La vita è facile ad occhi chiusi

La vita è facile ad occhi chiusi

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Con due anni di ritardo, arriva nelle nostre sale La vita è facile ad occhi chiusi, trionfatore ai Goya: quello di Trueba è un singolare road movie, con cui il regista prosegue la sua indagine sulla storia recente del suo paese.

Innocenza e trasformazione

Nella Spagna del 1966, un professore di inglese si mette in viaggio verso l’Almeria, in Andalusia: il suo scopo, incontrare John Lennon, che si trova nella regione per le riprese del film Come ho vinto la guerra. Il professore, che vuole far correggere a Lennon alcuni testi delle canzoni dei Beatles, che utilizza per le sue lezioni, incontra sulla sua strada due giovani: una ragazza incinta in fuga da un istituto, e un adolescente che ha appena lasciato una famiglia soffocante. L’amicizia tra i tre sarà quasi immediata… [sinossi]

Trionfatore dell’edizione 2014 dei premi Goya, e giunto tardivamente nelle sale italiane, La vita è facile ad occhi chiusi è tuttora l’ultimo lungometraggio dello spagnolo David Trueba: artista eclettico, con un’attività divisa tra cinema, televisione e letteratura, e fratello del più anziano Fernando (di questi si ricorderà, tra le altre cose, l’Academy Award vinto nel 1994 dal suo Belle Époque). Il titolo, tradotto fedelmente dallo spagnolo, farà accendere probabilmente una lampadina in testa agli appassionati di rock di vecchia data (e non solo): living is easy with eyes closed è infatti un passaggio di uno dei più noti brani dei Beatles, Strawberry Fields Forever. Proprio intorno a uno spunto legato alla band inglese, e in particolare alla figura di John Lennon, Trueba ha costruito l’ossatura di questa sua opera: l’ispirazione, in particolare, è la vera storia del viaggio del professore d’inglese Juan Carrión, che nel 1966 incontrò John Lennon in Almeria, sul set del film di Richard Lester Come ho vinto la guerra. Dal viaggio di Carrión (che aveva lo scopo di chiedere a Lennon la correzione di alcuni testi trascritti sul suo quaderno, che l’uomo voleva insegnare ai suoi alunni) Trueba trae una sorta di road movie di formazione, che vede l’incontro del professore con due outsider della Spagna del regime, una ragazza incinta in fuga e un inquieto adolescente, figlio di un poliziotto.

Concentrandosi sugli anni ’60, periodo di modifiche radicali di mode e costumi (e di conseguenti conflitti) il regista continua con questo film la sua indagine sulla storia recente del suo paese: colpisce, tuttavia, lo scarto netto, a livello di estetica e atmosfere, col suo precedente lungometraggio del 2011, il dramma Madrid, 1987. Laddove quest’ultimo, infatti, era un singolare, quasi opprimente kammerspiel che vedeva protagonisti una studentessa e un vecchio intellettuale, qui troviamo una messa in scena ariosa, che sfrutta e si nutre dei paesaggi montani dell’Almeria, e che abbraccia in modo sfacciato (e piuttosto esplicito) la promessa di libertà a cui i suoi personaggi anelano. Un approccio quasi speculare, quello dei due film, in cui si può leggere in fondo una sorta di paradosso: se di un periodo come quello degli anni ’60, in cui la Spagna attraversava gli anni più bui del regime, vengono messe in luce le energie e le spinte di trasformazione (personale e sociale), gli anni della riconquistata libertà sono invece quelli del ripiegamento, di un cinismo solipsistico, di una mancanza di senso e direzione che avrebbe coinvolto soprattutto gli intellettuali. L’ottimismo che si respira (in modo non sempre misurato, ma sostanzialmente sincero) in questo film, è in fondo inscindibile dalla consapevolezza, frutto degli anni successivi, di come libertà e progresso sociale non siano dati acquisiti, men che meno conquiste su cui adagiarsi.

Ma il professore interpretato da Jàvier Camara (lo si ricorderà in Parla con lei di Pedro Almodóvar) non è (ancora?) il cinico giornalista del precedente film di Trueba; e i giovani Belén e Juanjo hanno un approccio non velato dal disinteresse e dalla sfiducia dilaganti che caratterizzerà le successive generazioni. Il loro viaggio, frutto di una sintonia di percorsi e volontà, è solare, emblematico di una ricerca inquieta (che avrebbe coinvolto l’intera società occidentale) quanto ancora intimamente ottimista, utopico nella personificazione stessa della sua meta (non a caso Lennon, figura di sfondo e idea – più che reale obiettivo – viene inquadrato in una singola sequenza, in campo lungo). Il non luogo, sospeso in uno spazio apparentemente incontaminato, della locanda poco lontano dal set, funge da accumulatore e catalizzatore di energie, ma la sua stessa natura non può evitare il contatto con l’esterno: i rozzi contadini che si fermano nel bar ne sono esempio e personificazione. La sceneggiatura evita le trappole di una mera e stucchevole fuga verso il sogno (ancora così informe e generico) col costante contrappunto della violenza: l’atto di schiaffeggiare qualcun altro, che coinvolge tanto il padre di Juanjo, quanto i colleghi di Antonio (e persino il giovane disabile Bruno) sembra quasi la normale modalità di approccio verso ciò che è diverso, incomprensibile.

Non tutto gira (sempre) nel migliore dei modi, nello sviluppo narrativo del film di Trueba: se il personaggio del protagonista è quello più prevedibile e – in fondo – stereotipato (una sorta di Candido contemporaneo, Peter Pan in abiti borghesi con azioni, e reazioni, anticipabili quasi al singolo dettaglio) più sostanza e sfaccettature troviamo nei due giovani co-protagonisti; che non a caso lasciamo in viaggio verso un futuro tutt’altro che delineato, gravato da pesanti incognite, e da reimmaginare per entrambi. Il regista gioca la carta della messa in scena esplicita, della tesi trasparente, della valorizzazione del paesaggio in chiave utopica e interiore; ma non sempre (vedi un’emblematica, e poco credibile, sequenza posta nei minuti finali) trova la giusta misura per approcciare tutto ciò. Il montaggio mostra a tratti qualche difetto di raccordo, ellissi narrative difficilmente giustificabili che denunciano (forse) una troppo frettolosa confezione del cut finale. Nondimeno, il commento sonoro di Pat Metheny (coerente, ma mai invadente), riesce a supplire all’approccio non sempre equilibrato e misurato alla storia; mentre l’indubbia onestà, intellettuale e artistica, che muove l’operazione, fa in gran parte soprassedere sui limiti della sua confezione.

Info
Il trailer di La vita è facile ad occhi chiusi.
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