Tales

Storie che s’intrecciano nell’Iran contemporaneo, stretto tra crisi economica e regime: Tales di Rakhshan Banietemad – presentato in concorso a Venezia 71 – è un’opera umanistica e politica, che evita il tranello del film a tesi grazie a un’intensa galleria di ritratti.

La storia siamo noi

Iran, oggi. La regista Rakhshan Bani-Etemad torna ai personaggi descritti nei suoi film precedenti, soprattutto femminili, per raccontare storie di persone che rappresentano diversi strati sociali. [sinossi]

Chissà se la settantunesima edizione della Mostra sarà ricordata per essere stata una Mostra “iraniana”. Sono tanti infatti i nomi provenienti dall’Iran selezionati quest’anno al festival, da Mohsen Makhmalbaf e Amir Naderi all’esordiente Nima Javidi, autore di Melbourne. Tra i due grandi maestri, esuli ormai da anni, e Javidi, il cui film ragiona per l’appunto sull’esilio volontario e sulle responsabilità di una scelta siffatta, sembra quasi “prigioniero” nel mezzo Tales, in cui l’idea della partenza, dell’allontanamento dal borgo natio, pare addirittura inconcepibile. Questo perché i personaggi di Tales sono vittime di un quotidiano sopravvivere che rende impensabile la possibilità di astrarsi e di pensare a una fuga, di qualunque tipo essa sia, reale o mentale.
Rispetto alla nuova epica borghese portata in scena da Asghar Farhadi (About Elly, Una separazione) che ha già fatto scuola (Melbourne nasce da lì), Rakhshan Banietemad – la regista autrice di Tales – sembra programmaticamente fare un passo indietro e tornare nelle strade desolate e nella povertà, tra i quartieri popolari e degradati, dove si concentrano violenze contro le donne, burocrazia malfunzionante, operai in arretrato con lo stipendio, madri di ragazzi arrestati per aver partecipato a delle manifestazioni di piazza, uomini senza più lavoro e indeboliti per questo nel loro ruolo di pater familias, ecc.

Le tematiche classiche del cinema iraniano sono in effetti praticamente tutte presenti – e, non a caso, Banietemad appartiene alla vecchia scuola – eppure non si può non apprezzare in Tales il sincero trasporto e la commovente aderenza che traspare nella messa in scena dei personaggi. Anzi, vien quasi da dire che il nuovo film di Rakhshan Banietemad possa rappresentare una sorta di sunto di quanto di meglio ha prodotto quel tipo di cinema negli ultimi trent’anni, un ripasso, una riproposizione…ma non un manierismo. È proprio questa la forza di Tales, la sua disperata vitalità, la veemenza straziante delle discussioni e un piccolo – piccolissimo – spiraglio, quello della possibile nascita di una storia d’amore.

Non va dimenticato inoltre che Tales – girato nel corso di otto anni – è il frutto di una sorta di collage tra diversi cortometraggi. Questo perché la Banietemad non riusciva ad avere dalle autorità il permesso per girare un lungo, ma solo corti e, dunque, ha costruito i suoi racconti brevi – che, volendo, possono essere scomposti e mostrati separatamente – tenendo sempre a mente l’ordito complessivo. E allora un cinema che riesce a nascere e a farsi forte anche delle costrizioni e dei divieti non può che essere un cinema verso cui bisogna nutrire grande rispetto e ammirazione.

Info:
La scheda di Tales sul sito della Biennale
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