Napalm

Napalm

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Non più l’Olocausto, ma la Corea del Nord. Claude Lanzmann in Napalm, fuori concorso al Festival di Cannes, cambia radicalmente l’oggetto del suo discorso per costruire una rêverie proustiana e quasi scollacciata: il suo passato amore per un’infermiera nordcoreana.

Que reste-t-il…

Claude Lanzmann non riesce a ottenere il permesso di girare in Corea del Nord, e quindi lo fa di nascosto. Ma il suo obiettivo non è raccontare la storia del paese, quanto il suo incontro avvenuto sessant’anni prima con un’infermiera nord-coreana. [sinossi]

L’ormai leggendario autore di Shoah (1985), film-monstre fondamentale sull’Olocausto, si allontana per una volta dal padre di tutti i temi, lo sterminio degli ebrei, per testare il suo cinema su altri terreni: Claude Lanzmann ha presentato infatti alla 70esima edizione del Festival di Cannes il suo film sulla Nord Corea, intitolato icasticamente e significativamente Napalm.
Se, però, cambia l’oggetto del discorso rispetto ai suoi precedenti lavori, compreso il più recente Le dernier des injustes (2014), Lanzmann continua in realtà a lavorare sullo stesso terreno concettuale, che è quello della salvaguardia del racconto e del meccanismo della memoria anche nei sistemi più dis-umanizzanti. In tal senso, la Corea del Nord è come l’Olocausto, perché entrambi privano l’uomo dei suoi istinti primari e naturali, nel presente caso l’amore.

Ed è qui, sul piano del sentimento, che si muove in maniera sorprendente Napalm: superato un incipit più convenzionale in cui, come in altri recenti film sul regime fondato da Kim Il-sung (si pensi a Liberation Day), ci si trova di fronte all’impossibilità di ottenere i permessi per filmare e ci si decide a sfidare comunque le proibizioni, man mano le cose cambiano e Lanzmann ci fa entrare in una dimensione più intimista. Perciò, dopo averlo sentito riflettere in voice over sul modo in cui il regime coreano è stato costruito a partire dal concetto di eternità, vediamo il cineasta osservare meravigliato e ammirato delle ragazze che praticano il taekwondo e quindi si parte con la rêverie proustiana e intima: Lanzmann ci racconta del suo primo viaggio in Corea del Nord, risalente addirittura a sessant’anni prima, come membro di una delegazione di europei. E in quell’occasione si trovò a familiarizzare in maniera eccessiva con una infermiera nordcoreana, che venne istantaneamente punita dalle autorità.

Il regista, inquadrato in primo piano, si sofferma a raccontare la sua giornata con l’infermiera, in un ricordo che ha quasi il sapore di una commedia scollacciata e inizialmente liberatoria. Si arriva perciò a capire che ciò che gli interessa nel presente non è tanto voler osservare i luoghi del potere, quanto quelli in cui si era incontrato con la ragazza, come ad esempio il ponte dove si erano dati appuntamento. E mentre fa questo, mentre procede con la sua progressiva immersione nel ricordo, maltratta e strattona le guide nord-coreane che vogliono impedirgli di camminare liberamente. Ma la rabbia stavolta, prima ancora che di un intellettuale indignato, è quella di un amante ferito, è il dolore della giovinezza perduta, il rimpianto verso qualcosa che non si è potuto assaporare fino in fondo.

Girato spesso anche in maniera maldestra, come ad esempio nei momenti in cui delle foto vengono commentate da un vociare indistinto – come a fingere delle immagini in movimento – o come quando Lanzmann parla ripreso in un primo piano sporco e casuale, Napalm ha comunque dalla sua la forza di uno sfogo intimo e la determinazione a mostrare come sia – ancora una volta- nel privato che si percepisce il dolore e l’orrore imposto da una dittatura. E va individuata qui la vera eternità, non in un regime e nella sua grottesca propaganda, quanto nella possibilità di ricordare, di poter raccontare una storia.
Infine, la parola-chiave di questo racconto è per l’appunto “napalm” (pesantemente usato dagli Stati Uniti durante la guerra in Corea), l’unica che comprendevano entrambi, il francese Lanzmann e la giovane infermiera coreana, una parola purtroppo universale.
Napalm è un film senile, poco controllato, eppure vitale e sincero. Un altro prezioso contributo da un grande vecchio, dopo quello di Agnès Varda con Visages villages, presentato sempre nel corso di questa 70esima edizione del festival.

Info
La scheda di Napalm sul sito del Festival di Cannes.
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