I, Olga Hepnarova

I, Olga Hepnarova

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Ricostruendo fra rigore ed ellissi la biografia di Olga Hepnarova, pluriomicida nel 1973 e ultima donna giustiziata in Cecoslovacchia nel ’75, gli esordienti Petr Kazda e Tomás Weinreb confezionano un dramma esistenziale introspettivo e ambiguo, affascinante e già maturo, capace di portare il pubblico a ridiscutere la figura storica di un’assassina e di una società in una netta presa di posizione contro la pena di morte. In concorso al 28mo Trieste Film Festival.

Il volante e il cappio

Olga è sola. Omosessuale nella Cecoslovacchia degli anni Settanta, lascia la sua famiglia dalle rigide regole, ma non riesce a trovare il suo posto in una società che la rifiuta. A 22 anni decide di vendicarsi. [sinossi]
“Sono una solitaria, una donna distrutta.
Una donna distrutta dalla gente… Ho una sola scelta: uccidermi o uccidere gli altri.
Ho scelto di ripagare chi mi odia.
Sarebbe troppo facile lasciare questo mondo come un’anonima suicida, la società è troppo indifferente.
Quindi, la mia sentenza è: Io, Olga Hepnarova, vittima della vostra bestialità, vi condanno a morte.”
Olga Hepnarova, lettera spedita ai giornali poco prima dell’attentato, ma che giunse solo due giorni dopo

A volte, la Storia presenta personaggi tragici che non hanno una chiave di lettura univoca. Sono personaggi figli di situazioni, figli di psicosi covate per lunghi anni, figli di traumi subiti e mai superati. Sono personaggi complessi, ambigui, fumosi, come fumoso è l’abitacolo della Skoda parcheggiata nella Praga degli anni Settanta che si satura della sigaretta di Olga. Lei, Olga Hepnarova, che sta ferma al volante, in attesa, a rimuginare su come il mondo le appaia come materia inanimata, ostile, brutale, sadico. Lei, Olga Hepnarova, da sempre insofferente alla rigidità della famiglia e vittima di bullismo; lei, Olga Hepnarova, giovane lesbica incapace di trovare una relazione stabile in una società che considerava i suoi gusti una malattia difficile da curare; lei, Olga Hepnarova, da sempre vittima di psicosi fino al limite della schizofrenia e pervasa da istinti suicidi; lei, Olga Hepnarova, da sempre incapace di rapportarsi con gli altri esseri umani, sola e isolata; lei, Olga Hepnarova, continuamente ingiuriata e diffamata dai colleghi in posti di lavoro da cui puntualmente viene licenziata: lei, Olga Hepnarova, che non rivolge parola quasi a nessuno, anima malinconica e straziata, ora remissiva e ora aggressiva, ora fragile e ora pronta a scattare contro la madre, forse contro l’amante, di sicuro contro i passanti. Lei, Olga Hepnarova, l’ultima donna condannata a morte in Cecoslovacchia prima dell’abolizione della pena capitale, giustiziata il 12 marzo 1975 dopo che, un anno e mezzo circa prima, aveva deliberatamente travolto mentre era alla guida del proprio camion un gruppo di circa 25 persone su un marciapiede uccidendone 8. Lei, Olga Hepnarova, che nei suoi deliri a metà strada fra una lucida onnipotenza e l’infermità mentale del disturbo della personalità, avrebbe voluto che il suo gesto estremo fosse ricordato come l’urlo delle vittime, come la reazione più violenta e rabbiosa degli emarginati, e che la sua esecuzione per impiccagione diventasse l’emblema stesso di un suicidio effettuato per mezzo della pena capitale, “giustizia” di quella stessa società brutale contro cui si era scagliata. E che invece, nei libri di Storia, è solo lei, Olga Hepnarova, psicopatica assassina.

