Mon ange
di Harry Cleven
Presentato al Trieste Science+Fiction – Festival della fantascienza, Mon ange, film fantastico che sfrutta l’eterno tema dell’uomo invisibile per raccontare una delicata storia d’amore adolescenziale. Un film che porta la fortissima impronta surreale del suo produttore, Jaco Van Dormael.
Anche l’occhio vuole la sua parte
Devastata dal dolore a causa della misteriosa sparizione del suo amante, mago di professione, Louise viene internata in un ospedale psichiatrico. Nove mesi dopo dà alla luce Angel, un bambino con un dono incredibile: è invisibile. Per proteggerlo dalla crudeltà del mondo esterno, la madre cela a tutti la sua esistenza. Angel cresce abbastanza normalmente finché non incontra Madeleine, una ragazzina cieca che ha circa la sua età e vive nei dintorni. I due presto si innamorano e diventano inseparabili, anche se Madeleine non è a conoscenza dell’invisibilità di Angel. Finché, un giorno, Madeleine fa un annuncio che metterà a soqquadro le loro vite: presto riguadagnerà la vista. [sinossi]
È attore e regista il belga Harry Cleven, e, nella prima delle sue vesti, ha avuto modo di partecipare a opere del cineasta connazionale di grande successo, Jaco Van Dormael, a partire dal film che lo impose all’attenzione, Toto le héros – Un eroe di fine millennio, per arrivare ai più recenti Mr. Nobody e Dio esiste e vive a Bruxelles.
Non sarà un caso quindi che il suo film, Mon ange, passato al Trieste Science+Fiction – Festival della fantascienza, da Van Dormael prodotto, risulti fortemente in debito con le atmosfere, le suggestioni e il tono surreale e grottesco che hanno fatto il successo del cinema del Maestro.
In Mon ange c’è poco a che vedere con la science fiction, anche se il tema cardine del film, l’invisibilità, appartiene al repertorio classico del genere. Siamo più dalle parti del fantastico – non si azzarda nemmeno una spiegazione pseudoscientifica al fenomeno in oggetto – e anzi, coerentemente con la sensibilità del produttore, come si è detto, dalle parti dell’opera dall’impianto metaforico, dal tono surreal-grottesco, dove l’invisibilità è un modo per parlare della diversità, dell’emarginazione, dell’amore, dell’adolescenza e in definitiva della vita.
L’escamotage narrativo parte da un gioco di prestigio finito male, un po’ come succede nell’episodio di Woody Allen Edipo relitto di New York Stories o in Songs from the Second Floor di Roy Andersson. Il mago scompare e la sua compagna, caduta in depressione partorisce un figlio invisibile. Tutto avviene in modo surrealmente naturale, non c’è drammatizzazione o enfasi di questa situazione impossibile. E permane il dubbio che sia un sogno, un bambino immaginario, il prodotto onirico di una mente malata. O un angelo come suggerito dal suo stesso nome. Tant’è che la donna nasconderà al mondo questa sua creatura, cosa peraltro non difficile.
L’infanzia del bambino è un’infanzia colorata e ovattata, dai colori pastello e dai prati fioriti – e qui torna tutto lo spirito di Toto le héros – ma anche con i tanti effetti flou che torneranno nel film. “Mamma, com’è vedersi allo specchio?” chiede il bambino invisibile, in una presa di consapevolezza della sua “diversità”, della sua marginalità e del suo isolamento dal mondo. E ancora non è difficile scorgere lo zampino di Van Dormael nella sua sensibilità verso i disabili e le persone con Sindrome di Down. E la rottura dell’emarginazione avviene proprio nell’incontro con un’altra marginalità, una bambina cieca, presentata con una veste bianca in mezzo ai fiori, l’unica che non può percepire la diversità di Angel.
La vita di due esclusi, il loro innamoramento adolescenziale, la loro crescita insieme, avviene sempre in una dimensione fiabesca, in una villa con un rigoglioso giardino, su un lago – una casa di bambole, un principe e una principessa –, con momenti dolcissimi, lui che la tiene in braccio, sembrando così che galleggi nell’aria, o la spinge sull’altalena. Il bosco prospiciente, la natura, con i raggi luce che filtrano, ammanta tutto di una dimensione arcadica, mentre la bambina che nuota sott’acqua, in una situazione ricorrente, ricrea la poesia di L’Atalante. E il momento del dolore, della perdita della madre, non può che avvenire in contrasto anche cromatico, in bianco e nero.
Madeleine potrà guarire dalla sua cecità, tramite un’operazione, e rientrare così nella “normalità” e verrà dunque il momento dell’accettazione di Angel, tormentata, del suo rivelarsi per la sua peculiarità, per essere “diversamente visibile”. E verrà, per i due ragazzi ormai cresciuti, anche il momento della sessualità, dove Harry Cleven gioca anche quelle poche carte da illusionista negli effetti speciali, vedi la scena dello schiacciamento del seno di lei. Una scena dove si gioca anche sull’evocazione sensoriale, dei profumi. Si tornerà quindi ai giochi di magia, a raffinatezze estetiche come le sovrapposizioni con tende, e, con la gravidanza di Madeleine alla chiusura di un ciclo.
Il tema dell’uomo invisibile è antichissimo, nella letteratura e nel cinema. Ma qui siamo lontani dalla sindrome di onnipotenza che porta alla malvagità che teorizza Platone nella Repubblica, concetto ripreso da Paul Verhoeven nel suo L’uomo senza ombra, una delle tante incarnazioni cinematografiche dell’uomo invisibile. Harry Cleven usa questa dimensione di fantasia per raccontare invece, con delicatezza, le tappe della vita, la nascita, la crescita, la perdita dei genitori, l’amore.
Info
La scheda di Mon Ange sul sito del Trieste Science+Fiction.
- Genere: fantastico
- Titolo originale: Mon ange
- Paese/Anno: Belgio | 2016
- Regia: Harry Cleven
- Sceneggiatura: Harry Cleven, Thomas Gunzig
- Fotografia: Juliette Van Dormael
- Montaggio: Matyas Veress
- Interpreti: Elina Löwensohn, Fleur Geffrier, François Vincentelli, Hannah Boudreau, Maya Dory
- Colonna sonora: George Alexander van Dam
- Produzione: Après le Déluge, Climax Films, Savage Film, Terra Incognita Films
- Durata: 79'

Trieste Science+Fiction Festival 2016
Trieste Science+Fiction 2016 – Presentazione
Intervista a Jaco Van Dormael
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Mr. Nobody