Out There

Out There

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Presentato nella sezione Bright Future dell’International Film Festival Rotterdam Out There, l’opera seconda di Takehiro Ito: un lavoro sul cinema, sulla genesi di un film, sui concetti di heimat e di memoria.

Le macerie del cinema

Il regista Haruo è in cerca dell’attore protagonista per la sua nuova opera, che si profila come un inevitabile insuccesso. Trova Ma, taiwanese che scorrazza per Tokyo in pattini. Nel lavoro preparatorio, emerge che tanto il regista, quanto l’attore sentano la mancanza di un luogo di appartenenza. [sinossi]

“I film vivono una loro vita, indipendentemente dai loro autori. Esistono anche fuori di me, e anche se entro in un film, come attore, la prospettiva è sempre quella di essere ‘fuori’”. Così si esprime, nell’intervista all’inizio del film, il regista Haruo, protagonista di Out There, e palesemente l’alter ego del regista del film Takehiro Ito, che decide di farsi interpretare, mentre la figura del suo attore, Ma, è Ma stesso. Al secolo Ma Chun Chih, taiwanese che vive a Tokyo dove si diverte a percorrere la città in pattini. Takehiro Ito aveva iniziato questo progetto come un documentario sul regista Edward Yang ma, in corso d’opera, non era più convinto del risultato che stava ottenendo. Le interviste che stava facendo ai suoi collaboratori e le ricerche sarebbero andate bene per un saggio, una rivista, ma non un documentario. Così il lavoro è diventato un ibrido tra parti di fiction e di documentario, mescolate e variamente intrecciate tra loro. Perdendo di vista Edward Yang, ma recuperando il senso del suo cinema dell’alienazione urbana.

Questa intervista nell’incipit, dove il regista espone la sua filosofia, è abbastanza disturbata, si sentono fruscii nell’audio. Da subito Ito esibisce la grana imperfetta di questa sua opera realizzata in tutti i formati del cinema indipendente, 16mm a colori, widescreen digital e handycam in bianco e nero. Ogni formato caratterizza le diverse componenti di Out There, il film di finzione, un film d’amore che si conclude con languide passeggiate su una spiaggia, il suo backstage, l’intervista alla famiglia di Ma e le perlustrazioni nelle rovine del cinema a Taiwan, le riprese di Ma a Tokyo. I diversi formati, i diversi livelli cronologici si raccordano tra loro con elementi di continuità (vedi il tema ricorrente del parto), con campi/controcampi tra l’uno e l’altro, tra il film e il suo making off.

Da subito il regista espone all’attore il suo progetto, molto vago, la storia di un uomo e una donna che si incontrano e si separano e poi non si sa: un banale canovaccio che si può riempire in mille modi, tutto è aperto all’improvvisazione, nessuna sceneggiatura, come nel progetto stesso di Out There realizzato senza script. E in questo contesto Ito approfondisce il concetto di heimat, dell’identità di appartenenza di Ma. Si è trasferito a Tokyo perché giudica Taiwan troppo provinciale e immobile, la sua famiglia taiwanese è sospesa tra Cina continentale e USA. Dalle interviste infatti emerge che si sono trapiantati a Taiwan dopo la fondazione della Repubblica Popolare, confidando peraltro in un ritorno al potere del Kuomintang, e ricordano i loro parenti morti nella rivoluzione culturale. Hanno ipotizzato di trasferirsi negli USA dove comunque hanno mandato la figlia, la sorella di Ma, che lì si è sposata. Il padre ricorda come film della sua vita Sayonara, il film del 1957 con Marlon Brando grondante di fascino nipponista. E tutto Out There oscilla tra Giappone e Taiwan, tra la patria del regista e il cinema del suo modello Edward Yang, scivola da un paese all’altro, da una heimat all’altra, da una lingua all’altra, aggiungendo l’inglese con la stessa spontaneità con cui Ma si infila pattinando tra strade e marciapiedi. Le tante lingue parlate del film corrispondono alle lingue del cinema, colori, bianco e nero, pellicola, digitale.

C’è un precedente nel cinema giapponese, cui forse un po’ Out There si richiama, quello di H Story di Nobuhiro Suwa, che esprime il tentativo impossibile di rifare Hiroshima mon amour. Out There è un film che esibisce la sua origine informe e impulsiva, un’opera che comprende il cinema e il suo farsi, un discorso sulla narratologia, la genesi del cinema come parto: vedi l’insistente richiamo della ragazza alle foto di sua madre incinta di lei, o la pellicola ritrovata tra le rovine del vecchio cinema abbandonato e invaso dalla vegetazione a Taiwan. È un film sulla ricerca della memoria nel cinema e nella fotografia. “Ogni posto potrebbe essere casa mia” dice l’apolide Ma, e ogni cinema potrebbe essere quello di Takehiro Ito che esibisce, in modo un po’ compiaciuto, tutti i formati del cinema indipendente. Una buona seconda prova per il giovane filmmaker giapponese, accolta all’International Film Festival Rotterdam.

Info
Il trailer di Out There.
Out There sul sito dell’International Film Festival Rotterdam.
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