Big Significant Things

Big Significant Things

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Opera prima del giovane regista Bryan Reisberg, Big Significant Things ha il merito di portarci in un giro a vuoto nel profondo nulla della più estrema e desolata provincia americana, ma ammicca pericolosamente al club hippie del cinema indie da Sundance. Presentato in concorso al Torino Film Festival.

Detour, deviazione per il nulla

Craig sta per andare a vivere con la fidanzata, ma poco prima del trasloco racconta che ha un viaggio di lavoro e invece parte da solo in auto, verso il Sud degli States. Meta: la più grande sedia a dondolo del mondo, la più grande padella, la più grande stella al neon. Tra bugie telefoniche e incontri laconici, Craig s’immerge senza bussola nel ventre molle dell’America. [sinossi]

Quale delle due principali colpe di Robert Redford lo impiegherà di più nell’espiazione – quando passerà per il Purgatorio – l’aver interpretato Proposta indecente o aver lanciato il Sundance Film Festival? Da tanti anni ormai il secondo dei peccati ha generato una tendenza modaiola, di film che inseguono un trend sfacciatamente indie, una ricerca di carinerie facili, nella speranza di essere invitati al celebre festival nello Utah. Lo stampino di ‘film alla Sundance’, è palese anche in questo Big Significant Things, opera prima di Bryan Reisberg, pur non essendo stato, almeno non ancora, invitato alla manifestazione. Selezionato in concorso alla 32esima edizione del Torino Film Festival, Big Significant Things è un road movie, un viaggio nella desolazione del profondo Sud degli Stati Uniti. Un film che si tiene in piedi sul nulla, ma questo è anche il suo pregio, perché lo è consapevolmente.
Come ogni road movie che si rispetti, il percorso è un itinerario esistenziale, in questo caso una fuga dal mondo, da un ambiente che pretende delle responsabilità, da una vita ordinaria dove i ruoli sono tutti prefissati: Craig è in procinto di prendere casa con la fidanzata. Il protagonista simula un viaggio di lavoro, non può parlare di avventura in un contesto dove tutto è monetizzato e finalizzato al profitto. Il suo viaggio è in realtà un vagabondare, un errare, un girare a vuoto, all’avventura. Senza bussola ma con una sedia sdraio fissata sul tetto dell’automobile.

Tappe del viaggio, punti topografici artefatti in un paese che ha poca Storia, per elevarsi da un paesaggio anonimo sterminato, sono delle costruzioni fatte apposta per entrare nel Guinness dei primati, creando così dal nulla attrazioni turistiche. I non-luoghi devono diventare in qualsiasi modo luoghi, unici. Il più grande secchio in legno di cedro, la più grande sedia a dondolo del mondo (effigiata da una targa con scritto “Proudly made in America”), la bottiglia più larga del mondo, il più gran cavatappi del mondo. Feticci di una società che vuole primeggiare registrando inutili record, inventando nuovi primati. Come in quella classica vignetta di Topolino in cui Pippo, cercando disperatamente di diventare un’attrattiva da circo, finisce per autodefinirsi quale il nano più alto del mondo.
Un paesaggio desolato quello dell’America profonda. Fatto di tanti Bates Motel sul ciglio della strada, cittadelle da Far West, grandi distese aperte, uomini con boccale di birra perennemente in mano. Dove a un cartellone pubblicitario, a bordo dell’asfalto, che raffigura Gesù, ne segue subito un altro della Shell. Un mondo omologato interrotto solo da queste cattedrali fatte di nulla in un deserto di nulla. Tutti si fanno la fotografia davanti alla sedia più grande del mondo. E il regista blocca il fotogramma per un istante, in ogni luogo in cui passa Craig, aggiungendo la scritta, in caratteri pacchiani, sovrimpressa “Greeting from…” Mississippi, Alabama, Virginia. Tutto può essere nobilitato diventando cartolina, tutto, anche lo squallore più estremo, può diventare iconografia.

Info
Il trailer di Big Significant Things su Youtube
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