The Ogre’s Feathers

The Ogre’s Feathers

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Con The Ogre’s Feathers Michael Almereyda omaggia Italo Calvino, attraverso uno dei cortometraggi più intensi, visionari eppur minimali degli ultimi anni. A Roma 2012.

Tre piume di speranza

Un Re s’ammalò. Vennero i medici e gli dissero:
– Senta, Maestà, se vuol guarire,
bisogna che lei prenda una penna dell’Orco.
È un rimedio difficile,
perché l’Orco tutti i cristiani che vede se li mangia.
Il Re lo disse a tutti
ma nessuno ci voleva andare.
Lo chiese a un suo sottoposto,
molto fedele e coraggioso,
e questi disse:
– Andrò.
Italo Calvino, L’Orco con le penne
Un re sul punto di morte può salvarsi solo procurandosi le penne dell’orco. Nessuno vuole aiutarlo, perché l’orco divora tutti gli esseri umani che vede. Solo un giovane si offre volontario per il viaggio fino alla tana dell’orco, dove la moglie dell’orco gli riserva un’accoglienza inaspettata. The Ogre’s Feathers è un racconto senza tempo sulla bontà contrapposta all’egoismo e al dolore.  [sinossi]

Nel 1956, nel concludere l’introduzione alla prima edizione della raccolta Fiabe italiane, da lui stesso curata, Italo Calvino scrive: «Chi sa quanto è raro nella poesia popolare (e non popolare) costruire un sogno senza rifugiarsi nell’evasione, apprezzerà queste punte estreme d’un’autocoscienza che non rifiuta l’invenzione d’un destino, questa forza di realtà che interamente esplode in fantasia. Miglior lezione, poetica e morale, le fiabe non potrebbero darci».
Sono passati quasi sessanta anni dalla pubblicazione di quel volume fondamentale per la letteratura e l’antropologia italiane: duecento fiabe che raccontano non solo la struttura e l’archetipo della fabula – in un’ottica decisamente proppiana – ma che allargano il discorso a una mappatura topografica dell’Italia, raccogliendo le storie “da focolare” per tutta la penisola fino ad arrivare, con le radici culturali che superano a pie’ pari le restrittive gabbie dei confini politici, in Corsica. A poco meno di trent’anni dalla morte di Calvino, per chi scrive il più illuminato uomo di lettere del secondo Novecento italiano insieme a Pier Paolo Pasolini e Umberto Eco, è doloroso dover constatare come la memoria del suo lavoro stia inesorabilmente sbiadendo, con i suoi indiscutibili capolavori abbandonati al proprio destino. Che uno dei romanzieri (per semplificare la stratificazione delle sue opere) nostrani più studiati a livello mondiale non faccia ancora parte delle antologie delle scuole medie e superiori è un crimine tale da delineare con una certa precisione la mediocrità dello stato di conservazione della cultura in Italia.

Anche per questo la visione di The Ogre’s Feathers, cortometraggio selezionato all’interno del ricco palinsesto di CinemaXXI alla settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, irrompe come un raggio di luce purissima nel buio anfratto della contemporaneità: il lavoro sulla breve distanza segna anche il ritorno dietro la macchina da presa – da più di dieci anni oramai videocamera – di uno dei più grandi e coerenti outsider del cinema statunitense. Michael Almereyda, alla stessa stregua di Calvino, continua a essere ignorato dalla stragrande maggioranza del pubblico e degli addetti ai lavori, che tutt’al più possono serbare memoria del suo coraggioso e sottostimato Hamlet 2000, nel quale la tragedia shakespeariana per antonomasia veniva aggiornata agli usi e costumi del capitalismo selvaggio. Era il 2000, le Twin Towers adornavano ancora lo skyline newyorchese, la crisi economica era solo un’avvisaglia lanciata da cassandre poco ascoltate, e Almereyda poteva ancora contare su produzioni che gli affidassero un cast composto da star più o meno conclamate (Ethan Hawke, Kyle MacLachlan, Bill Murray, Sam Shepard, Julia Stiles, Diane Venora, Liev Schreiber, Casey Affleck, Jeffrey Wright, Steve Zahn e Paul Bartel). Un’altra epoca, verrebbe naturale dire… L’inizio del terzo millennio ha visto Almereyda abbandonare completamente l’industria hollywoodiana per radicalizzare in maniera ulteriore la sua posa indipendente: non l’indie colorato, buffonesco e dichiaratamente retrò che ha preso piede nelle succursali delle major, garantendo voci magari non omologate ma neanche dissonanti rispetto alla prassi, ma una vera e propria postura “altra”, modus operandi (filmandi?) che esula da qualsivoglia retaggio “mercantile”.

The Ogre’s Feathers, emozionante viaggio alla ricerca della speranza – le piume dell’Orco salverebbero la vita all’anziano Re, ma allo stesso tempo potrebbero ridare libertà ai derelitti – è anche un inno al popolo, anima schiacciata ma non soppressa: il fedele suddito che parte alla conquista delle piume rappresenta l’uomo qualunque che attraversa una città senza più vita per scalare il grattacielo dell’Orco/yuppie e redistribuire le ricchezze ai suoi conterranei. Una metafora anti-capitalista che trova ancora maggior vigore nella straordinaria pietas umanista di Almereyda: l’ultima parte del cortometraggio, dopo la conquista delle ambite piume, è così commovente da trascinare senza forzature di sorta lo spettatore sulla soglia delle lacrime, e conferma una volta di più la straripante potenza del Cinema. Il ritorno di Almereyda ad atmosfere fantasy dopo il sublime capolavoro post-tutto Nadja (1994, portato a termine con la benedizione e la comparsata amichevole di David Lynch) e il meno compatto ma ammaliante Trance (1998) è anche una riflessione sulle potenzialità cromatiche della messa in scena, sulla modernità del linguaggio del cinema muto e su New York come luogo/non-luogo reale e immaginario allo stesso tempo. Un’opera minimale eppur “favolosa”, nell’accezione più libera e stratificata del termine, il miglior omaggio a Italo Calvino. Nemo propheta in patria, avrebbe detto il Vangelo…

Info
The Ogre’s Feathers, il cortometraggio su IMDB.
  • The-Ogres-Feathers-2012-michael-almereyda-01.jpg

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