La morte in diretta

La morte in diretta

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Profezie d’inizio anni Ottanta che si rivelano (tragicamente?) reali vent’anni dopo. Visto oggi La morte in diretta di Bertrand Tavernier rischia di sembrare pressoché realistico nella sua previsione dell’invadente strapotere televisivo e mediatico. Robusto melodramma con Harvey Keitel e una splendida Romy Schneider. Al TFF in Cose che verranno.

Il futuro nel passato

In un futuro decisamente prossimo, Roddy si fa impiantare due microcamere negli occhi per prestarsi a strumento di un programma televisivo ventiquattro ore su ventiquattro che deve documentare la morte in tempo reale di malati terminali. La prossima designata è Katherine, scrittrice di romanzi d’amore che per comporli si avvale di un singolare metodo computerizzato. La donna apprende di avere pochi mesi di vita e, benché disgustata, accetta di diventare il soggetto dello show televisivo. Salvo poi ripensarci e darsi alla fuga, inseguita da Roddy, incaricato di trasmettere gli ultimi giorni di Katherine tramite le sue microcamere oculari… [sinossi]

Primo dato. Qualche volta il cinema futuribile, quello che s’interroga sulle probabili derive comportamentali dell’essere umano proiettandolo negli anni a venire, ci indovina. Capita di rado, ma talvolta accade. Trasposizione di un romanzo di David G. Compton, La morte in diretta (1980) di Bertrand Tavernier non faceva altro che proiettare il mezzo televisivo in un più che probabile strapotere, e saggiamente il film sceglieva infatti di non ritrarre il futuro come qualcosa di scenograficamente distante da noi. Senza dare indicazioni precise l’epoca narrata nel film evoca un mondo in tutto simile a quello coevo alla sua realizzazione; di diverso e straniante vi è soltanto l’utilizzo di nuove attrezzature, in cui prevalgono ovviamente la televisione e il computer, e le microcamere impiantate direttamente nell’occhio umano.

Altro dato, estremamente curioso: quel che serve per dare immagine di futuro in un film del passato, se rivisto dopo quasi quarant’anni, finisce in uno strano territorio senza tempo. Per intenderci, il programma informatico che la protagonista utilizza per comporre romanzi in automatico tramite varianti combinatorie di storie vecchie non è stato ancora realizzato ai giorni nostri (o almeno non commercializzato: può darsi che in qualche parte del mondo vi sia un ricercatore folle che ha tentato pure questa strada), ma nel film è collocato su un computer che a vederlo fa piegare dalle risate; uno schermo nero a fosfori verdi, che si autodigita sotto impulsi sonori della voce umana. Qualcosa di molto simile, insomma, a un Olivetti d’epoca, oltretutto di spessore enorme. Pure le televisioni protagoniste del film sono ovviamente pezzi d’antiquariato, testimonianze di un cosiddetto “futuro nel passato”. Quindi prima di ogni altra cosa La morte in diretta assume i tratti di un oggetto culturale che attesta la nascente invasione di device elettronici nella vita di allora, e al di là di ciò che concretamente racconta, registra un “preistorico” senso di estraneità nei confronti di tali strani e nuovi oggetti.

