Satoshi: A Move for Tomorrow

Satoshi: A Move for Tomorrow

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Presentato al Far East Film Festival Satoshi: A Move for Tomorrow, biopic su Satoshi Murayama, grande campione del gioco dello shogi, analogo agli scacchi, dalla vita breve e minata da un male incurabile. Una storia esemplare, nel puro spirito giapponese.

Morte di un maestro di shogi

Satoshi Murayama è un nerd trasandato e un prodigio nello shogi, variante giapponese degli scacchi, i cui campioni sono vere celebrità. Il ragazzo emerge nell’ambiente grazie al suo stile non convenzionale. Ma Habu, il suo avversario freddo e calcolatore, incombe. Satoshi non si da per vinto nonostante il sopraggiungere di una malattia. La sfida è nell’aria e la tensione è alle stelle. La determinazione può vincere qualsiasi battaglia e preparare lo scacco matto. [sinossi]

La storia di Satoshi: A Move for Tomorrow comincia a Osaka, nel 1994, con un’immagine di un giardino di ciliegi in fiore, un tripudio di colore rosa. La fioritura del ciliegio è uno dei massimi simboli tradizionali del Giappone, la bellezza che dura pochi giorni, simbolo della caducità, della transitorietà della vita. E non ci può essere esempio migliore, per un’esistenza tanto breve quanto intensa, di quello di Satoshi Murayama, grande campione di shogi, morto a soli 29 anni, dopo una convivenza con la malattia. Affetto fin da bambino da sindrome nefrosica e poi colpito da un carcinoma della vescica che lo avrebbe portato alla morte. Satoshi: A Move for Tomorrow, presentato al Far East Film Festival, opera del giovane regista Yoshitaka Mori, è il biopic del campione, morto ormai da 18 anni, basato sull’omonimo libro di Yoshio Ōsaki. A interpretare il sensei di shogi è Kenichi Matsuyama, attore statuario, in molti se lo ricorderanno come protagonista dell’adattamento cinematografico di Norwegian Wood, che nel film diventa goffo e corpulento: la somiglianza con il vero Satoshi è impressionante.

Yoshitaka Mori costruisce la narrazione del film incastonando vari flashback. La sfida più grande è quella di rendere cinematograficamente il gioco del shogi, impresa già difficile in sé e a maggior ragione per un pubblico internazionale cui risultano incomprensibili le regole di quel gioco che dovrebbe assomigliare ai nostri scacchi. Il regista lavora spesso facendo scorrere la mdp sulle pedine, accarezzando il tavolo da gioco. Di frequente usa inquadrature dall’alto anche indirettamente con gli schermi televisivi che utilizzano la ripresa di una telecamera sul soffitto.
La vita di Satoshi è ricostruita fin dal suo stesso carattere di otaku per forza, costretto spesso a letto per la patologia che lo affligge, che lo porta a rifugiarsi nei manga. Con la bella commessa della sua prediletta fumetteria di Osaka, che lo stima, avrebbe potuto forse nascere qualcosa. Ma la natura matrigna lo ha privato di una vita sentimentale e sessuale, così è convinto, e la successiva rimozione chirurgica di vescica e prostata sancisce anche anatomicamente questa preclusione. Il gioco del shogi rappresenta il suo riscatto, ma anche una delle poche cose che avrebbe potuto fare nelle sue condizioni fisiche.

Il grande scrittore giapponese Yasunari Kawabata nel suo romanzo Il maestro di go sanciva l’impossibilità per un occidentale di comprendere realmente la filosofia orientale del gioco de go, e lo stesso discorso potrebbe essere esteso al shogi, tanto più che il maestro protagonista di quel romanzo soleva intervallare come pausa di rilassamento partite di shogi nelle giornate pienamente dedicate alla pratica del go. E in effetti Yoshitaka Mori racconta una storia che ha pure molti omologhi nel cinema occidentale, si pensi a Shine, ma come una parabola di abnegazione molto nello spirito giapponese. Verso la fine del film una partita si svolge nella scenografia di un paravento con un sumi-e, una pittura zen a inchiostro, e un giardino di pietre zen. Il simbolo del vuoto che prosegue in una suggestiva immagine successiva di una distesa di neve, il bianco totale. Il vuoto è anche quello della morte che il regista sceglie di non mostrare nell’attimo del suo compimento, ma fa vedere solo l’appena prima e l’appena dopo. Lo spirito che anima Satoshi Murayama è quello genuino di un samurai che combatte fino alla fine, anche quando non c’è speranza. Così il sensei rifiuta – cosa che corrisponde al vero – i chemioterapici e l’anestesia perché non vuole che i farmaci possano minare la sua capacità di concentrazione nel gioco. Così il regista mostra partite con le sue pedine sporche di sangue, dopo una perdita, o lo raffigura mentre gioca con il sacchetto applicato. Quella di Satoshi è stata una partita a shogi con la morte, una competizione impari che non può che concludersi ricevendo uno scacco matto. Una storia giapponese di nobiltà della sconfitta.

Info
La scheda di Satoshi: A Move for Tomorrow sul sito del FEFF 2017.
  • Satoshi-A-Move-for-tomorrow-2017-mori-yoshita-01.jpg
  • Satoshi-A-Move-for-tomorrow-2017-mori-yoshita-02.jpg

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