Mother’s Day

Mother’s Day

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Con Mother’s Day, Garry Marshall ripropone la formula sperimentata nei suoi due precedenti film, in una commedia sentimentale grossolana, zuccherosa e dalla fastidiosa patina finto progressista.

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Nella settimana che precede la Festa della mamma, si incrociano le storie di un variegato gruppo di donne: da quella divorziata, che deve fare i conti con la nuova matrigna dei suoi figli, a quella che cerca di trovare la sua madre naturale, fino alla figlia che cerca di recuperare un rapporto coi suoi genitori dopo un matrimonio non approvato. [sinossi]

Dopo San Valentino e Capodanno, la Festa della mamma. Cambiano i giorni e le ricorrenze, per l’ultimo Garry Marshall, ma non cambia la formula; ancorata di nuovo a una struttura corale che fa incontrare, sfiorare, a volte collidere, le vite di un insieme di personaggi (rigorosamente interpretati da star) intorno a un evento festivo. Un formato già sperimentato in modo proficuo nei precedenti Appuntamento con l’amore e Capodanno a New York: e ora replicato in Mother’s Day, a chiudere (forse) quella che pare un’ideale trilogia. Cineasta navigato, proveniente dalla televisione (una televisione, invero, molto diversa da quella attuale) Marshall sa da sempre come sfruttare mode e trend, spremendone le premesse e riutilizzandone fino ad usura le formule, con minime variazioni. Eppure, al nostro occhio, e al netto della sua moderna confezione, una commedia come questa appare irrimediabilmente datata. Datata per tematiche, sguardo sui personaggi, modalità di approccio alle storie raccontate, più che per una struttura collettiva in fondo in linea col gusto moderno. Assistendo alle storie dei personaggi interpretati da Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts e compagnia, sembra di essere di nuovo negli anni ‘90. Con un déjà-vu indistinto e diffuso lungo tutta la visione, ma tutt’altro che piacevole.

Pur all’interno di un genere standardizzato, dai paletti invero molto rigidi, come quello della commedia sentimentale (trasformata qui in una sorta di commedia familiare, con al centro il tema della maternità), ciò che colpisce in negativo è la consapevole pochezza, la grossolanità di approccio, la programmatica mancanza di credibilità, che accomunano personaggi e storie messi in scena dal film. È sempre da mettere in conto un certo quantitativo di melassa, quando ci si accosta a un prodotto come questo; era tuttavia meno scontato, in questo caso, che questa fosse sparsa in dosi tanto generose, con tanta smaccata (e voluta) assenza di controllo, al punto da fagocitare qualsiasi ulteriore, accennata istanza del soggetto. Siamo dalle parti di una vera e propria pornografia dei sentimenti, celata sotto una confezione lieve e all’interno di un contenitore per famiglie: con la consistenza e la credibilità di uno spot pubblicitario dal sapore (anche quello) di qualche decennio fa. Non si fanno problemi, Marshall e i suoi co-sceneggiatori, a introdurre motivi e passaggi narrativi di cui si riescono ad anticipare, con larghissimo anticipo, sviluppi e conclusioni: l’effetto sembra al contrario fortemente voluto, tutto teso a stimolare un supposto piacere del riconoscimento (e una malintesa gratificazione spettatoriale) che cozza contro il carattere dozzinale del materiale presentato.

Un ulteriore elemento che infastidisce, in un prodotto che in fondo si potrebbe anche accantonare come inoffensivo, datato epigono di un cinema che continua a proiettare (male) la sua influenza sull’odierna Hollywood, è la sua patina fintamente progressista, forzatamente adeguata ai gusti e alla sensibilità moderni. Una caratteristica che svela il carattere tutt’altro che neutro, e “innocente”, di operazioni come quella di Marshall. Così, in linea col possibile, futuro approdo di un presidente donna alla Casa Bianca (con la sua conseguente nomina di comandante in capo delle forze armate) il film mette in scena il dolore di un ex militare che ha perso sua moglie, a sua volta marine, rigorosamente da piangere tra le tombe degli altri veterani; così, i reazionari (e palesemente repubblicani) genitori di Jesse e Kristin, rispettivamente sposate con un indiano e con una donna, riescono agevolmente ad accettare le relazioni delle due ragazze, facendo il minimo sindacale di sforzo. I due personaggi, inconsistenti anche dal punto di vista narrativo, sono anzi presentati come simpatici, attempati vecchietti, dalle antiquate ma rivedibilissime convinzioni. E poi, tanto per un malinteso senso di par condicio, il personaggio della madre dell’indiano (altro inserimento tutt’altro che casuale) viene introdotto dalla sceneggiatura come quasi altrettanto intollerante. Siamo di fronte alla lezione (storpiata) di Indovina chi viene a cena, aggiornata all’epoca di Obama e delle conversazioni via Skype.

In tanta, smaccata dozzinalità, nel fastidioso profluvio di patetismi e sentimentalismi d’accatto, quasi non si fa caso al ritmo intermittente del film, alla mancata calibrazione tra il peso (e la mera presenza sullo schermo in termini di minuti) tra le storie presentate, all’inconsistenza del personaggio di un’imbalsamata (e inespressiva) Julia Roberts. Quando quest’ultima inizia a narrare la sua storia, e a giustificare l’abbandono, in gioventù, dell’appena ritrovata figlia, è molto difficile riuscire a mantenere la concentrazione. Così come è difficile non distrarsi (o resistere alla tentazione di abbandonare anzitempo la sala) quando, sui titoli di coda, ci viene offerta la consueta dose di veri o presunti ciak sbagliati: ulteriore suggello di una stucchevole, gratuita ricerca di un mood anni ‘90, giustificato solo in virtù di una totale assenza di idee estetiche e di contenuto.

Info
Il trailer di Mother’s Day su Youtube.
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