Intervista a Sabu ed Ethan Juan
Regista e attore, Sabu (al secolo Hiroyuki Tanaka) esordisce come interprete nel 1986 nel film Sorobanzuku, per arrivare al ruolo di protagonista in World Apartment Horror di Katsuhiro Ōtomo nel 1991. L’approdo alla regia avviene nel 1996 con Dangan Runner, da una sua stessa sceneggiatura. Continua ad alternare entrambi i ruoli. Fa parte del cast del film cult Ichi the Killer di Takeshi Miike. Già a partire dal suo esordio alla regia, i film di Sabu sono presentati soprattutto alla Berlinale: ben nove opere hanno la premiere al festival tedesco, tra concorso ufficiale, Panorama e Forum. Il suo ultimo film, Arrested Memory, viene invece presentato in anteprima a Venezia 83, fuori concorso, e, subito dopo a Toronto. Abbiamo incontrato Sabu in occasione della sua partecipazione in laguna: all’incontro era presente anche l’interprete principale del film, l’attore taiwanese Ethan Juan, che si è già visto in The Assassin di Hou Hsiao-hsien.
Il tuo precedente Mr. Long e questo film sono connessi con Taiwan. Giochi su più linguaggi e anche il cast è misto. Cosa ti spinge a girare a Taiwan?
Sabu: Mr. Long era un film giapponese con solo una piccola parte a Taiwan e con un personaggio taiwanese, mentre in Arrested Memory tutto succede in effetti a Taiwan. Se giro in Giappone, spesso tutto lo staff e tutti i produttori sanno più o meno cosa voglio. Pensano: «Ah, questo è quello che ti piace, giusto? Seguiremo le tue indicazioni». La cosa mi annoia. Vorrei invece stare all’erta, sentire la tensione, crescere. Quando mi trovo in un ambiente diverso, con lingue diverse, sento di poter imparare qualcosa di nuovo da culture diverse. Da qualcuno che parla lingue diverse.
Una domanda sia per il regista che per l’attore. Riguardo alla situazione della perdita di memoria, che è il tema principale del film, potreste spiegarmi come è nata l’idea della perdita di memoria, dal punto di vista del regista, e qual è stato il lavoro dell’attore in tal senso?
Sabu: Già nel mio quarto film, Monday, c’è una scena in cui il protagonista beve alcol e perde la memoria. Si tratta di un tizio che ha avuto un blackout. Non ha perso completamente la memoria, ma ha avuto un blackout perché era ubriaco. Quella storia, all’inizio, parlava di un poliziotto corrotto, violento e disonesto. Mi resi conto che, se una persona con quel tipo di carattere perdesse completamente la memoria, avrebbe potuto generare situazioni interessanti. Ed è più o meno così che ho concepito questa situazione. In Monday la perdita di memoria è parziale, qui invece il protagonista la sta perdendo completamente. Ho pensato che potesse essere un’idea molto interessante, un punto di vista diverso sulle cosiddette storie di poliziotti.
Ethan Juan: All’inizio, quando abbiamo iniziato le riprese, pensavo che dovessimo recitare in modo molto realistico, fingendo di essere l’uomo che aveva perso la memoria. Ma il regista Sabu mi ha detto che non voleva quella cosa lì. Mi ha semplicemente detto che tutti noi, tutte le persone, ogni volta, fingiamo di essere qualcuno. Stiamo fingendo di essere chi non siamo. Quindi, proprio quando Lee, sulla strada, ha perso la memoria, si sta comportando in modo puramente umano. Perciò, è molto interessante notare che quando smettiamo di fingere, quando esprimiamo la nostra personalità pura, le nostre reazioni saranno diverse. Faremo cose diverse. Questo presenta significati diversi.
È molto interessante il modo in cui avete reso questo momento di disorientamento, di spaesamento del personaggio. Penso che sia molto importante nel film, per il film stesso, ma anche per il lavoro dell’attore nel trasmettere quest’idea che riguarda anche una crisi per il personaggio che è un poliziotto, e potrebbe compromettere il suo lavoro. Cosa potete dirmi al riguardo?
Sabu: Ho cercato di evocare quell’immagine, perché per un poliziotto è molto importante avere un buon senso dell’orientamento e delle direzioni. Quando Lee guarda il soffitto, si trova in una stazione, dove il soffitto ha queste decorazioni con ovali. Si tratta della stazione ferroviaria di Kaohsiung. Quando l’abbiamo vista, mi ha ricordato una sorta di nido alieno. Utilizzare quell’immagine dà davvero una sensazione di follia e di disorientamento. Ed è proprio per questo che mi è piaciuto molto, così abbiamo avviato una lunga trattativa per aver il permesso di girare lì. Sono contento di aver ottenuto il permesso.
Questo ci riporta all’importanza che gli spazi urbani rivestono nei tuoi film, in Giappone come a Taiwan. Come scegli le location?
Sabu: Sì, è molto importante. Contribuisce a definire l’atmosfera di Taipei, che in realtà è una città piuttosto moderna, ma che allo stesso tempo trasmette un senso di nostalgia. Puoi trovarti in una zona moderna e poi spostarti in quella successiva, che è invece una zona più vecchia. Questa sensazione contrastante si accorda con ciò che volevo rappresentare nella nostra storia. Restituisce questa sensazione ambivalente come di un Alzheimer globale del mondo contemporaneo. Questa storia è nata vent’anni fa. Nel corso del tempo, ho voluto in qualche modo integrare questa sensazione, inserirla nel contesto della modernità. E cercare di trovare il giusto equilibrio. Non ero sicuro di come fare. Stavo girando Mr. Long nel sud di Taiwan. In quel periodo quella stazione di cui sopra non era ancora stata costruita. Questa volta, durante le mie ricerche, ho trovato quella stazione. E ho pensato: «Ecco, è questa! È nella città vecchia, ma anche in quella nuova». La combinazione delle due dimensioni era perfetta.
Questo miscuglio di culture si riflette anche nel modo in cui attingi a diverse tradizioni di cinema di genere. Possiamo dire che il tuo cinema è erede di molto cinema di genere nazionale, come quello di Kitano e non solo, ma tu guardi anche agli action di Hong Kong?
Sabu: Sì, esatto. Proprio così. Mescolo semplicemente epoche diverse, stili differenti. Mi piacciono i film di Hong Kong degli anni Ottanta, oppure i film di Johnnie To. Non li copio deliberatamente, mi piace guardare quel genere di film. Quei film sono sempre presenti, in qualche modo, nella mia mente. È come se avessi un cassetto da cui poter attingere: posso aprirlo e dire: «Ah, questo film! Bello!». Ed è più o meno così che metto insieme tutti questi elementi. Inoltre, in festival come questo, è molto facile che la maggior parte dei film abbia toni cupi e sia piuttosto pesante. Perciò volevo realizzare qualcosa di leggero. Abbiamo bisogno di ridere, in questo mondo. Sento che sia una mia responsabilità, che grava sulle mie spalle, essere un faro, contribuire a far ridere il mondo di più e a renderlo più luminoso.

Arrested Memory
Venezia 2026 – Bilancio
Venezia 2026 – Minuto per minuto
Venezia 2026
Venezia 2026 – Presentazione
Jam
Mr. Long
Chasuke’s Journey
Kanikōsen