Tecnicamente I, Olga Hepnarova, sorprendente esordio del duo di registi cechi Petr Kazda e Tomás Weinreb presentato in concorso al 28esimo Trieste Film Festival dopo aver aperto la sezione Panorama della Berlinale 2016, sarebbe da definirsi un biopic, attento a mettere in scena la vita della giovane omicida dalla pubertà fino all’esecuzione passando per gli episodi fondamentali – dalle difficoltà familiari alle frustrazioni sessuali – che hanno contribuito alla sua decisione di compiere il suo gesto estremo. Eppure, fra l’ossessione per la scrittura come unico momento in cui cercare di comprendersi, la solitudine cercata eppure ormai virata in un isolamento straniante, l’autolesionismo e la psichiatria, i sentimenti contrastanti e gli istinti omicidi, le violenze subite e un disturbo della personalità che si palesa sempre più chiaro fino a deflagrare nei giorni – e nei minuti – antecedenti l’impiccagione, i terreni in cui il film si muove sono piuttosto quelli del dramma intimo, esistenziale, psicologico e introspettivo.
È prima di tutto un viaggio nella mente, I, Olga Hepnarova, un viaggio nella complessità e nel disagio, un viaggio nella brillantezza e nei disturbi, un viaggio nei traumi e nelle sofferenze, un viaggio in una vita difficile e complessa. È un viaggio equilibrato, però, che non dimentica la gravità del gesto della protagonista, non dimentica le vittime, i loro parenti, il dolore che Olga Hepnarova, nel cercare di liberarsi dal proprio dolore, ha provocato, rivelandosi in sostanza brutale e insensibile proprio come quella società che voleva punire per le sue brutalità e insensibilità.

I, Olga Hepnarova è un viaggio in un caso di cronaca nera che non giustifica e non accusa, ma cerca semplicemente di capire le motivazioni, dimostrando come la verità sia ormai persa chissà dove fra le nebbie della società e quelle della mente, e come sia proprio la mancanza di certezze il punto da cui partire per non ritrovarsi accecati dalla rabbia a scagliare la prima pietra. Il duo di registi opta per un linguaggio che fa coesistere una narrazione ellittica, episodica e profondamente simbolica, al contempo dilatata nelle singole scene ma rapida nello scorrere della trama, una narrazione tanto moderna da ricordare la libertà espressiva del Cinema Marginal brasiliano – in particolare, per “quasi” contiguità tematica, le Memorie di uno strangolatore di bionde di Julio Bressane –, con uno stile filmico rigoroso, fatto di inquadrature fisse che solo raramente muovono il quadro in lentissime panoramiche, fatto di un bianco e nero profondo, barocco, elegante e lirico, che riporta alla memoria, fra le figure inquadrate dalle porte e dai corridoi, i campi lunghi e le silenziose attese, l’età aurea della Nouvelle Vague polacca.

Dal meticciamento di due linguaggi cinematografici così distanti, Kazda e Weinreb ottengono un ibrido in grado di esaltare le caratteristiche di entrambe le modalità narrative, creando nello spettatore un senso di spaesamento continuo simile a quello della protagonista, che lo porterà più volte a riconsiderare tutto ciò che vede, e la propria stessa pietà. C’è solo la nebbia, c’è il fumo, c’è la follia di chi esce mentre si scatena il diluvio per andare a stendere i panni, c’è il gioco di specchi di un volto riflesso sulla credenza mentre l’amore, omosessuale negli anni Settanta della Normalizzazione post-Primavera di Praga e quindi giocoforza travagliato, si allontana.
La Cecoslovacchia degli anni Settanta diventa il terreno sul quale le psicosi e le frustrazioni di Olga trovano spazio per germogliare, un Paese che aveva da poco visto il suo primo tentativo di destalinizzazione naufragare nei carri armati del Patto di Varsavia in giro per Praga e nelle fiamme ad avvolgere Jan Palach, un Paese occupato dal Blocco Sovietico, un Paese rigido e impaurito, a cui il diritto all’autodeterminazione del popolo – figuriamoci quella dell’individuo – era stato appena pubblicamente negato. E, come la Cecoslovacchia del tempo, I, Olga Hepnarova è un film costantemente sospeso sui crinali. Quello fra vittima e colpevole, quello fra lucida assassina e schizofrenica incapace di dare un peso alla realtà – emblematica è la sequenza in cui racconta allo psichiatra dei dialoghi in cella con quello che crede essere il suo “vero padre”, ormai pervasa dallo “spirito alternativo” di chi si crede figlia di un certo Winifer e non di Hepnar e distingue atti e pensieri delle due distinte personalità –, quello fra l’intellettuale decadente che discute di Freud e la spietata assassina, quello fra la seduzione e la promiscuità, quello fra l’aggressività innata e il bullismo subito, quello fra chi chiede espressamente alla corte la pena capitale e chi si contorce di terrore mentre viene trascinata verso il patibolo, quello fra l’apatia e il barlume di follia che la straordinaria attrice polacca Michalina Olszańska riesce a far trasparire dal fondo degli occhi e in ogni suo gesto, donando al suo personaggio e al film tutta la sua conturbante fisicità e tutta la depressione della sua anima.

