De Palma

In De Palma, da un’inquadratura fissa e frontale, il regista di Scarface ci parla della sua filmografia. Alla regia c’è Noah Baumbach, ma non lo direbbe nessuno. Fuori Concorso a Venezia 2015.

Il regista è assente

Questo film è nato dal tempo trascorso con De Palma per più di dieci anni. È una conversazione intima tra registi che racconta la pluridecennale carriera di De Palma, la sua vita e il suo processo creativo.[sinossi]

Tra gli approcci al genere documentario, la prassi registica di un’autoimposta cancellazione della propria presenza, costituisce da un lato un grande malinteso, dall’altro un’affascinante, infantile utopia. Nel caso di De Palma, documentario dedicato al grande regista di Newark e firmato nientemeno che da Noah Baumbach insieme a Jake Paltrow, la coppia di registi pare però del tutto assente. Questo non significa che Baumbach e Paltrow siano riusciti là dove tanti hanno fallito, facendo fare un passo avanti alla prassi e alla teoria del documentario, tutt’altro, i due sembrano aver acceso la telecamera davanti a Brian De Palma, per poi uscire dalla stanza.

Se in De Pama emerge un senso di prossimità tra gli autori e l’oggetto della loro indagine, bisogna dire che questa si declina in realtà quale statica vicinanza domestico-geografica e non come un movimento verso il personaggio, mosso da un desiderio di conoscenza, comprensione o anche venerazione. È come se, avendo a disposizione un paio d’ore al giorno, i registi si fossero recati quotidianamente a prendere il tè dal “maestro”, per poi lasciare il compito alla sola mdp di raccoglierne la testimonianza, senza mai intervenire. In questo tipo di lavoro c’è un aspetto fondamentale di cui un regista deve tenere conto: porre le giuste domande. Nel caso di De Palma si può però usare serenamente il singolare: “la domanda” è stata una sola, quella di ripercorrere cronologicamente la propria filmografia.

Seduto in soggiorno, vestito di una camicia blu ton sur ton con la parete retrostante, di poco più chiara, Brian De Palma rievoca la sua carriera, dall’inizio fino ad oggi. Dopo brevi cenni biografici – l’infanzia con due genitori sempre sull’orlo della separazione, la passione per la scienza, l’incontro fatale con il cinema e i sodali della New Hollywood – il maestro inizia a parlare dei suoi film, mentre sullo schermo ne vediamo alcune sequenze.
Non siamo dunque dalle parti di Fritz Lang Interviewed by William Friedkin, altro lavoro dedicato a un maestro del passato e firmato da un quasi coetaneo (li dividono una decina d’anni) di De Palma, dove la presenza del regista/cinefilo era molto forte, tanto che a un certo punto il loro interloquire si trasformava in un avvincente inseguimento verbale. Qui infatti i due “discepoli” si autoeliminano, non osano fare domande o, come postulato sopra, hanno lasciato la stanza, per riguardarsi poi la registrazione più tardi.

Nonostante questa autorialità latente – dettata forse da un atto di modestia che vuole far riconoscere De Palma come unico e insoverchiabile padrone della scena – il film/non film di Baumbach e Paltrow riserva in ogni caso non pochi momenti di puro piacere cinefilo. Accanto infatti alle varie notizie universalmente note (i cenni biografici, l’amicizia con Spielberg, Lucas, Scorsese e Schrader) Brian De Palma fornisce una serie di aneddoti succosi, accompagnati da una brillante oratoria che oscilla tra i toni dell’autocompiacimento e quelli più intransigenti dell’autocritica. Quest’ultima è dedicata soprattutto ai flop al botteghino registrati nel corso della carriera, come Il falò delle vanità o al disastroso e acerbo Impara a conoscere il tuo coniglio, mentre a sorpresa De Palma dichiara di non amare molto Fury, pellicola che sente distante dai suoi temi abituali d’indagine. Non mancano naturalmente i cenni ai suoi problemi con la censura o con le associazioni femministe, che mal tolleravano, in anni in cui l’emancipazione era ancora un tema forte e rivendicato, le scene di violenza contro le protagoniste femminili dei suoi film. Preziosa è poi la dichiarazione sul fatto che all’interno di una carriera, un regista riesca a realizzare solo 2-3 finali di film veramente riusciti ma, ancor di più, strappa l’applauso il discorso su tecniche e pratiche dell’action contemporaneo. Ciò che ha ucciso il cinema d’azione è stata, secondo De Palma, la possibilità data dalle nuove tecnologie di pre-visualizzare le scene più dispendiose con la computer grafica. Questo ha bloccato, insieme al rischio, anche l’immaginazione degli autori, la loro possibilità di coreografare gli ingredienti in scena magari facendo anche affidamento alla “distrazione”, potente strumento in grado di spingere la tensione verso livelli più alti di quelli ottenuti da una pura e semplice sequela di tonanti esplosioni.

Non mancano poi definizioni paradigmatiche come “quando fai cinema i tuoi errori restano immortalati per sempre sullo schermo” o come il riferimento iniziale a Vertigo, film esemplare anche perché ammalia lo sguardo dello spettatore con una seducente bellezza che poi distrugge due volte. Con buona pace delle femministe, l’intera carriera di Brian De Palma ragiona, tra caleidoscopiche prodezze visivo, proprio su questo.
Nonostante dunque l’assenza dei suoi autori De Pama, grazie al piacere affabulatorio e al vivido sarcasmo del suo protagonista, riesce a coinvolgere e sedurre lo spettatore, ma da un autore cinefilo come Baumbach, era lecito aspettarsi qualcosa in più di un prolungato extra per DVD.

Info
La scheda di De Palma sul sito della Biennale
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