Pelé

Primo biopic dedicato al leggendario calciatore brasiliano, puntuale nella ricostruzione storica e non privo di fascino nel coté visivo, Pelé inciampa in una narrazione stancamente celebrativa, stereotipata e priva di zone d’ombra.

La figurina di un mito

Nato e cresciuto nel povero villaggio brasiliano di Bauru, figlio di un ex calciatore costretto al ritiro, il giovane Edson Arantes Do Nascimento inizia un’irresistibile scalata ai vertici del calcio mondiale, arrivando alla convocazione per i Campionati del Mondo a soli 17 anni, e trovandosi a prendere su di sé il destino di una nazionale ferita e umiliata… [sinossi]

È difficile, specie laddove si sia appassionati di pallone, sfuggire al fascino di un progetto come questo Pelé, primo biopic dedicato all’uomo che tuttora viene considerato come la maggior leggenda del calcio mondiale. Difficile per il potenziale prettamente cinematografico delle azioni di O’Rei (molti ricorderanno il suo ruolo in Fuga per la vittoria di John Huston, con la sua ormai iconica rovesciata nei minuti finali), difficile per il carattere evocativo di una vicenda sportiva e umana che si fa epopea nazionale: iniziata nei bassifondi di un povero villaggio brasiliano e arrivata fino alle vette dello sport mondiale. Difficile, anche, in quanto racconto noto ai più nelle sue linee generali, ma finora mai trattato in forma di fiction dal grande schermo. Un progetto dai tratti inevitabilmente celebrativi (sarebbe stato probabilmente ingeneroso chiedere altrimenti) nato dalla volontà dello stesso ex calciatore e concepito con i caratteri estetici (e i capitali) di una grande produzione hollywoodiana.

Affidato alle mani dei fratelli Jeff e Michael Zimbalist (un background essenzialmente documentaristico) Pelé muove dall’infanzia del personaggio, concentrandosi dapprima sui rapporti del protagonista con genitori e coetanei, e descrivendone contestualmente le prime imprese col pallone. Si nota fin dai primi minuti l’attenzione per il contesto sociale e umano mostrata dai due registi, frutto di un’efficace traduzione della loro impronta documentaristica in un progetto dai tratti narrativi: efficace la resa visiva delle condizioni di vita nella cittadina in cui il protagonista cresce, efficace l’atmosfera, tra desolazione suburbana e ottimismo della volontà, che impregna la comunità e i suoi abitanti. La prima parte del film (narrata come un lungo flashback, seguito all’ingresso in campo di un Pelé diciassettenne nei quarti di finale mondiali contro l’URSS) segue il protagonista dalla sua infanzia all’adolescenza, ponendolo in continuo rapporto dialettico con l’ambiente e le figure di riferimento nella sua formazione (umana e sportiva); abbozzando inoltre il tema della rivalità, di provenienza e classe sociale prima che calcistica, con l’altro futuro campione José Altafini.

Attento e puntuale nella ricostruzione macrosociologica e storica, persino affascinante laddove narra (con un excursus a metà tra il racconto storico e la trasfigurazione fiabesca) le origini della ginga (lo stile di gioco che si sarebbe affermato come tratto distintivo del calcio brasiliano nel mondo) il film dei fratelli Zimbalist arranca tuttavia, in modo evidente, quando si tratta di sviscerare il privato del personaggio. Concentrato, per scelta, sull’infanzia e l’adolescenza del calciatore, il film resta ingabbiato nello schema di un racconto di formazione stereotipato e convenzionale, che procede a colpi di forzature e parentesi grossolanamente melodrammatiche (la morte dell’amico durante l’infanzia del protagonista) e propone una serie di personaggi di contorno, dai compagni di squadra ai due allenatori, di evidente superficialità. Risultato, questo, della scelta da parte dei due registi (anche autori dello script) di puntare sul coté visivo e sul potenziale spettacolare della vicenda, tralasciando (forse consapevolmente, forse per scarsa dimestichezza con la dimensione del biopic) l’aspetto umano e personale della vicenda.

L’O’Rei adolescente raccontato dai fratelli Zimbalist, quindi, resta al di qua della dimensione della figurina celebrativa, della narrazione monocorde e risaputa di un mito, dell’immagine cristallizzata che (pur colta nella prima fase della vita) non riesce mai ad assurgere a vero carattere narrativo. Nonostante gli sforzi dei due giovani interpreti (Leonardo Lima Carvalho e Kevin de Paula rispettivamente a vestire i panni del Pelé bambino e di quello sedicenne) la descrizione del personaggio si muove sui binari più risaputi e prevedibili, non riuscendo mai ad acquisire consistenza e credibilità come soggetto di un biopic. Un sentore di levigatura e appiattimento delle (appena accennate) zone d’ombra del soggetto, che solo in parte viene mitigato da una regia dinamica ed efficace, che dà il meglio (malgrado qualche parentesi digitale ai limiti del kitsch) durante le riprese degli incontri. L’epopea umana e sportiva che ambisce a diventare nazionale, la favola di un riscatto e di un’ascesa che puntano a farsi orgoglio di una comunità ferita, restano costretti nelle strette maglie di un racconto monocorde, grossolanamente adattato a una dimensione celebrativa (il film sarebbe dovuto uscire in concomitanza con i Mondiali del 2014) ma poco credibile come biografia filmata.

Questo primo Pelé da grande schermo, quindi, finisce per affondare sotto la presunzione di autosufficienza (e di lucentezza riflessa, inammissibile in un biopic) del suo soggetto. Stante l’incapacità del film di raccontare l’uomo, è forse preferibile, per l’appassionato, rivolgersi al tanto materiale di repertorio che continua a testimoniare di una vicenda sportiva e umana difficilmente replicabile.

Info
La pagina dedicata a Pelé sul sito della M2 Pictures.
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