A cavallo tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta dev’essere stata una percezione violentissima, capace di informare opere cinematografiche protese alla registrazione di un brutale atto di esproprio nei confronti dell’essere umano. Questi strani oggetti dallo schermo scuro, i caratteri verdi, lo spessore enorme, con la facoltà di effettuare operazioni complesse per conto proprio, sono raccontati come esseri doppiamente mostruosi, poiché da minaccia lontana e visionaria si sono trasformati in effettiva presenza quotidiana nelle case di alcuni, e da lì a un quindicennio, di tutti. In tal senso La morte in diretta appare ad occhi odierni decisamente didascalico e moralistico (tratto, del resto, non alieno al cinema di Tavernier), ma anche perché probabile frutto di un generale spavento nei confronti di un passaggio epocale nella cultura e pratica mondiale. Se il soggetto del film è tutto centrato sulla mostruosità della televisione, d’altro canto il discorso si espande a ricomprendere nel grido d’allarme tutto un mondo in via di trasformazione, in cui la memoria umana è sempre meno utile. In cui l’uomo è sempre meno utile. O meglio, in cui l’uomo è utile soltanto per essere gettato in pasto ad altri. Il discorso sulle derive del mondo digitale, sulla mercificazione della tv-verità, sui reality show e sulle relative perdite d’identità è ormai materia ben risaputa, che taglia trasversalmente il mondo del pensiero attuale dagli argomenti dei programmi televisivi (curiosa autoreferenzialità) fino al mondo accademico. Il film di Tavernier conduce esattamente tale discorso, né più né meno; ma fa questo in anni assai lontani, quando la televisione aveva appena cominciato il suo deprecabile iter verso la messinscena del privato e i computer erano alla loro primissima diffusione popolare. Per cui è inevitabile che de La morte in diretta faccia grande impressione la portata profetica, capace di intravedere un vicino futuro che si sarebbe realizzato da lì a una ventina d’anni (la prima edizione del “Grande Fratello” nel mondo, se non andiamo errati, data l’anno 1999). Apparentemente la diacronia non gioca a favore del film di Tavernier, poiché una volta esaurito l’effetto-profezia resta soltanto il film per ciò che è, ovvero un onestissimo prodotto professionale di non particolare ispirazione autoriale.
Dal punto di vista formale La morte in diretta è infatti una consueta opera di coproduzione, che rifiuta volutamente la visionarietà distopica per immaginare un futuro poco diverso dal presente. La regia è solida e senza guizzi, il meticciato culturale da coproduzione non ha stavolta risvolti negativi ed evoca tutt’al più curiosità sulle scelte di Tavernier (un autore francese che gira in Scozia, e in lingua inglese, un film popolato da attori delle più diverse nazionalità), il punto forte resta forse la sceneggiatura, che tenta (non sempre riuscendoci) di dare spessore e profondità ai suoi due protagonisti scontando qualche prolissità. È anche un film d’attori, con due protagonisti in grandissima forma, Harvey Keitel e Romy Schneider, con preferenza per la seconda.

Lo scopo ultimo del racconto è un invito poetico e crepuscolare alla riscoperta della natura e della realtà e soprattutto alla rivalorizzazione di un accorato umanesimo, sia nei rapporti umani sia nella conservazione di un patrimonio storico-culturale che per secoli ha potuto fare a meno di nuovi strumenti. Per far questo La morte in diretta sceglie di trasformarsi in un robusto melodramma, in cui il nucleo narrativo non si risolve soltanto nella sapiente crescita di una protezione reciproca tra i due protagonisti, ma diventa anche fuga contro il tempo che passa, malinconico trasalimento davanti allo spettacolo della natura, ricognizione di un dolore collettivo determinato da un senso di perdita generale (sapiente in tal senso è la gestione del personaggio di Max von Sydow, che interviene solo nel finale). E sempre con estrema eleganza Tavernier evita le banalità della storia d’amore pura e semplice, calando invece i personaggi in rapporti personali di non immediata riconoscibilità, che sembrano prima di tutto voler riscoprire concetti come fratellanza e calore. Al contempo il melodramma raggiunge le sue note più struggenti nel rapporto “osceno” tra cameraman e soggetto narrato, evocando un intreccio emozionante tra voyeurismo e passione. A tratti il film tradisce anche la sua natura di trasposizione letteraria, lasciando sospettare un’eccessiva fedeltà alla fonte (lo farebbero pensare certe inutili prolissità che sanno di acritico adattamento), così come la confezione generale è più da nobile professionalità che da cifra autoriale. Tuttavia è sufficiente lasciarsi conquistare dalla prova superba di Romy Schneider, squisita negli accenti drammatici, per riconoscere a La morte in diretta il merito della visione. Com’è noto, l’attrice andrà incontro a un tragico destino di lì a due anni, e in una sequenza del film la vediamo giocare proprio col figlio che perderà pochi mesi dopo, una delle probabili cause per cui la donna subì poi un fatale attacco di cuore (benché al tempo fosse accreditata pure l’ipotesi del suicidio). Tutto questo rende il film di Tavernier ancor più sinistro, visto il tema che affronta, e mai come stavolta, per mille ragioni incrociate, Romy Schneider ci commuove.

Info
Una sequenza tratta da La morte in diretta
La scheda de La morte in diretta sul sito del TFF2016.
  • La-morte-in-diretta-1980-Bertrand-Tavernier-01.jpg
  • La-morte-in-diretta-1980-Bertrand-Tavernier-02.jpg

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