La realtà di Olga Hepnarova è complessa, ambigua, magmatica ben al di là delle apparenze e di quello che la freddezza della Storia ci ha consegnato. E, di conseguenza, I, Olga Hepnarova è un film provocante nel suo continuo confine fra eros e thanatos, un film necessariamente morboso nei suoi momenti di erotismo perché anche il raro sesso occasionale, più che una soddisfazione, diventa per Olga un’ulteriore frustrazione, fra l’incapacità di mantenere una relazione che le avrebbe dato la necessaria stabilità e l’intimo auto-convincimento, figlio dei rigidi costumi sociali del tempo, di essere una deviata, un’invalida sessuale, una persona malata della propria essenza. Ma i suoi momenti di intimità saffica non sono il punto focale, sono solo uno degli elementi che concorrono all’esplosione di una pentola a pressione riempita per 22 anni con dolore e drammatiche incertezze esistenziali.
I tradimenti e gli abbandoni sono gli stessi traumi di quando da bambina si svegliava dicendo “non voglio andare a scuola” pensando agli atti di bullismo che avrebbe subito, sono gli stessi traumi dell’ospedale psichiatrico giovanile, sono gli stessi traumi di quando andò a vivere in un capannone come auto-condanna a un consapevole isolamento pur di allontanarsi da tutti compresa la sua famiglia, sono gli stessi traumi di quando da ragazzina aveva tentato senza successo il suicidio, sono gli stessi traumi di quando si ritrova a scrivere ai giornali la lettera in cui annuncia la sua decisione estrema di uccidere.
Una lettera che i giornali riceveranno però solo due giorni dopo l’attentato, una lettera in cui “Io, Olga Hepnarova, vittima della vostra bestialità, vi condanno a morte”.

Il film di Petr Kazda e Tomás Weinreb porta lo spettatore a interrogarsi continuamente e a rimettere in discussione il proprio senso di giustizia, dimostrando come questo possa essere piegato alla società, piegato alla follia di chi non può essere considerato responsabile delle sue azioni, piegato alle frustrazioni continue che diventano motivazioni reali, tangibili, comprensibili. In un contesto del genere non ci possono essere certezze, l’unica vera certezza è l’assurdità della pena capitale, messa in luce come strumento di consapevole suicidio anticipato con una carneficina. Olga Hepnarova, spinta dalla collettività e dal suo stato mentale, ha compiuto un atto folle, di gravità assoluta, forse pienamente consapevole o forse semplicemente mossa da una voce interna, da un momento di distacco dalla realtà, da un periodo in cui la sua follia e il suo disagio si sono incanalati in una vendetta volontaria, premeditata, lungamente covata. Eppure, chi siamo noi per giudicarla? Chi siamo noi per ucciderla? Chi siamo noi per continuare, come la sua famiglia riunita a tavola come se nulla fosse durante l’esecuzione, a ignorarla senza nemmeno un barlume di senso di colpa?

Info
Il trailer di I, Olga Hepnarova.
La scheda di I, Olga Hepnarova sul sito del Trieste Film Festival.
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