Sedotta e abbandonata

Sedotta e abbandonata

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Per Cristaldi Film e CG Home Video esce per la prima volta in blu-ray uno dei film migliori di Pietro Germi. Commedia grottesca su onore, matrimonio riparatore e angosciose ipocrisie sociali, Sedotta e abbandonata è in realtà una cupissima parabola esistenziale e una lezione di linguaggio.

Il grottesco alla Germi è un mondo a parte, quasi una categoria dello spirito. E’ inconfondibile, un tratto così intimo e personale che difficilmente lascia indifferenti. O lo si ama o lo si rifiuta. E’ un cinema che mette lo spettatore alle corde, lo riempie di pugni e poi gli domanda: “Stai al gioco? Sennò l’uscita è quella, vai pure”. L’etichetta oltreoceano “Italian Style”, che lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta fu applicata alla commedia all’italiana per definirne tratti e specificità, fu adottata a partire proprio dall’epocale Divorzio all’italiana (1961) che fece sfracelli anche negli Stati Uniti e si portò a casa l’Oscar alla migliore sceneggiatura, vedendo anche sorprendentemente candidati alla statuetta lo stesso Germi come miglior regista e Marcello Mastroianni come miglior attore (e Mastroianni si portò a casa comunque il Golden Globe al miglior attore di commedia). Fu un’esplosione enorme a livello mondiale, e da lì l’establishment hollywoodiano esportò l’etichetta Italian Style applicandolo alle commedie di casa nostra più diverse. E, come spesso accade, anche per somma approssimazione, perché la commedia all’italiana che veniva formandosi con Monicelli, Risi, Pietrangeli, Scola&Maccari e quanti altri si muoveva su coordinate abbastanza aliene al mondo espressivo di Pietro Germi. Oltretutto con Divorzio all’italiana Germi inaugurava esattamente una nuovissima fase del suo percorso artistico, che lasciò tutti spiazzati. Venuto da una lunga serie di film precedenti tra anni Quaranta e Cinquanta di chiara e costante impronta drammatica, non alieni a modelli espressivi americani, l’autore genovese si presentò incredibilmente satirico e graffiante, imbastendo un nuovo modello di commedia sociale di inusitata crudeltà e di raffinatissima, quasi cristallica costruzione narrativa. Ma, si badi bene, si trattò di un modello inimitabile, che trovò nei fatti pochissimo seguito nello sviluppo successivo dell’Italian Style così definito dagli americani, e che andò incontro anzi a deviate forme d’imitazione in cui se ne assumevano solo i tratti esteriori e più facilmente satirici (i mille luoghi comuni sulla Sicilia e non solo che, per fare un esempio, formeranno tante discutibili commedie di Lina Wertmüller negli anni Settanta). In pratica, di Germi si ereditava solo una generica idea di grottesco survoltato, che dal modello, già pesantemente spinto sul versante della deformazione, si propagava in un riformato grottesco di terzo, quarto, quinto, esponenziale grado, ma di cui si perdeva per strada pregnanza stilistica e soprattutto tragici rovesci esistenziali. Germi non si ricollegava infatti alla lunga e popolare tradizione autoctona della Commedia dell’Arte (che pure il gusto per la maschera deformata potrebbe evocare), bensì a un tessuto ancor più nobile della letteratura siciliana, ovvero ai terribili paradossi tra forma e vita di Luigi Pirandello. Dopo l’enorme successo di Divorzio all’italiana Germi realizzò una sorta di secondo capitolo siciliano, Sedotta e abbandonata (1964), dove di nuovo venivano prese di mira le barbariche consuetudini nazionali in fatto di onore e matrimonio. Dopo il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, ambientato in un contesto borghese siciliano di terrificante formalismo e ipocrisia. Adesso il film è ripresentato da CristaldiFilm e CG Home Video per la prima volta in formato blu-ray, e l’occasione è buona per ritornare a confrontarsi con l’unicità dell’universo espressivo germiano.

