Buongiorno, elefante!

Buongiorno, elefante!

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Opera singolare su sceneggiatura di Cesare Zavattini e Suso Cecchi D’Amico, Buongiorno, elefante! di Ganni Franciolini risulta oggi una bizzarra e intelligente contaminazione cinematografica. Favola per tutti politico-metaforica di atmosfera surreale. Mustang e CG Entertainment lo editano per la prima volta in dvd.

Nella Roma della ricostruzione postbellica il maestro elementare Carlo Garetti incontra un giovane principe indiano che gli chiede di fargli da guida turistica. In cambio, il principe invia dall’India un piccolo elefante in regalo, che crea scompiglio nel quartiere. [sinossi]

A buttare per aria le carte del neorealismo nel 1952 arriva un elefantino, gettato là dove nessuno si aspetterebbe di vederlo. Ma ancor più del piccolo pachiderma, la Roma in faticosa ricostruzione postbellica è scompaginata dall’irruzione di Sabu, giovane star esotica scoperta da Robert Flaherty che aveva guadagnato grande popolarità nel mondo grazie ai film realizzati in Gran Bretagna e a Hollywood (fu Mowgli in Il libro della giungla, 1942, di Zoltan Korda).
Per affrontare un film tanto singolare come Buongiorno, elefante! di Gianni Franciolini, forse è utile ripartire dal titolo alternativo (Sabu, principe ladro) che dà la misura del peso divistico dell’attore indiano nel contesto internazionale dell’epoca. Dopo la guerra Sabu aveva visto calare rapidamente la sua stella e si era prestato alle più diverse offerte in Europa, fino ad approdare nel cinema italiano per questa occasione zavattiniana. Curiosamente, entrambi i titoli con i quali il film è circolato risultano inefficaci e fuorvianti.
Buongiorno, elefante! punta sulla bizzarra meraviglia di ritrovare un pachiderma in un angusto appartamento romano, ma l’apparizione dell’animale è tutta confinata nella seconda parte del film. Mentre Sabu, principe ladro opta decisamente per la mossa merceologica, enfatizzando il ruolo di Sabu nel film, che resta sì importante ma appare solo nel capitolo centrale per non più di venti minuti. Oltretutto, il riferimento al “principe ladro” mette in evidenza un elemento narrativo decisamente secondario nell’economia del racconto (Sabu compie ingenui furtarelli di resti storici e reliquie a Roma), tentando però di riallacciarsi in qualche modo all’atmosfera di avventura, meraviglia e peripezia che aveva caratterizzato la sua filmografia anglosassone (Sabu aveva partecipato tra gli altri a Il ladro di Bagdad, 1940, diretto a più mani anche da Michael Powell). Insomma, una volta riusciti ad accaparrarsi Sabu per poco più di un’ospitata, i produttori italiani tentarono di sfruttarne l’immagine più celebre, trascurando decisamente la coerenza tra film e titolo.

Buongiorno, elefante! ha infatti poco a che vedere col mondo cinematografico da cui Sabu proveniva, e si radica invece nel coté surreale della poetica zavattiniana, che aveva trovato una delle sue massime espressioni appena un anno prima con Miracolo a Milano di Vittorio De Sica. Stavolta l’elemento surreale non è dato soltanto dall’irruzione di inusitati animali e dalla presenza gentile di principi indiani in trasferta, ma è più profondo, più connaturato alla struttura del film. In primo luogo, infatti, Franciolini e Zavattini si concentrano sull’emersione del surreale in contesti prettamente credibili e realistici. È la realtà stessa a farsi surrealtà, a rasentare l’assurdo, nel rapporto schiacciante tra vita e processi produttivi.
Nella Roma pre-industriale e in fase di ricostruzione il film si sofferma infatti a raccontare i destini di un maestro elementare, Carlo Garetti, sposato con quattro figli che deve far fronte a un’umiliante indigenza economica. Vive in affitto sotto la costante minaccia di essere sfrattato, spera nei lavori parlamentari in corso per aumentare gli stipendi degli insegnanti, e intanto riesce a tirare avanti facendosi forte di uno spirito sognante e immaginifico. Nel centro storico di Roma viene avvicinato da un giovane principe indiano che gli chiede di fargli da guida turistica per una giornata. Dopo qualche mese, in segno d’affetto e amicizia il principe fa recapitare al maestro un dono inaspettato, un elefantino che Carlo si ostina a tenere in casa per la gioia dei figli, creando ovviamente enorme scompiglio in tutto il quartiere. Ci sarà un apparente lieto fine, in realtà amarissimo.

