Intervista a Jiang Wen

Intervista a Jiang Wen

L’interprete di Sorgo rosso e regista di In the Heat of the Sun ha fatto parte della giuria di Venezia 70. Per l’occasione lo abbiamo intervistato rievocando la sua carriera.

Tra gli attori più noti del cinema cinese degli ultimi trent’anni, Jiang Wen a Venezia 70 ha fatto parte della giuria presieduta da Bernardo Bertolucci e con l’occasione nei giorni della Mostra è stata presentata una versione restaurata e integrale del suo esordio alla regia In the Heat of the Sun, film che nel 1994 proprio al Lido vinse la Coppa Volpi per il miglior interprete maschile, il giovane Xia Yu. In seguito Jiang Wen ha diretto nel 2000 Devils on the Doorstep (vincitore del Gran Prix della giuria alla 53esima edizione del Festival di Cannes e vittima di una serie di censure in Cina), The Sun Also Rises nel 2007 (presentato alla 64esima edizione del festival di Venezia) e Let the Bullets Fly nel 2010, commedia che è tra i maggiori successi commerciali della storia del cinema cinese e di cui Jiang Wen sta preparando un seguito, Gone with the Bullets.
Da attore, oltre ad essere il volto simbolo dei film della Quinta Generazione (la parziale controparte maschile di Gong Li) per aver recitato in Sorgo rosso (1987) e Keep Cool (1997) di Zhang Yimou e Li Lianying: The Imperial Eunuch (1991) di Tian Zhuangzhuang, Jiang Wen è stato il protagonista anche di due film-cardine della storia del cinema cinese contemporaneo: Hibiscus Town (1986) di Xie Jin e Black Snow (1990) di Xie Fei. In particolare Hibiscus Town ha segnato il primo atto di una revisione collettiva e complessiva degli anni della Rivoluzione Culturale ed ha allo stesso tempo dato il via al segno caratteristico dei film della Quinta Generazione, la ricostruzione storica puntata soprattutto sugli anni Sessanta e Settanta e la memoria autobiografica, segno che per certi aspetti caratterizza anche In the Heat of the Sun (sia pur con tutt’altre caratteristiche stilistiche).
Quest’ultimo è un esordio folgorante che, rivisto in questi giorni al Lido, conferma le sue qualità di racconto adolescenziale senza tempo capace – pur sullo sfondo degli anni della Rivoluzione Culturale – di raccontare umori, rabbia, gioia e invidie di un gruppo di ragazzi, usando le chiavi di una sorta di realismo poetico. Purtroppo, alla prima proiezione veneziana, erano presenti ben pochi accreditati italiani in una platea soprattutto cinese, il che sta a dimostrare sia l’enorme seguito che Jiang Wen riscuote in patria (alla fine della proiezione è stato assalito da fotografi e operatori) sia il sostanziale e grave disinteresse che la critica nostrana continua a nutrire nei confronti del cinema orientale.
Sulla spiaggia di fronte all’Hotel Excelsior del Lido, lo scorso 7 settembre abbiamo incontrato un rilassato Jiang Wen, quando la giuria aveva già decretato anche se non ancora annunciato i film vincitori della settantesima edizione della Mostra. Elena Pollacchi, selezionatrice del festival e docente a Ca’ Foscari, ci ha fatto da interprete e, prima dell’intervista, ha raccontato a Jiang Wen il breve cortometraggio di Jia Zhangke inserito in Venezia 70 – Future Reloaded, una sorta di amarcord del cinema cinese riproiettato sotto varie forme (in digitale e pellicola, su Iphone e grande schermo) in un asettico centro commerciale e dove per un momento si vede un estratto di Black Snow, in cui appare lo stesso Jiang Wen. Dopo l’intervista invece è stato lui a volerci porre delle domande, in particolare sullo stato del cinema italiano.

Come è stato scelto per Hibiscus Town di Xie Jin, film che le ha dato la notorietà internazionale?

