The Donor

The Donor

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Esordio di Zang Qiwu, The Donor mette in scena lo sfruttamento di classe (e di reni) nella Cina contemporanea, aderendo parzialmente allo stilema del thriller dilatato, tipico di altri suoi connazionali. Corretto, ma con pochi guizzi. Vincitore del concorso internazionale alla 34esima edizione del Torino Film Festival.

La tua vita per un rene

Yang Ba, uomo d’estrazione modesta, non ha scelta: per evitare la demolizione della sua casa e continuare a sostenere le spese scolastiche del figlio deve sottoporsi all’espianto di un rene. A giovarne sarà la sorella del ricco Li Daguo, in pericolo di vita. L’operazione però fallisce, e Li Daguo cerca di convincere Yang Ba a cedere un rene del figlio. Ma la persuasione diviene aperta minaccia, e a Yang Ba non resta che difendere la famiglia in ogni modo possibile. [sinossi]

La scissione fra un cinema sfarzoso, spudoratamente edonista, per di più rozzamente ispirato al modello hollywoodiano, e un modello autoriale volutamente minimal, lo-fi e anti-spettacolare, sembra farsi sempre più evidente nell’ambito del sistema cinematografico cinese contemporaneo. Queste scelte di campo sono ormai diventate tanto nette da indurre a credere, a volte, che l’opzione per l’una o per l’altra parte della barricata possa anche non essere il frutto di una vera necessità ‘poetica’ (sempre che in relazione al primo sotto-insieme, vale a dire il cinema commerciale, si possa parlare di poetica).
Il sospetto si rinnova parzialmente di fronte a The Donor, film d’esordio di Zang Qiwu, che è stato assistente di Zhang Yimou (da La città proibita a I fiori della guerra) e ha vinto forse un po’ a sorpresa la 34esima edizione del Torino Film Festival. E dunque Zang, invece di aderire alle meccaniche di intrattenimento tipiche, soprattutto in anni recenti, dei film del più celebre regista mandarino, ha preferito incanalarsi con The Donor sulla via dell’ormai classico filone dell’understatement stilistico contrappuntato dalle cosiddette tematiche ‘forti’ (una maniera tipica di questo cinema, a partire dai primi film di Zhang Yuan negli anni Novanta).

Se ciò è avvenuto lo si deve ovviamente (e probabilmente) a necessità produttive, visto che The Donor è con ogni evidenza un film a basso costo, ma è anche vero che la storia che vi si racconta ha un sapore di già visto e appare inoltre troppo forzatamente paradigmatica. Nelle peripezie del meccanico (cui hanno ritirato la licenza) che è disposto a donare un rene dietro cospicua ricompensa economica e che poi si trova a fare i conti con la propria etica nel momento in cui verrà coinvolto anche suo figlio, si riconosce per l’appunto una parabola morale sin troppo chiara, semplice e anche un po’ risaputa: la denuncia delle disparità tra ricchi e poveri nella Cina contemporanea è infatti il tasto su cui batte inevitabilmente (e giustamente) tutto quel cinema d’autore che lotta ogni giorno per essere e rimanere indipendente. D’altronde anche lo stesso Jia Zhangke riflette sempre anche sulle meccaniche dello sfruttamento di corpi, di vite, di anime e di identità. Ma lo fa con tutt’altra raffinatezza e complessità di sguardo rispetto a quel che si vede in The Donor, dove la dimensione della denuncia appare troppo diretta e dunque poco stratificata.
L’aver aggiunto d’altronde alla vicenda principale anche il coté della gentrification (il quartiere popolare in cui vivono i tre protagonisti – padre, madre e figlio – sarà presto abbattuto per fare spazio a lussuosi appartamenti), oltre ad essere un tema cardine del cinema indipendente cinese (tanto da essere diventato usurato), finisce per sottolineare, con simbolismo anche un po’ rozzo, che vecchi corpi e vecchi edifici si sacrificano per dare spazio alla nuova carne e alle nuove architetture (quelle dei potenti, naturalmente).

Appurato dunque che siamo tutt’altro che nell’ambito dell’originalità, va detto che The Donor riesce a reggersi grazie a una solida scrittura, che cresce per intensità nel corso del film, e grazie a qualche guizzo visivo. Il thriller cinese, che è stato internazionalmente riconosciuto con il premio a Berlino per Fuochi d’artificio in pieno giorno di Diao Yinan, si caratterizza per questa sua tendenza all’astrazione, per un realismo che non rifiuta l’inquietudine (e, anzi, la abbraccia) e per un contesto di violenza che si è infiltrato in tutti i gangli di una società in rapidissimo rivolgimento economico-sociale. Tutto questo lo si ritrova in modo corretto in The Donor, fino ad approdare per l’appunto nella seconda parte a una dimensione più apertamente thriller, mantenendo e, anzi, rinforzando la sua carica di denuncia.
Ma se alla fine The Donor supera la sufficienza è grazie a una intuizione registica che, nel suo arrivare in maniera imprevista, lascia sconvolti: si tratta di un drone con cui si riprende dall’alto il protagonista in movimento su una moto; questi attraversa strade, lo si perde con lo sguardo quando passa sotto a dei cavalcavia e poi si annulla nell’abbacinante dimensione del fuori-scala che è la Cina, enorme, disarticolata, incontrollabile e forse impossibile da ‘mettere in forma’. Ecco, questo spunto, che dura anche solo pochi minuti (e che si ripete un’altra volta, ma con meno forza), vale probabilmente da solo la visione del film.

Info
La scheda di The Donor sul sito del Torino Film Festival.
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