Prima di tutto, un dato: quello del Germi anni Sessanta è uno dei bianco-e-neri più belli della storia del cinema mondiale, non solo per la squisita qualità della fotografia di Aiace Parolin, ma anche perché si trasforma a sua volta in pertinente strumento espressivo coerentemente al film. Il nero indossato dalle donne della famiglia Ascalone, il bianco accecante del sole nella piazza del paese: è un mondo di contrasti forti, in cui il bianco e il nero sono in qualche modo la vita e la sua totale negazione, ovvero l’asfissia della forma. Nel ruolo della protagonista fu richiamata da Germi Stefania Sandrelli, che proprio in quegli anni iniziava a ottenere ruoli di sempre maggior rilievo. Anche in questo caso la sua è una posizione narrativa originale: è la protagonista, ma è una sorta di oggetto del contendere a servizio dei protagonismi di altri personaggi. Un pomeriggio la giovane Agnese Ascalone cede alle avances del promesso sposo di sua sorella, Peppino Califano. Una volta scoperto l’accaduto, il padre di Agnese, don Vincenzo Ascalone, pretende nozze riparatrici, ma Peppino si rifiuta poiché vorrebbe in moglie una donna illibata (proprio lui, il responsabile del “perduto onore” di Agnese). Da qui, si srotola una catena irresistibile di paradossi incrociati in cui lentamente si perde di vista lo scopo stesso di tanto tramare. Ossessionato dal decoro sociale, don Vincenzo orchestra una ragnatela di menzogne e teatrini che non serviranno comunque a nulla, e quando finalmente avrà luogo il sospirato matrimonio riparatore, il padre sarà in fin di vita per la vergogna, e Agnese quasi pazza.

