Mercuriales

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Due imponenti edifici identici nella periferia parigina, trionfo dei non luoghi, rappresentano il contesto in cui si muove un’umanità multietnica, con le sue storie su cui si concentra lo sguardo del giovane regista Virgil Vernier con Mercuriales, in concorso al Torino Film Festival.

Passi di danza sul vuoto

L’amicizia tra due ragazze, Lisa e Joane, che a Parigi gravitano attorno al centro economico La Défense e alle torri gemelle del gruppo Les Mercuriales. Entrambe modelle per un giorno, per il resto baby sitter, nullafacenti, amanti del ballo e delle notti selvagge, si muovono in un paesaggio di rovine. [sinossi]

Le torri gemelle del complesso Les Mercuriales, che svettano imponenti nel comune parigino periferico Bagnolet, sono l’esempio di un’architettura arrogante degli anni Settanta, cattedrali imponenti, parallelepipedi di cemento e vetro che si ergono sul nulla. Concepite sul modello del World Trade Center, realizzate appena due anni dopo, non possono che richiamare quell’iconografia che ha segnato l’inizio del Ventunesimo secolo – del resto richiamata in Mercuriales (presentato in concorso al Festival di Torino) quando i ragazzi, davanti a un falò, parlano dell’11 settembre –, quella dei crolli, delle macerie, di edifici totemici che si rivelano nella loro fragilità, e in definitiva un senso di decadenza e declino, di una società agli sgoccioli.

Il giovane regista Virgil Vernier ci introduce in questo mondo, mostrando da subito il sistema di sicurezza capillarmente organizzato che vige all’interno del complesso di edifici. Fatto dei mille occhi di telecamere onnipresenti e di un pannello di controllo che sembra una composizione astratta. Un messaggio chiaro di chiusura, tutela della proprietà privata, difesa da un mondo esterno ostile, il degrado delle periferie, da cui ci si può difendere anche reclutandone i personaggi marginali come agenti di security. Così rivedremo il ragazzo di colore nel corso del film, vigilante all’inizio nei due grattacieli, poi custode in un centro commerciale e infine militare con mitra e tuta mimetica. Potrebbe essere l’inizio di un documentario di Wiseman sui meccanismi e il funzionamento di un ente ma lo sguardo di Vernier si sposta, antropologicamente, sulla fauna umana che popola l’edificio, seguendone poi le storie.

Mercuriales è prima di tutto una visione urbanistica di desolazione, di un mondo dove coesistono casermoni, edifici in fase di demolizione, parchi, muri imbrattati, cimiteri per animali. Un mondo multietnico, un mondo di non-luoghi e non-persone. In questo contesto si muovono Lisa e Joane e le altre ragazze, hostess per un giorno, una vita all’insegna della vacuità, passando tra party, balli davanti a falò notturni all’aperto, a truccarsi e vestirsi, a orinare facendo insieme il bagno nella vasca. Ragazze che rivendicano la propria dignità, come nel momento, esemplare, dell’alterco con il ragazzo di fede musulmana. Ragazze dalla leggiadria simboleggiata dai passi di danza sul davanzale interno la grande vetrata panoramica. Tutte le premesse per candidare Virgil Vernier a nuovo Kechiche, con uno sguardo peraltro inedito allo stesso materiale del regista franco-tunisino, a quel mondo marginale delle banlieue. Peccato che si lasci andare a una serie di svolazzi autoriali davvero gratuiti. Non ci riferiamo tanto al coraggioso 16mm, con quel formato ad angoli smussati, con cui è girato il film, che comunque deve essere convertito in digitale, quanto alle immagini psichedeliche planetarie, o quelle simboliche, come il gufo che compare all’improvviso. Ma anche no. E allo stesso epitaffio finale che recita “Mercurio è il pianeta più freddo, più rapido, più veloce, da un suo lato è sempre giorno dall’altro è sempre notte, ci si sente molto leggeri perché la sua gravità è debole il cielo è nero senza nessuna variazione. non c’è l’aria”. Vernier si rivela lui stesso pretenzioso come le sue svettanti torri gemelle.

Info
La scheda di Mercuriales sul sito del Torino Film Festival
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