Boyz ‘n the Hood

Boyz ‘n the Hood

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Celebrata opera prima di John Singleton, Boyz ‘n the Hood fu accolto a suo tempo da un lusinghiero successo di pubblico e critica. Rivisto oggi, è un convenzionale dramma “all black” che mostra molte debolezze e un approccio ingenuo ed esemplare alla denuncia sociale. In dvd per Sony e CG.

Metà anni Ottanta. In un quartiere di Los Angeles popolato esclusivamente da gente di colore, il piccolo Tre vive col padre Furious che cerca di impartirgli lezioni di vita e civiltà per salvarlo da un probabile destino criminale. Tre ha come vicini di casa una coppia di fratelli, Ricky e Doughboy, i suoi migliori amici, che presto faranno esperienza del riformatorio in seguito a un furto. Qualche anno dopo, Ricky è già padre e spera di ottenere una borsa universitaria per meriti sportivi, Doughboy entra ed esce dal carcere dedicandosi allo spaccio di droga, e Tre s’impegna per avere una vita normale. Ma la tragedia è dietro l’angolo… [sinossi]

Alla cerimonia degli Oscar 1992 John Singleton segnò a suo modo una data cruciale nella storia dell’establishment hollywoodiano. La sua opera d’esordio Boyz ‘n the Hood ottenne infatti due candidature alle statuette in categorie importanti, entrambe raccolte in prima persona da Singleton stesso, che fu nominato per la regia e la sceneggiatura originale del film. Al tempo si trattò di un piccolo grande “caso”, poiché in un colpo solo Singleton si ritrovò il più giovane autore candidato alla regia nella storia dell’Oscar (a soli 24 anni) e il primo cineasta di colore a ricevere la nomination in quella categoria, battendo nel primato fior di predecessori come Spike Lee (il quale, ancorché insignito dell’Oscar alla carriera appena un anno fa, a tutt’oggi attende ancora la sua prima vera candidatura alla regia). All’epoca tale exploit ebbe una certa risonanza, che forse annebbiò in parte l’obiettività di sguardo sul film in sé. Né sembra che con Boyz ‘n the Hood il tempo sia stato clemente, poiché più di vent’anni dopo mostra nettamente tutte le sue debolezze e ingenuità.

Ben radicato in un filone di cinema “all black” che proprio nel volgere tra anni Ottanta e Novanta trovava un momento di grande fioritura anche per indubbio merito del già ricordato Spike Lee, il film di Singleton ripercorre tematiche e luoghi narrativi assai noti nell’ordine di un realismo suburbano motivato da una sentita urgenza di denuncia sociale. Se la condizione del popolo di colore nei vari ghetti delle metropoli statunitensi cammina a fianco del (e dentro al) cinema americano dagli anni Settanta in poi, il diretto atto d’accusa, spesso sorretto da una specifica enfasi sul destino dei giovani, è conquista più recente, esplicitata da un’idea di cinema talvolta fieramente militante (di nuovo Lee è un ineludibile punto di riferimento).
In tal senso anche Boyz ‘n the Hood non fa difetto, dal momento che si apre sui suoni di una sparatoria mortale su schermo nero, e didascalie che informano dell’incredibile frequenza di omicidi tra uomini di colore negli Stati Uniti. Tuttavia in seguito Singleton sembra scegliere una via diversa alla denuncia. Piuttosto che affidarsi ai roboanti didascalismi di Spike Lee, che con gli anni diventeranno sempre più opprimenti, il film assume le sembianze di un tradizionale romanzo di formazione, racchiuso in una dimensione più privata che pubblica. O meglio, si cerca di arrivare al pubblico attraversando una minuta vicenda privata.

È infatti il piccolo Tre che seguiamo dalle scuole elementari alle soglie del college, figlio di due giovanissimi genitori separati. Cresciuto dal padre per bizzarra scelta della madre, Tre vive in un sobborgo di Los Angeles lasciato in balia delle guerre tra neri, dove impera la violenza, la criminalità e lo spaccio di droga. Il bambino ha per migliori amici una coppia di fratelli vicini di casa, Ricky e Doughboy, che ancora ragazzini conosceranno l’esperienza del riformatorio per aver commesso un furto. Passa qualche anno e ritroviamo Ricky già padre, alle prese con la possibilità di ottenere una borsa di studio universitaria per meriti sportivi. Doughboy invece fa dentro e fuori dal carcere, dedicandosi allo spaccio a tempo pieno, mentre Tre è il più quadrato di tutti. Ha un buon lavoro, è la spalla seria e affidabile degli amici, ha una bella ragazza ed è pure ancora vergine, spaventato dal rischio della paternità. I tre sono legati da un affetto sincero, che andrà incontro alla dissoluzione quando farà capolino la prevedibile tragedia.