La messinscena germiana è controllatissima ed estremamente coreografica. Ben lontano dalle improvvisazioni in cattura di realtà e dal work-in-progress tanto cari al cinema neorealista e a tutti i suoi derivati, con i quali del resto ha sempre avuto poco a che fare sotto il profilo stilistico, Germi costruisce un vero e proprio teatro degli orrori, in cui tutto soggiace a un forte progetto autoriale. Quasi a voler duplicare in metacinema le dinamiche familiari e sociali che opprimono i personaggi, Germi dà netta preminenza all’esibizione dell’esibizione. In pratica, i movimenti delle sue figure umane sembrano spesso sottostare costantemente all’esibizione di se stessi, come su un palcoscenico naturale (il paese nella sua interezza, interni delle abitazioni compresi) in cui il pubblico è costituito da una minacciosa società benpensante. Basti pensare a tutte le passeggiate nella piazza del paese in cui i personaggi assumono pose e comportamenti guidati. Emerge con forza una visione esistenziale cupa e pessimistica, che sembra cogliere lo spunto contingente della polemica sociale (le leggi, consuetudini, abiti mentali e i comportamenti pesantemente misogini del nostro paese) per suggerire un terrificante discorso sulla natura umana. Nel groviglio di paradossi che lentamente imbrigliano le azioni e i pensieri della famiglia Ascalone e degli altri personaggi, risuona più volte Pirandello e la sua angosciosa presa di coscienza della fuga impossibile dalle forme. Per certi versi Sedotta e abbandonata è ancora più compiuto di Divorzio all’italiana; al secondo cimento intorno alle stesse tematiche e sociosfera, Germi affina il metodo, lavora palesemente su conclamati manierismi e, quasi in linea con i concept di trilogia in voga oggigiorno nel cinema americano, in questo “secondo capitolo” amplifica, ridonda, enfatizza. Così il gioco dei paradossi raggiunge livelli inauditi, fino a una vera e propria esondazione di isterica saturazione verso il finale. Ma è un gioco scoperto, una sfida con la propria idea di cinema e con lo spettatore. La sequenza in prefinale, che vede Agnese in preda ai deliri, è in tal senso un’inarrivabile punta di isteria narrativa come poche volte si è visto al cinema. Dando immagini e suoni a un delirio ossessivo, Germi utilizza splendidamente il montaggio audio-video mettendo chi vede in condizioni di estremo disagio. L’immagine reiterata fino allo spasimo dell’uomo che salta davanti ad Agnese, bloccandole la strada, non si dimentica facilmente, ricondotta com’è a puro significante dal suo ossessivo ripresentarsi. In quella sequenza Germi mostrò qualcosa di molto nuovo nel nostro cinema, un uso consapevole e stridente delle risorse del montaggio audio-video per aderire non tanto e non solo a una mimesi, bensì a una precisa idea di linguaggio. Per tutte queste ragioni si può dire che la commedia di Germi rimane piuttosto aliena alle pratiche più diffuse di commedia all’italiana. L’idea di crudeltà perseguita dall’autore non si limita infatti alla risata sferzante su temi drammatici; è una crudeltà più strettamente audiovisiva, più linguistica, che si manifesta tramite la costante esposizione mostruosa di corpi e anime. Lo strumento principe di questo grand guignol s’identifica nella deformazione, perseguita tramite il trucco mostruoso dei volti e soprattutto tramite le scelte stilistiche riservate alla loro esposizione. Primissimi piani deformanti, inquadrature più ampie in cui l’attenzione al rapporto tra figure principali e massa urlante dello sfondo è costante e coerente: un Freaks siciliano in cui l’atto di crudeltà corrisponde all’atto stesso del mostrare. Certo, è un cinema anche riccamente prodotto che mostra tutta la sua sontuosità audiovisiva, ma che spesso sembra fare uso di questa sua stessa ricchezza per esporla, deformarla, annientarla tramite la sua letterale messa-in-scena. Si esce dalla visione frastornati e sublimati, e convinti anche che per molti la commedia germiana può risultare con piene ragioni estenuante e intollerabile. Ma è la sua cifra, la sua sfida alle nostre percezioni, il progressivo soffocamento del nostro vedere/ascoltare, un cinema negativo pur nell’atto più manieristico e conclamato di affermazione. Prendere o lasciare. Pietro Germi lanciava sfide e restava al tempo stesso un grande uomo di spettacolo. La costruzione narrativa di Sedotta e abbandonata è aurea e cristallina, ben sostenuta da alcuni dei migliori sceneggiatori del tempo (Age&Scarpelli e Luciano Vincenzoni). Agnese Ascalone resta vittima di un suo inconsapevole tentativo di fuga dalle forme: è significativo che davanti al giudice, a un passo dal matrimonio col suo amato Peppino, Agnese esploda e gridi un sì esasperato che di fatto è un no. Una volta visto il suo sogno d’amore e matrimonio rimanipolato e camuffato sotto mille teatrini, Agnese non ne vuol più sapere. E’ la realtà che scalpita, che si ribella sotto il manto delle forme soffocanti, e che può trovare una sola via d’uscita nella pazzia (di nuovo Pirandello). La solitudine di Agnese, il suo statuto di mera funzione sociale in mano agli altrui conformismi sono ben raccontati in una delle sequenze più belle. Dopo incessanti urla, botte e schiamazzi, Agnese cammina da sola, di spalle, scacciata da Peppino lungo una strada sterrata, in una breve sequenza silenziosa. Il conformismo ha dato ad Agnese una veste ben precisa, e gliel’ha poi strappata via ferocemente a suo piacimento, lasciandola sola e senza vita.

Intorno alla funzionale Stefania Sandrelli (bella e aderente al ruolo, ma ancora doppiata) ruota uno squisito reparto d’attori siciliani: Lando Buzzanca, Leopoldo Trieste (in realtà reggino), il dimenticato Aldo Puglisi, Rocco D’Assunta. E soprattutto, interprete enorme e raffinato, il mai troppo ricordato Saro Urzì, caratterista di lungo corso che grazie all’incontro con Pietro Germi aveva visto ampliare sempre più la rilevanza dei suoi ruoli al cinema. Fino a Sedotta e abbandonata e al personaggio di don Vincenzo Ascalone, unica sua vera occasione da protagonista assoluto, che lo portò addirittura a vincere il premio per il miglior attore al Festival di Cannes. Garbato e furibondo, violento e sofferente: come la forma, che sul suo volto si deforma, incontrando la realtà umana.

Il blu-ray presenta extra piuttosto ricchi. Un contributo sulla vita e le opere di Furio Scarpelli (Il racconto prima di tutto), alcuni frammenti di montaggio alternativo, interviste a Stefania Sandrelli e Lando Buzzanca, alcuni provini originali di Stefania Sandrelli, una galleria fotografica e la locandina originale del film.

INFO
Sedotta e abbandonata sul sito della CGHV.
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