcune situazioni che guardano senza troppo timore reverenziale dalle parti del miglior Ken Loach: ambiente suburbano, fragorose ubriacature, improvvisi scatti d’ira e ancora più inaspettate rappacificazioni, una fotografia livida e naturale. Questo approccio cambia completamente nella seconda parte del film: dopo un poema visivo delirante che invade lo schermo per una decina di minuti – con tanto di immagini difficilmente decriptabili e la caduta libera di un cavallo nel vuoto assoluto – il film assume i toni di una discesa negli inferi. La rabbia senza controllo di Danny è l’urlo animale disperato di chi ha visto sottrarsi l’unico motivo di vita: un dolore senza fine esorcizzabile solo con la violenza nei confronti di coloro che esso reputa colpevoli della morte di Leanne. In un crescendo emozionale e barbarico, Hail vive di pulsioni irrazionali, mentre la splendida colonna sonora a opera di Steve Benwell (ma rafforzata da una selezione di brani che passa in rassegna maestri della sperimentazione del Novecento come Terry Riley, Moondog e Rhys Chatham) offre boati, borborigmi e digressioni meglio di qualsiasi parola sono in grado di rappresentare la confusione tragica che domina i pensieri del protagonista fino al finale catartico. Un film che lascia senza fiato, opera unica e a suo modo inclassificabile, che permette di scoprire un nuovo nome da aggiungere alla lista di coloro che nel corso dei prossimi anni contribuiranno a rendere grande l’arte cinematografica. Un plauso particolare, ovviamente, va a Daniel P. Jones e Leanne Letch, protagonisti di una performance attoriale sconvolgente, sincera e appassionante.

Info
Il sito ufficiale di Hail.
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