Hard Romanticker
di Gu Suyeon
Il giapponese di origine coreana Gu Suyeon si affida a sprazzi miikiani nella raffigurazione della violenza e della schizopatia per raccontare in Hard Romanticker, suo terzo film da regista, il ribollire del sottobosco criminale di Shimonoseki. Al Far East 2012.
Vivere e morire a Shimonoseki
Partendo dal romanzo omonimo scritto dal regista nel 2001, il film racconta la vita delle gang giovanili a Shimonoseki: un’anziana donna è uccisa da due balordi, e in qualche modo la colpa ricade sul solitario Gu, che vede coalizzarsi contro di lui tutte le bande della città. Decide dunque di cambiare aria, e trova lavoro nell’isola di Kyushu, ma una serie di eventi lo costringe a tornare nella città natale, e a regolare i conti con i suoi avversari… [sinossi]
Nonostante le cifre ufficiali attestino che oltre il quaranta percento dei cittadini non giapponesi in Giappone siano coreani, è ancora difficile trovare opere cinematografiche o letterarie interessate a scandagliare in profondità la difficile integrazione tra queste due fette della popolazione: la società nipponica, ancora attraversata da gravi e dolorosi squarci di xenofobia, male accetta l’idea di doversi confrontare con i gaijin, gli stranieri che per diversi secoli furono addirittura messi al bando, impossibilitati a trovare asilo sulle sponde dell’arcipelago. Il cinema giapponese contemporaneo può contare su Blood and Bones di Yoichi Sai, sul cinema documentario di Yang Yong-hi e in particolar modo sull’esperienza autoriale di Takashi Miike, che nella sua perenne palingenesi delle forme del genere ha più volte messo in scena il sottobosco nippo-coreano, acuendo i contrasti e le scissioni fino al parossismo.
Non è certo un caso, a ben vedere, che il nome di Miike si leghi in qualche modo a Hard Romanticker, opera terza del regista e romanziere Gu Suyeon, giapponese di nascita ma dalle evidenti radici coreane: come molti dei film del grande cineasta nipponico, anche Hard Romanticker prende forma partendo dall’universo della micro-criminalità, legato alla yakuza e attraversato dai languori e dai rigurgiti di rabbia di una gioventù sbandata, insoddisfatta e dedita alla violenza più gratuita che si possa immaginare. Prendendo spunto da alcune delle proprie memorie autobiografiche, Gu porta in scena la città in cui è nato e cresciuto, quella Shimonoseki che segna il punto di contatto ideale tra le isole di Honshu e di Kyushu e che (come la maggior parte delle città portuali) è diventata nel corso dei secoli un crocevia di incontri/scontri tra popoli e civiltà diverse: a Shimonoseki la comunità coreana è molto consistente, portando al grado di ebollizione un già labile sentimento di coesione sociale. Quest’atmosfera violenta e sempre sul punto di esplodere è uno dei tratti caratteristici più riconoscibili e convincenti di Hard Romanticker, film che vede risiedere il suo difetto principale nell’eccessiva stratificazione narrativa: preso dal demone dell’affabulazione, Gu Suyeon non è riuscito a evitare digressioni destinata a non aggiungere un granché a quanto già descritto fino a quel momento. Se ha per esempio un senso ben preciso lo spostamento di città (e di isola, da Honshu a Kyushu) per il giovane e ossigenato protagonista, meno interessante appare la lunga descrizione della sua nuova vita, parentesi felice destinata a dissolversi nel momento stesso in cui il passato torna a bussare alla porta. Queste piccole deviazioni dal percorso minano forse la struttura dell’insieme, ma non inficiano comunque in maniera determinante la forza espressiva di un film che colpisce allo stomaco con forza, e non passa certo indenne sulla pelle dello spettatore. Pur flirtando a volte con la messa in scena quasi parossistica della violenza – riallacciandosi dunque a quell’ideale fil rouge con il cinema miikiano cui si faceva cenno dianzi – Gu non si lascia sfuggire l’occasione per mettere a fuoco una panoramica desolante e crudele su un mondo malato nelle sue fondamenta, in cui l’etica e la morale sono state abbandonate da tempo e anche il fantomatico codice d’onore della yakuza sembra essere stato accantonato senza troppi ripensamenti.
Gu, decisamente a suo agio nella rappresentazione della violenza, mette in mostra uno stile congelato e schizoide allo stesso tempo, e pone una accanto all’altra folli intuizioni visive (inquadrature sghembe, movimenti di macchina inusuali) a una parcellizzazione dell’utilizzo della macchina da presa che non può non spiazzare. Alcune sequenze, come il pestaggio a colpi di casco durante una partita di mahjong destinata a tramutarsi in stupro collettivo, o la furibonda lotta del protagonista contro tutto e tutti (e il suo disperato tentativo di rimanere in piedi nonostante la gragnola di colpi ricevuta), dimostrano in maniera lampante la cura e l’intelligenza di un cineasta che va seguito con attenzione, perché a suo modo è un “cane randagio” esattamente come l’omonimo protagonista di questa vicenda di violenza, in cui la vendetta viene troppo facilmente confusa con la giustizia e tutti sono colpevoli.
Da rimarcare la presenza in scena dell’anziana Keiko Awaji (una carriera iniziata più di sessant’anni fa sul set di Cane randagio di Akira Kurosawa) e soprattutto la splendida interpretazione nel ruolo del protagonista (quasi una versione “ripulita” del Kakihara di Ichi the Killer di Takashi Miike) di Shota Matsuda, fratello minore del bravissimo Ryuhei, tra i migliori attori della sua generazione. Entrambi figli di Yusaku e Miyuki Matsuda: una famiglia di attori sopraffini.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Hadoromanchika
- Paese/Anno: Giappone | 2011
- Regia: Gu Suyeon
- Sceneggiatura: Gu Mitsunori
- Fotografia: Hideyuki Mushū
- Montaggio: Katsurō Watanabe, Kazuhisa Wakabayashi
- Interpreti: Atsuro Watanabe, Keiko Awaji, Kento Nagayama, Sei Ashina, Shota Matsuda, Tokio Emoto
- Colonna sonora: Kaori Wada
- Produzione: Kadokawa Haruki Office, Kinoshita Group, Toei Company
- Durata: 108'
