Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente

Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente

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Tra favola e satira sociale, l’esordiente Sylvain Estibal mette un maiale al centro del suo racconto per smascherare i paradossi del conflitto israelo-palestinese. Superato un incipit buonista, Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente si fa vieppiù cattivo e sagace.

When Pigs Have Wings

All’indomani di una tempesta, un pescatore palestinese si ritrova per caso nella rete un maialino vietnamita: dopo aver tentato di sbarazzarsi dell’animale, l’uomo decide di monetizzare il suo scomodo “tesoro” cercando l’aiuto di una ragazza israeliana. [sinossi]

Il conflitto israelo-palestinese appare tanto complesso da sembrare irrisolvibile, non solo sul piano della politica, ma anche su quello di una sua eventuale rappresentazione. Il cinema, per certa sua tradizione spettacolare, tende a semplificare e ridurre i termini della questione, rivolgendosi spesso in modo generico a tutti quegli uomini di “buona volontà” che dovrebbero incontrarsi e capire e comprendere “l’altro”. Sembrano ormai lontanissimi – e purtroppo lo sono – gli anni del godardiano Ici et ailleurs. E infatti, ormai, un cinema pseudo-autoriale, internazionale quel tanto che basta per interessare un pubblico il più ampio possibile e non scontentare nessuno, si è preso la briga di rappresentare questo conflitto smussando gli angoli, cercando storielle edificanti, addolcendo ogni amarezza di fondo. Due titoli su tutti ci sembrano in tal senso poter rientrare in questa categoria: La banda (2007) di Erin Kolirin e Il giardino di limoni (2008) di Eran Riklis.
Ma, volendo, anche Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente si apparenta ai titoli citati, proprio per il suo volersi imporre come film a tesi ecumenica: tutti devono essere più buoni se si vuole risolvere il muro contro muro tra israeliani e palestinesi. Il film d’esordio di Sylvain Estibal – vincitore del César come miglior opera prima – però, dopo un incipit infarcito dei cliché del caso, riesce lentamente e sorprendentemente a farsi largo tra la melassa di partenza e ad affondare il colpo, grazie a una cattiveria montante fino alla spiazzante impasse dell’ultima scena. E, allora, la sua tesi diventa, se vogliamo, un po’ più complessa: anche se sembra razionalmente impossibile, si deve fare in modo che questo conflitto finisca una buona volta.

Il tono tra il favolistico e la satira sociale di Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente è di natura evidentemente chapliniana, anche se più che a Il grande dittatore (citato in varie interviste dal regista), viene in mente, soprattutto nella parte finale, The Pilgrim (1923), in cui il personaggio del vagabondo di Chaplin si trovava costretto a camminare sulla frontiera tra il Messico e gli USA senza poter entrare in nessuno dei due Stati. Ed è a un luogo di nessuno che appartengono i pochi personaggi del film di Estibal, quelli che hanno capito dov’è la verità; il luogo in cui ci si trova ad essere condannati all’erranza, in cerca di un utopico e pacificato heimat. Uno spazio dunque che non può essere calpestato, finendo per far condividere ai personaggi lo stesso destino folle del povero maiale pescato in una rete. Questi difatti non può essere accettato, per questioni religiose, dai musulmani di Gaza, così come viene rifiutato dagli israeliani perché reputato un animale impuro (e dunque dovrebbe indossare dei calzini per non intaccare la sacralità della Terra Santa).

Come sempre è la cattiveria e non il buonismo a far ridere e a divertire ed è un bene che pian piano Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente riesca a rendere chiaro il suo intento, emendandosi dal bozzettismo di certe situazioni iniziali, sparigliando le carte senza curarsi di offendere la suscettibilità ora dei palestinesi ora degli israeliani e puntando a mettere in ridicolo le rispettive ossessioni integraliste. Anche se, va detto, Estibal non dimentica mai la notevole disparità di mezzi tra le forze in campo e, in tal senso, l’immagine del ragazzo palestinese che tira pietre, vanamente, al di là del muro eretto da Israele e poi viene punito per questo, appare anche come una precisa presa di posizione politica sulla questione.

Al centro di tutto c’è quindi questo innocuo maiale, di provenienza vietnamita (come per dire che si tratta di un alieno), la cui sola presenza riesce a portare scompiglio in una situazione che si regge su un equilibrio tanto fragile. È lui, silente osservatore del mondo circostante, lo strumento anarchico che permette di scardinare le regole. Ed è grazie a lui e alla sua grottesca presenza in scena che Estibal si permette di raccontare, riuscendoci, un mondo che non è il suo. Il regista, infatti, di passaporto francese ma di stanza in Uruguay, riesce a dimostrarci per una volta come, pur non essendo direttamente coinvolti nella questione palestinese (anzi, forse proprio per questo), la si possa raccontare con leggerezza senza per forza scadere nella superficialità.

In tutto ciò, pur apprezzando la scelta della Parthenos di distribuire il film in Italia, suscitano delle perplessità sia la scelta di titolare il film in questo modo grottescamente wertmulleriano (il titolo internazionale di Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente è When Pigs Have Wings, quello francese invece è Le Cochon de Gaza), che quella di farlo uscire in sala a ben tre anni dalla sua realizzazione. Ma queste, si sa, sono questioni che pertengono all’insondabile campo della distribuzione nostrana.

Info:
Il trailer su Youtube di Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente
La pagina dedicata a Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’Oriente sul sito della Parthenos
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