Tutto nasce dalla Central Academy of Drama di Pechino dove mi sono laureato nel 1984. Xie Jin aveva quarant’anni più di me, ma era molto interessato a cercare nuovi talenti sia nel campo della recitazione che della regia. In realtà insegnava alla scuola di cinema di Pechino, comunque ogni anno veniva invitato alle sessioni di esame della Central Academy of Drama per individuare i nuovi talenti della recitazione. Mi voleva già come interprete nell’84, dovevo però ancora laurearmi e quindi non era stato possibile. Poi mi ha richiamato nell’86 per girare Hibiscus Town.

Come protagonista di Sorgo rosso, uno dei film simbolo del cinema della Quinta Generazione, anche lei è stato per certi aspetti identificato con quel movimento. Si sente vicino a quel modo di fare cinema e se ne considera in qualche modo debitore per i suoi film da regista?

No, non mi ritengo appartenente alla Quinta Generazione e non solo perché sono più giovane di dodici/tredici anni rispetto a Zhang Yimou e agli altri, ma anche per il tipo di cinema che ha caratterizzato i loro film, soprattutto all’inizio. Loro tengono la camera fissa, mentre tutti quelli che vengono dopo, compreso me, cercano di muoverla continuamente e credo che questa sia una differenza fondamentale.

Quali sono state le premesse che hanno portato all’esordio alla regia nel 1994 con In the Heat of the Sun?

Da sempre, ho sentito la necessità come attore di dare un contributo anche alla scrittura. Già prima del mio esordio dietro la macchina da presa, davo sempre una mano ai registi a correggere la sceneggiatura, in particolare in relazione ai personaggi che interpretavo. Se magari trovavo che ci fossero dei dialoghi in contraddizione con il mio ruolo davo dei suggerimenti e cercavamo di migliorare lo script. E’ iniziato perciò così, proponendo ogni volta ai registi con cui lavoravo delle battute che fossero a mio modo di vedere più consone al personaggio. Poi, dopo aver lavorato su queste battute, quando ci trovavamo a girare il film, spesso succedeva che magari suggerivo una location particolare, differente da quella scelta, per collocare queste battute e questi personaggi. Attraverso questo lavoro che ho fatto nel primo film in cui ho recitato e poi nel secondo e così via, ho capito che effettivamente riuscivo a lavorare sia sulle sceneggiature che sulla gestione dei personaggi e dello spazio. E poi è stato soprattutto quando ho lavorato in Black Snow per Xie Fei che lui stesso mi ha consigliato di lavorare come regista.

In the Heat of the Sun ha uno stile particolare: intorno a un tono complessivo da commedia vi sono degli improvvisi affondi di violenza e drammaticità. Del resto questo è anche il segno stilistico della scrittura di Wang Shuo, dal cui romanzo Wild Beasts è tratto il film. Si può dire che questo modo di raccontare e mettere in scena sia poi diventato carattestico non solo del suo esordio, ma di tutti i suoi film da regista?

Sì, è vero, è assolutamente così. Del resto, io credo che il divertimento nel vedere un film sia proprio questo, non riuscire a prevedere quando ci sarà il momento drammatico e quando ci sarà la risata. Altrimenti sarebbe anche troppo semplice. Se fai un film che è tutto cupo oppure se fai un film che è tutto troppo leggero è un gioco troppo semplice. Non è vero cinema. Ed effettivamente il mio cinema è stato sempre così. Che, è vero, è anche un po’ la caratteristica dei romanzi di Wang Shuo, quello di contestualizzare ad esempio le sue storie in un’epoca fortemente drammatica, ma di aprire allo stesso tempo ad improvvisi momenti comici. Anche un altro film che ho diretto, Devils on the Doorstep, è un film molto cupo nel tema, però il pubblico ride dall’inizio alla fine. Soprattutto questo è un altro elemento che credo mi distingua dalla Quinta Generazione e che ha anche a che fare con la mia età e con la Rivoluzione Culturale. Ho vissuto la Rivoluzione culturale in un periodo in cui ero ancora piccolo e quindi vedevo i grandi che a volte facevano delle cose bizzarre e che mi facevano ridere. Perciò ho questa percezione, se vogliamo grottesca, di un periodo storico in realtà molto drammatico. Mentre ad esempio i registi della Quinta Generazione hanno vissuto quella fase storica in un momento in cui erano già cresciuti e quindi non hanno potuto viverla con questo distacco.

