Oldboy

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Alle prese col la rivisitazione del cult di Park Chan-Wook, Lee abbassa la gradazione coreografico-marziale e il tasso di violenza di Oldboy, concentrando l’attenzione sui personaggi, sulle connessioni e concatenazioni causa-effetto, sul gioco dei modelli contrastanti del piano spaziale (luce e buio, claustrofobia e apertura, libertà e reclusione) e sull’elemento mistery – Protosevich e Lee provano a mischiare le carte, ma l’interesse nei confronti di una storia il cui epilogo è già noto non può che scemare.

Joe Doucett, un normale dirigente pubblicitario, viene improvvisamente rapito e tenuto prigioniero per vent’anni completamente isolato dal mondo. Dopo essere stato improvvisamente liberato, decide di indagare per trovare la persona che l’ha tenuto segregato per tutto quel tempo, e scopre che la sua vita è circondata da cospirazioni e tormenti… [sinossi]
È una storia del tutto particolare,
con tutti i migliori elementi del mistero e della vendetta,
ritratti nel modo più dettagliato possibile.
La gente non aveva mai assistito a qualcosa di simile. Neanch’io.
Spike Lee

Come dare torto a Spike Lee, quando da subito ammetteva apertamente al pubblico, agli addetti ai lavori e a se stesso, tanto la paura quanto il desiderio di misurarsi faccia a faccia con uno dei cult del cinema contemporaneo. Ma evidentemente la tentazione di rimaneggiare il materiale originale, che a suo tempo aveva dato la possibilità a Park Chan-Wook di portare sul grande schermo una perla come Oldboy, era più forte di qualsiasi elucubrazione, timore reverenziale e soprattutto rischio di fare un autentico buco nell’acqua. Per fortuna il pericolo è stato in parte scongiurato, anche se il confronto con il film del collega sudcoreano resta comunque a più livelli impari, perché quanto realizzato dal regista statunitense non riesce a sostenere fino in fondo l’impatto visivo, drammaturgico ed empatico, con la “materia” a disposizione. Forse per questo Justin Lin prima e Steven Spielberg poi, quando già nel 2007 si iniziò a ipotizzare la possibilità di un remake a stelle e strisce, decisero per motivi diversi (inesperienza nel caso del primo e problemi di diritti di sfruttamento economico per il secondo) di fare un passo indietro. Dovranno trascorrere altri quattro anni, infatti, prima che Spike Lee prenda definitivamente in mano il progetto, partendo dalla sceneggiatura firmata da Mark Protosevich, quest’ultimo guidato dalla volontà di rendere omaggio alla pellicola asiatica del 2003, ma solo dopo avere riletto in chiave personale l’omonimo manga giapponese in otto volumi scritto da Garon Tsuchiya e disegnato da Nobuaki Minegishi, alla fine degli anni Novanta. Di fatto, si trattava di fare i conti con un film strutturalmente ed elegantemente esplosivo, frutto di una sorta di “poesia” cinetica e drammaturgica che traeva linfa da un mix di coreografie marziali e da una suspense crescente di natura hitchcockiana, generata a sua volta da una storia epica e misteriosa, provocatoriamente emotiva e brutale, capace di stravolgere insieme tutte le tematiche in termini di isolamento, repressione, vendetta, coscienza, senso di colpa e redenzione.

Così a una decade dall’assolo grondante sangue e dolore diretto da Park Chan-wook, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004, che fece letteralmente sobbalzare dalla poltrona l’allora presidente designato Quentin Tarantino, arriva nelle sale nostrane, a pochi giorni di distanza dall’uscita americana (27 novembre 2013), la seconda trasposizione di Oldboy. Quella diretta dal due volte candidato all’Oscar, Spike Lee, è una reinterpretazione del leggendario racconto, cha al suo interno prova, riuscendoci per certi versi, a dare una nuova narrazione al materiale. Lo fa apportando alla storia un maggiore umanesimo, scavato nel mezzo del vortice morale e nell’escalation di violenza che caratterizzano il plot. L’odissea esistenziale di Joe diventa una lotta per trovare la pace interiore e per fare ammenda dei misfatti del passato. Al di là delle differenze più o meno rintracciabili (lo spostamento dell’azione in una città senza nome in una zona topograficamente non identificata degli Stati Uniti, l’introduzione di altre figure come quella della preside Edwina Burke e la rivisitazione di altri, i venti invece che quindici anni di reclusione del protagonista e la direzione diversa presa per disegnare il personaggio della co-protagonista femminile, con una Marie che lavora come infermiera volontaria in un’unità mobile), Lee abbassa la gradazione coreografico-marziale (non può mancare però la storica sequenza del martello) e il tasso di violenza intrinseco che rappresentavano il motore portante della pellicola precedente, concentrando di più l’attenzione sul disegno dei personaggi, sulle connessioni e concatenazioni di causa-effetto che si vanno delineando nel corso del racconto, sul gioco dei modelli contrastanti del piano spaziale (luce e buio, claustrofobia e apertura, libertà e reclusione) e in primis sull’elemento mistery, che per coloro che hanno avuto la fortuna di entrare in contatto con l’Oldboy sudcoreano perde automaticamente di valore e potenza. In tal senso, Protosevich e Lee provano invano a mischiare le carte, ma l’interesse nei confronti di una storia il cui epilogo è già noto non può che scemare. Croce e delizia che da decenni segna indelebilmente il destino cinematografico del remake di turno, a maggior ragione se legato drammaturgicamente e narrativamente a un concept thriller. Una legge non scritta, alla quale anche l’ultima fatica dietro la macchina da presa del regista americano non riesce purtroppo a scampare.

Ciò che resta sono le performance dai toni emotivamente viscerali e crudi degli attori coinvolti, da sempre marchio di fabbrica nella filmografia del regista di New Orleans sin dai tempi dell’apprezzato esordio del 1986 con la commedia indipendente Lola Darling, che trova nelle interpretazioni di Josh Brolin ed Elizabeth Olsen, rispettivamente nei panni di Joe Doucett e Marie Sebastien, il valore aggiunto di un’operazione che ha motivo di esistere, ma della quale, forse, si poteva fare a meno.

Info
Il trailer italiano di Oldboy.
Il tumblr di Oldboy.
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