Love Island

Love Island

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Love Island segna un cambio di rotta piuttosto deciso nella carriera della regista bosniaca Jasmila Zbanic, con una commedia sentimentale che vorrebbe abbattere qualsiasi tabù. In Piazza Grande a Locarno 2014.

Non c’è due senza tre

Liliane e suo marito trascorrono una vacanza in un villaggio turistico su un’isola croata. Liliane aspetta un bambino, ma l’incontro con una bellissima donna che li attrae tutti complicherà le loro vite. [sinossi]

Alzi la mano chi, entrando in sala senza alcuna cognizione di ciò che sarebbe apparso sullo schermo, riuscirebbe a riconoscere dietro Love Island la mano di una regista come Jasmila Zbanic. Sì, Jasmila Zbanic, colei che sbaragliò la concorrenza a Berlino nel 2006 conquistando l’Orso d’Oro con Il segreto di Esma (Grbavica), appassionato e doloroso dramma su un rapporto madre-figlia sconvolto dalla memoria della guerra civile; Jasmila Zbanic, colei che nel 2010 tratteggiò con minimalismo straziante il progressivo allontanamento tra un marito che ha riscoperto la propria fede musulmana e la moglie, ne Il sentiero (Na putu). Il cinema della Zbanic, al di là di tutto, si era finora segnalato per la capacità di affrontare il tema della disgregazione della ex-Jugoslavia proponendo angolature impensate, tracciando percorsi impervi ma affascinanti, carichi di un pathos mai staccato dal contesto sociale.

Da questo punto di vista Love Island rappresenta un triplo salto mortale, slittamento totale dal sentiero battuto finora: il cordone ombelicale con la patria della Zbanic resta ancora saldo – i protagonisti in vacanza vive in realtà a Sarajevo – ma si sfilaccia, visto che l’intero film è ambientato nel lussuoso villaggio vacanze di un’isola croata. È lì che sono andati a rilassarsi il promoter musicale Grebo e sua moglie Liliane, al nono mese di gravidanza: un luogo ultra-kitsch, in cui le serate sono dominate dal karaoke. Sull’isola Liliane ritrova un vecchio amore di gioventù, Flora, che lavora per il villaggio come escursionista subacquea e intrattenitrice…
Dalla trama appena accennata è già facile prevedere gli sviluppi dell’intreccio, tra incomprensioni di base (Grebo ignora l’amore omosessuale della sua compagna), gelosie, ripicche, e vampate di passione improvvisa. La Zbanic gestisce tutto questo bailamme premendo il pedale dell’acceleratore, lasciando che ogni singola situazioni deflagri fino alle estreme conseguenze, scegliendo la strada del “tutto è permesso, tutto è possibile”. Love Island assume dunque le sembianze di una creatura sfrenata, decisa ad abbattere qualsivoglia tabù ancora persistente sull’omosessualità, l’amore e i rapporti di coppia.

Il risultato, pur divertendo a tratti, è senza dubbio confuso, anche perché la materia è trattata senza particolare cura: se determinate situazioni riescono a funzionare è spesso più per la buona lena degli interpreti (soprattutto Ermin Bravo e un Franco Nero dotato di una buona dose di autoironia) che per una scrittura scontata, ricalcata senza troppa fantasia su schemi e prassi fin troppo abusate.
A restare nella memoria sono dunque soprattutto i numeri musicali, da “Wind of Change” degli Scorpions intonata con enfasi da Grebo fino al brano che dà il titolo al film, utilizzato a mo’ di vero e proprio tormentone. È indubbio che si possa rintracciare, nei recessi di Love Island, anche un discorso sulla necessità dell’integrazione, da ricondurre indubbiamente alle riflessioni sulla situazione balcanica e bosniaca nello specifico, ma questo dettaglio non riesce a nobilitare una commedia sgangherata ma senza troppa verve, divertita più che divertente.

Info
Love Island sul sito del Festival di Locarno.
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