In the Heat of the Sun ha qualche legame con il cinema occidentale, dalla scelta di alcune musiche o, più in particolare, alla trama che, in parte, ricorda quella di C’era una volta in America di Sergio Leone? Innamorato di una ragazza che si mette con un suo amico, infatti, verso il finale il protagonista cede alla tentazione della violenza, dello stupro.

È curioso, questa cosa me la chiesero anche nel ’94 quando il film fu presentato a Venezia. Ovviamente all’epoca avevo già visto C’era una volta in America. Credo che le similitudini derivino soprattutto dal fatto che tutti e due i film raccontano la storia di un ragazzino che cresce in un particolare contesto storico. Amo il cinema di Leone, ma a volte ho l’impressione che i suoi film siano un po’ troppo lunghi. Soprattutto, rispetto anche a quel che dicevo prima, non è che Leone abbia lavorato molto sugli scarti di tono. Ad esempio preferisco Scorsese. In lui il montaggio e la velocità del ritmo rivestono un ruolo essenziale.

In Cina all’inizio degli anni Novanta si è assistito alla nascita di un cinema indipendente, un movimento inizialmente capitanato da Zhang Yuan [con cui Jiang Wen ha lavorato nel 2003 per Green Tea], poi da Jia Zhangke, mentre ora – almeno da occhi esterni – questo tipo di film sembrano avere meno spazio. Come valuta questa scena?

Credo che tutti i registi più giovani dovrebbero girare più spesso, magari non tutti i loro film sarebbero ugualmente belli, però questo è l’unico modo per cercare di fare qualche cosa. Non devono seguire il mio esempio perché io stesso ne ho girati molto pochi. Però se guardiamo Fellini, Bergman, Woody Allen ci rendiamo conto che tutti questi grandi registi hanno girato moltissimi film e non tutti sono stati allo stesso livello, però è l’unico modo per preservare un tipo di cinema. Detto questo, non credo ci sia più un vero e proprio cinema indipendente cinese. Attualmente in Cina ci troviamo in una situazione simile a quella di Hollywood, dove i film commercialmente più di successo occupano quasi tutto il campo. La Cina in questo momento sta vivendo una fase di transizione per cui per realizzare un film bisogna fare i conti sia con la censura istituzionale che con il mercato che, a sua volta, impone un altro tipo di censura.

Conclusa l’intervista, come dicevamo, Jiang Wen si è mostrato incuriosito sulle sorti del cinema italiano – evidentemente, se ne può arguire a posteriori, la sua curiosità derivava anche dal fatto che la giuria di cui faceva parte aveva deciso di premiare con il Leone d’Oro un film anomalo come Sacro GRA – e ha chiesto informazioni sui motivi e le radici della crisi di una cinematografia un tempo notissima all’estero. Un’ultima curiosità l’ha poi manifestata sugli ultimi film di Woody Allen, con particolare relazione alle sue recenti sortite europee: Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris e To Rome with Love, interessato in particolare all’andamento al botteghino italiano di questi tre film. Una curiosità che potrebbe da un lato far pensare alla possibilità che Jiang Wen voglia girare in Europa, ma anche al contrario che potrebbe essere interessato a proporre a Woody Allen un film in Cina. Staremo a vedere. Nel frattempo, dopo aver motivato la sostanziale assenza di Let the Bullets Fly dai festival europei per la necessità di farlo uscire nel dicembre del 2010 in occasione del capodanno cinese (un appuntamento commerciale che conferma come lo status del cinema cinese abbia sempre più punti in comune con le dinamiche distributive del cinema americano), Jiang Wen ci ha comunque dato appuntamento a un prossimo futuro, non escludendo la possibilità di riuscire a portare il suo nuovo film da regista in un festival internazionale, magari proprio a Venezia.

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