Come dicevamo, Franciolini sposa lo spirito surreale zavattiniano in primo luogo nella definizione del contesto sociale. Il maestro Garetti ricorda molto il profilo del travet, schiacciato da emergenti meccanismi produttivi che riducono l’esistenza a una serie di umiliazioni e rinunce. A ciò concorre ovviamente la situazione politico-sociale di un’Italia devastata, di cui ritroviamo tutti i luoghi più noti anche in ambito cinematografico (la crisi degli alloggi, le grane con gli affitti, la lentezza e inadeguatezza delle giovani istituzioni repubblicane nel far fronte agli enormi problemi della gente). Tuttavia, la forza del personaggio di Garetti risiede tutta nella potenza dell’immaginazione, in cui si assommano da un lato l’italica arte d’arrangiarsi, dall’altro un istinto spontaneo al sogno ad occhi aperti, più volte vistosamente enunciato (la macchia d’umido sulla parete che Garetti insiste per mostrare alla moglie come figura di cavallo).
A tale trasognatezza tipicamente zavattiniana rispondono i due elementi stranianti: il principe indiano e l’elefante, cartine di tornasole di egoismi e false coscienze altrui, che oltretutto sembrano creare un significativo cortocircuito espressivo col grande sogno del cinema hollywoodiano da cui provengono. In pratica, catapultati nel cinema delle italiche macerie e delle primarie necessità, le figure avventurose vagheggiate al cinema si tramutano in involontari generatori di caos e messa in discussione. Una contaminazione di mondi immaginati, con effetto finale di “rivoluzione culturale”: l’elefante Nabù è pura e ingenua anarchia.

Più volte nel corso della visione viene da chiedersi chi abbia avuto la “primogenitura” tra la sceneggiatura e il personaggio di Sabu, ovvero se il progetto del film prevedesse già l’ingaggio dell’attore indiano o se il suo personaggio sia stato creato/ampliato in un secondo momento con conseguente sviluppo del tema animale. L’apparizione di Sabu risulta infatti poco più di una parentesi in cui l’attore non fa altro che sorridere e intonare canzoncine per i bambini.
Tuttavia, nella sua bizzarra e sbilenca costruzione Buongiorno, elefante! mostra uno strano equilibrio, per lo più corroborato da un buon ritmo brillante e da una bella prova attoriale di Vittorio De Sica. Più di ogni altra cosa, a una visione odierna emana dal film di Franciolini un’idea di neorealismo in evoluzione, che rilegge se stesso aprendosi a nuove riflessioni e forme espressive. Il coté surreale della creatività zavattiniana si era manifestato in altre occasioni, ma nei primi anni Cinquanta, quando l’esperienza del neorealismo era già entrata in ampia fase discendente, Zavattini sembra l’unico a tentare di diversificarne gli indirizzi estetici, cercando insomma di trasformare il neorealismo in una sorta di “base comune” del cinema italiano dalla quale partire per dare luogo ad altre forme di cinema.
Buongiorno, elefante! ha infatti la veste di commedia brillante e superficiale, ma non può essere assolutamente sovrapposto al cosiddetto “neorealismo rosa” che di lì a poco s’imporrà in Italia in ambito commerciale. Sembra evocare invece un’idea originale di “cinema politico-metaforico per ragazzi”, ben lontano da intenti ideologici o indottrinanti. Del cinema per ragazzi il film di Franciolini e Zavattini conserva la meraviglia del visivo, sia pure timida e pauperistica (l’elefante, il principe indiano, le peripezie e il caos provocati dalla presenza dell’animale), il gusto per la gag cartoonesca, i numerosi ed edulcorati personaggi di bambini. Ma al contempo tramite una favola realistica e gentile i due autori introducono il pubblico dei ragazzi ai meccanismi dell’esistenza umana, alle facili disillusioni e alla dura realtà della vita moderna a ingranaggi. Sia chiaro, l’indirizzo estetico del film non è prettamente infantile secondo un preciso progetto editoriale (nessun film-Disney, per intenderci, avrebbe introdotto un personaggio-comparsa di prostituta); si tratta di una “favola per tutti”, che però mostra numerosi elementi destinati a un pubblico di ragazzi. Da grande sperimentatore quale era, Cesare Zavattini cercava nuove strade al neorealismo, seguendo una personale propensione alle atmosfere sognanti e al discorso per metafore. Strade che rimasero successivamente poco percorse o equivocate.

Extra: assenti
Info
La scheda di Buongiorno, elefante! sul sito di CG Entertainment.
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