Roma 2014 – Presentazione

Roma 2014 – Presentazione

Svelato il programma del Festival di Roma, l’ultimo (forse) diretto da Marco Müller. Si torna all’idea di Festa, in attesa di capire cosa proporrà il futuro…

Mentre ancora echeggiano nell’aria le parole sull’ultima Mostra di Venezia, e ci si prepara all’immersione nelle Giornate del Cinema Muto di Pordenone (di cui Quinlan.it è media partner), il Festival Internazionale del Film di Roma presenta la sua nona edizione, la terza (e forse l’ultima, visto che il contratto scadrà il prossimo 31 dicembre) sotto l’egida di Marco Müller. Nel rutilante gioco dei festival italiani, che vede gli ultimi mesi dell’anno rincorrersi Venezia, Pordenone, Roma, Torino e Courmayeur, in un infinito rilancio di ambizioni, esposizioni mediatiche, sgarbi e rappacificazioni, perfino eventi di primaria importanza a livello internazionale come Toronto, San Sebastian, Busan, New York, Londra e Tokyo rischiano di venire sviliti, dimenticati, quasi che l’agone sia questione prettamente italica, che può coinvolgere solo ed esclusivamente eventi nostrani.
Certo, la competizione è così furibonda anche perché riguarda – in parte – i rapporti economici con il MIBACT, ma l’impressione è che si continui a trattare i vari festival che si susseguono in questo periodo dell’anno come delle aree di potere verso cui prendere una posizione netta e quasi feudale: sudditi/affiliati, amici o acerrimi nemici. Se è vero che si avverte una netta distensione rispetto ai toni e ai timbri che avevano tinteggiato la discussione negli ultimi anni, l’impronta dei passati furori, il marchio che contraddistingueva i blocchi contrapposti è forse sfumato, ma non meno visibile. Il mandato di Müller è agli sgoccioli, e l’intero apparato del festival tornerà nelle mani di chi l’ha sempre ideato e posseduto (“la decisione sarà nelle mani dei politici” ha chiosato, forse colto alla sprovvista, il Presidente della Fondazione Cinema per Roma Paolo Ferrari), vedendoselo sfuggire dalle dita per un paio di edizioni, le più ricche di idee, stimoli e ambizioni.

Parlare del futuro del Festival di Roma equivale a lanciarsi in ipotesi e ragionamenti basati in gran parte su supposizioni, per cui abbandoneremo la contesa cercando, al contrario, di concentrare l’attenzione su ciò che si evince dal programma. Il primo sguardo, doloroso, si focalizza in maniera inevitabile sull’addio alla sezione CinemaXXI, polmone verde non solo della Capitale ma di buona parte del sistema festivaliero europeo: in due anni CinemaXXI ha ospitato alcune visioni a dir poco indispensabili, da Avanti Popolo di Michael Wahrmann a Zanj Revolution di Tariq Teguia, passando per i film di Julio Bressane, Paul Verhoeven, Amos Poe, Michael Almereyda, Gym Lumbera, Alexandre Rockwell, Avi Mograbi, Xu Haofeng, Amit Dutta, Jan Soldat, Joaquim Pinto, Lois Patiño, Gabriel Abrantes, Jonathan Demme, Kamal Swaroop.
Nel 2014 la rotta viene invertita (ma solo in parte, come testimoniano i nuovi film di João Botelho, Os maias – (Alguns) episódios da vida romântica, Raul Perrone, Ragazzi, e Andrea Tonacci, Já visto jamais visto, tanto per fare alcuni esempi), per via di quel confine sfondato, irriconoscibile, mutilato e spesso sovvertito che divide il festival di Roma dall’idea di “festa”. Seguendo l’ideale veltroniano, dunque, Roma spinge di nuovo in direzione di una Festa che semini i propri eventi coinvolgendo la città. In attesa che questo desiderio possa prima o poi concretizzarsi – abbandonare il non-luogo per eccellenza della Capitale, l’Auditorium, dovrebbe essere il primo passo, anche perché perseverare a viale de Coubertin equivale ad allontanare volutamente il pubblico delle altre periferie dal festival – Müller e il suo staff hanno dimostrato per l’ennesima volta di sapersi muovere con grazia anche nelle secche di un sistema/non-sistema che rallenta quotidianamente il passo dell’evento. Mescolando opere prime, titoli di sicura presa anche per lo spettatore più distratto (Gone Girl di David Fincher, Eden di Mia Hansen-Løve, il serial di Steven Soderbergh The Knick) e divagazioni di e sul “genere”, il Festival di Roma non rinuncia a concedersi i classici colpi di coda mülleriani, come Angely revolucii di Aleksej Fedorchenko, Die lügen der sieger di Christoph Hochhäusler, Wir sind jung. Wir sind stark. di Burhan Qurbani, Phoenix di Christian Petzold e Kamisama no iutōri (As the Gods Will) di Takashi Miike, premiato con il Maverick Director Award.

Proprio nell’anno più difficile – il nulla osta ai lavori per il Festival è arrivato solo a giugno inoltrato, saltando così a pie’ pari sia il mercato berlinese che quello di Cannes – la selezione allestita permette di cogliere l’importanza del lavoro di Marco Müller come direttore artistico: costretto a rinunciare alla formula da lui impiantata nel 2012, è riuscito nel miracolo di dare un senso a una kermesse che anno dopo anno continua a denunciare un’assoluta mancanza di progettualità alla base. Nei tre anni della gestione-Müller (che rappresentano nel complesso un terzo del totale, un dato che sarebbe il caso di non sottostimare) il Festival di Roma ha acquisito una forma, trovando una collocazione spazio-temporale che fino a quel momento gli era stata preclusa, e non per la lotta con Venezia o Torino, e non per l’accavallarsi del calendario internazionale.
Quella forma viene nuovamente costretta a modifiche, riscritture, cambi di passo, e viene da chiedersi quale sia la reale intenzione della Fondazione Cinema per Roma e dei principali finanziatori del Festival, il Comune di Roma e la Regione Lazio. Dove vuole andare questo festival? Davvero si crede che la paventata fusione con il Roma Fiction Fest possa essere la panacea per ogni male? Perché, festival a parte, la Fondazione non produce eventi per la città nel corso dell’anno, pur sostenendo una spesa che prevede professionalità assunte per lavorare lungo tutti i trecentosessantacinque giorni? Si sollevarono polveroni indicibili, quando fu scelto Müller come direttore, polveroni squisitamente politici, atti a ribadire una posizione di potere non solo sul festival ma sull’intera questione culturale legata alla città. Ora che il mandato è arrivato alla fine del suo corso, e che il lavoro di Müller è sotto gli occhi di tutti – e basterebbe spulciarsi i programmi di festival di assoluta importanza come Rotterdam per rendersi conto di ciò che ha rappresentato Roma negli ultimi due anni –, chi si assumerà il compito di cambiare nuovamente corso? O, meglio: come sarà possibile giustificarne la necessità?
Ma d’altro canto tutto è “nelle mani dei politici”, atto di destituzione ultima dell’idea di fronte alla barbarica materialità delle cose. E allora…

Info
Il sito del Festival di Roma.

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