A Simple Goodbye

A Simple Goodbye

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In concorso al Torino Film Festival 2015, A Simple Goodbye è l’opera seconda della regista cinese Degena Yun. Famiglia, tradizione e modernità, vita urbana e vita rurale e un omaggio al padre Saifu, regista a sua volta. Un compitino ben svolto ma nulla di più.

Confucio non abita più qui

Dopo anni trascorsi in Inghilterra, una giovane donna torna a Pechino dove il padre sta morendo di cancro. I genitori sono tornati a vivere insieme per fronteggiare la situazione, ma mal si sopportano. A poco a poco la figlia entra in relazione col padre, mentre l’uomo si riappropria del suo passato, delle sue radici, di regista cinematografico in Mongolia, dei suoi sogni. [sinossi]

Presentato in concorso al Torino Film Festival 2015, A Simple Goodbye è l’opera seconda della regista cinese Degena Yun. Tutta una serie di tematiche, la famiglia, tradizione e modernità, vita urbana e vita rurale e un omaggio al padre Saifu, regista a sua volta. Un compitino ben svolto ma nulla di più.
Siamo nell’autunno inoltrato del 2012, come recita la prima didascalia all’inizio del film. Il tardo autunno che è l’autunno della vita, come insegna per esempio il cinema di Ozu. E in onore del maestro giapponese il film comincia a raccontare di una riunificazione famigliare. Ma si tratta di una riunione forzata dagli eventi. Il patriarca è malato di cancro, imbottito di chemio, ma senza speranza. Torna la moglie, da cui si era separato, per l’emergenza della situazione, ma è evidente l’artificiosità di questo legame: i due rimangono sostanzialmente dei separati in casa. Torna la figlia, che studiava in Inghilterra, che pure sembra poco partecipe alla situazione. Tendente all’anoressia e perennemente incollata al suo smartphone, come pure del resto il padre, e lei stessa in un rapporto freddo con il fidanzato: l’incomunicabilità e l’alienazione della vita moderna della grande città secondo atmosfere fortemente debitrici al cinema di Tsai Ming-liang (vedi la panchina come nel finale di Vive l’amour). Un tasto su cui la regista batte troppo forte, in modo didascalico e con metafore ovvie e metafore spiegate.

A Simple Goodbye affida i suoi snodi narrativi a dei giochi cui partecipano i personaggi in situazioni reiterate: gli scacchi, le fiches, le bische, il testa o croce come gioco della verità. La funzione del gioco è quindi quella di incanalare, esplicitando la casualità della vita, delle diverse strade che si possono imboccare. Se la condizione terminale del padre è la chiara metafora della metastasi della società patriarcale cinese di stampo confuciano, se le funzioni e le disfunzioni corporee sono quelle di un’intera società, la regista Degena Yun inserisce tutta una serie di elementi di frizione tra una modernità cinese sul modello occidentale che galoppa a un ritmo forse troppo veloce perché possa essere pienamente metabolizzata – simboleggiata anche dalle attrezzature mediche moderne quando il padre si sottopone a una tac – e una tradizione che a fatica si tenta di dilavare, la superstizione, gli oracoli de I Ching, i simboli animisti, il quadro degli antenati, la madre che fa il bucato, la zuppa d’agnello, un piatto che rinvigorisce per le sue proprietà nutritive, per il trasferimento dei principi giovanili dell’animale a chi lo mangia. Ma la tradizione diventa quella del cinema, di una magnifica ossessione di cinema. Solo in un momento inoltrato del film scopriamo che il personaggio del padre è stato un regista nella Mongolia da cui proviene. Lo vediamo quando i suoi vecchi collaboratori vanno a trovarlo e rivedono con nostalgia immagini di un loro film che sembra un film di cappa e spada con i cavalieri che sparano nella steppa. Le immagini provengono proprio da un film, The Sorrows of Broke, del padre della regista, Saifu, morto nel 2005. Degena Yun esibisce qui le carte dell’autobiografismo.

L’inverno, la neve. Il padre che muore, la Mongolia interna, i paesaggi desolati, i villaggi che si contrappongono a una Pechino pervasa di foschia, il mangiare, le canzoni mongole, i costumi tradizionali e la figlia che dice “Tu sei mia mamma”. Il percorso è compiuto, la consapevolezza famigliare è stata raggiunta, il viaggio della ragazza è terminato tra Inghilterra, Pechino e Mongolia, tra la patria acquisita, quella natia e quella degli antenati alla scoperta delle proprie origini. Ma le stagioni ritornano ciclicamente, dopo l’inverno c’è sempre una primavera. E a garantire questa ciclicità della vita non è solo la concezione orientale, rappresentata dal bimbo che si vede alla fine, ma è ancora il cinema o il metacinema. La voce off del padre, che si crede viva ancora attraverso il cinema.
Tante cose, tanti elementi interessanti ma il film non riesce a trovare la sua dimensione. La regista ha studiato bene i maestri, ha applicato la lezione in un compitino ben fatto, ma nulla di più.

Info
A Simple Goodbye sul sito del TFF2015.
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    Nata nel 1984 a Ulaanbaatar, in Mongolia, e trasferitasi dal 1988 a Berlino, Uisenma Borchu si è diplomata in cinema documentario alla Hochschule für Fernsehen und Film München. Schwarze Milch è il suo secondo lungometraggio. Abbiamo incontrato Uisenma Borchu durante la 70 Berlinale.

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