Per la sua semplicità e ingenuità Boyz ‘n the Hood mette in seria crisi chi ne deve scrivere. Si tratta di un convenzionale romanzo di formazione in cui le polarità messe in gioco appaiono estremamente basiche; Tre e i suoi amici percorrono infatti una strada irta di pericoli ai lati della quale si ergono come tentazioni onestà e criminalità, moralità e devianza, individuo e società. Il film ha tutta l’aria del racconto derivato dall’esperienza diretta, ai limiti dell’autobiografismo tradotto in acritica celebrazione. Lo testimonia la mitizzazione della figura paterna, impersonato da un giovane Laurence Fishburne, chiamato a dare il volto al padre-che-tutti-quanti-vorremmo-avere. Sembra infatti che solo grazie alla presenza di un padre demiurgo il buon Tre (nel quale è facile intuire una sovrapposizione autobiografica di Singleton) abbia potuto avere un destino diverso rispetto ai suoi amici. È anche in queste sacche di facile paternalismo che si ravvisano alcune delle maggiori debolezze del film.
Spesso ingenuamente assemblato, Boyz ‘n the Hood funziona piuttosto bene quando si dedica al racconto minuto dei ragazzi, salvo poi cedere al bisogno di parlare a chiarissime lettere mettendole tutte in bocca a un solo personaggio. È la sostanziale funzione narrativa a cui è destinata la figura di Furious, padre di Tre, convocato a riempire parentesi esplicative fino allo spasimo in cui si dà conto della situazione storico-politica del popolo nero nelle dinamiche statunitensi. Personaggio nato per essere idealizzato (basti vedere il rapporto amicale e affettuoso col figlio, sottolineato con stucchevole enfasi), in realtà Furious si fa anche portatore di un ambiguo tradizionalismo individuale, fondato su valori abbastanza discutibili. Più in generale Boyz ‘n the Hood sembra vivere e procedere per luoghi comuni, che purtroppo non permettono mai al film di trasformarsi in credibile dramma.

Radicato in un prevedibile determinismo sociale dal quale solo con ferrea onestà e roccioso autocontrollo si può pensare di fuggire, il racconto preannuncia abbondantemente la sua svolta tragica, piazzata a tre quarti del percorso con piena adesione ai codici del melodramma familiare. I problemi non stanno certo nella prevedibilità, ma piuttosto nell’inefficacia delle scelte espressive. Ricattatorio oltremisura, debolissimo sul piano drammaturgico (vi è una strumentale sosta per fare pipì che grida vendetta…), il climax è tanto atteso dallo spettatore quanto mal speso dall’autore. Si ricava perciò la sgradevole sensazione di un poco credibile eccesso melodrammatico applicato a una materia altrimenti (e purtroppo) credibilissima.
Ma le debolezze sono tante, disseminate lungo un percorso narrativo che alterna buoni momenti a numerose cadute di tono. Spesso è l’inefficace e invecchiatissimo commento musicale ad azzoppare qualche passaggio narrativo, mentre un paio di sequenze a episodi, che cercano la commedia sentimentale e giovanilistica, sono davvero fuori tono rispetto al resto.
Al contempo la figura di Tre è davvero troppo esemplare per non lasciare la sensazione del personaggio costruito a tavolino nell’ordine di un facile progressismo assai poco problematico. Restano alcune buone intuizioni (l’elicottero che ossessivamente risuona sopra le case, strumento di controllo sociale…) ma l’insieme è a conti fatti poco stimolante.

Insomma, retrospettivamente l’exploit dell’opera prima di John Singleton agli Oscar (e anche il buon successo di pubblico e critica all’epoca) appare più una scelta politica e il frutto di precise condizioni contingenti che un effettivo riscontro di merito durevole nel tempo. Tra i protagonisti ritroviamo i giovani Cuba Gooding jr e il rapper Ice Cube, che regala anche una sua canzone alla colonna sonora. Entrambi poco credibili negli accenti drammatici, lasciano il ruolo del migliore all’attore meno noto del terzetto, l’ottimo Morris Chestnut al quale forse è riservato anche il personaggio più interessante, il fiducioso Ricky. Dal canto suo, John Singleton ha proseguito la sua carriera secondo un destino diffuso tra gli autori afroamericani. Dopo alcuni film intimi e personali, si è lasciato a poco a poco riassorbire dalla produzione mainstream di Hollywood (sua la regia anche del secondo capitolo della saga Fast&Furious).
Fra i casi più recenti, viene in mente il simile percorso di Ryan Coogler, autore di un’ottima opera prima, Prossima fermata: Fruitvale Station (2013), e poi subito attirato nelle spire dell’industria con Creed – Nato per combattere (2015). Ma nel caso di Singleton anche l’esordio Boyz ‘n the Hood non si discosta poi molto da consolidate pratiche hollywoodiane. Da un lato la polemica sociale è chiara, sincera e declamata a chiare lettere; dall’altro il sistema di valori non è minimamente messo in discussione, e il Sogno Americano resta là, intoccabile e inossidabile. Essere neri implica rischi e difficoltà, e ovviamente la loro geografia mediatica corrisponde a una generale rimozione (nel film ricorrono battute polemiche sullo spazio negato alla questione afroamericana sui media nazionali), ma anche loro possono farcela. Basta avere padri perfetti. Basta essere figli perfetti. Basta, soprattutto, comportarsi bene.

Extra: commento del regista al film.
Info
La scheda di Boyz ‘n the Hood sul sito di CG Entertainment.
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