The Shape of Water

The Shape of Water

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L’immaginario di Guillermo del Toro è liquido, in continua espansione, capace di inondare con straripante potenza visiva generi, sistemi produttivi, contesti (apparentemente) lontani tra loro come la Spagna franchista de Il labirinto del fauno e gli Stati Uniti della Guerra fredda e dei diritti civili di The Shape of Water. Il legame tra le due pellicole è evidente, quasi simbiotico: il mostro, il Male, la favola, l’illusione e il sogno… Del Toro torna su territori già battuti, si affida per l’ennesima volta alle suggestioni del cinema d’antan, alla Settima arte come possibile lente d’ingrandimento e chiave di (ri)lettura della Storia. Del Bene e del Male. In concorso a Venezia 2017.

La vita è il naufragio dei nostri progetti

Stati Uniti, anni ’60, in piena Guerra Fredda. Priva dell’uso della parola, l’addetta alle pulizie Elisa è intrappolata in una grigia routine, senza ambizioni e aspettative. Incaricata con l’amica Zelda di pulire un laboratorio governativo segreto e blindato, Elisa scopre l’esistenza di un essere misterioso, acquatico, mostruoso: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta prigioniera in una vasca. Per nulla impaurita, ma affascinata, Eliza riesce a stabilire un contatto con questo essere… [sinossi]

Una buona parte della filmografia di Guillermo del Toro ci parla della Resistenza. Quella spagnola contro Francisco Franco (La spina del diavolo e Il labirinto del fauno), quella di uno strambo manipolo di newyorchesi contro l’avanzata dei vampiri (The Strain), quella di un gruppo di statunitensi difettosi in The Shape of Water. Resistenza e sense of wonder. Storia e fantasia. Fantastico, fantasy, fantascienza, horror. La vita filtrata attraverso una macchina da presa, uno schermo, degli effetti speciali e altri artifici narrativi e visivi. La vita e la Storia che combattono, cantano, danzano, pulsano freneticamente.
Del Toro è uno straordinario cineasta, indubbiamente discontinuo, abile a scalare box office e a districarsi nei meccanismi dell’industria dei sogni. Anzi, delle industrie dei sogni. Perché Guillermo del Toro è un sognatore che non conosce confini: geografici, produttivi, di genere, immaginifici. Un sognatore coi piedi ben piantati a terra, in grado di sfornare una mirabilia tecnica ma narrativamente fragile come Pacific Rim, un gioiellino gotico e (iper)melodrammatico come Crimson Peak, ma anche giocattoli divertiti e divertenti come Hellboy: The Golden Army, trovando poi il tempo e i soldi per una (incompiuta) trilogia sulla guerra civile spagnola: La spina del diavolo e Il labirinto del fauno.

Un sognatore sagace che veicola attraverso il cinema mainstream, senza didascalismi o eccessi retorici, dei contenuti dall’ammirevole spessore politico, storico, umano. Ritroviamo in The Shape of Water la balorda resistenza à la The Strain: i paladini del Bene sono negri, ebrei, comunisti, omosessuali, messicani, storpi, muti, reietti, scherzi della natura, galeotti, animali dei bassifondi. Nel gioco di rimandi e citazioni, di sequenze tratte da musical e drammi storici, trovano posto anche immagini che richiamano il movimento per i diritti civili, tema che entra di soppiatto, in punta di piedi, e che poi permea questa favola romantica e passionale. Se Il labirinto del fauno era ambientato qualche anno dopo la guerra civile, nella prima fase della dittatura franchista, lo speculare The Shape of Water si prepara a raccogliere i cocci di Camelot, del sogno kennediano.
Il legame tra le due pellicole è evidente, quasi simbiotico: il mostro, il Male, la favola, l’illusione e il sogno. Del Toro torna su territori già battuti, si affida per l’ennesima volta alle suggestioni del cinema del passato, alla Settima arte come possibile lente d’ingrandimento e chiave di (ri)lettura della Storia. Del Bene e del Male.

Una fragile eroina, un amore impossibile. Un amore anche carnale, passionale: Elisa è una Ofelia cresciuta, è una donna che non è destinata alle gabbie dorate e alla sessualità liofilizzata delle casalinghe messe in scena nei melodrammi familiari hollywoodiani degli anni Cinquanta e Sessanta. In questo spaccato degli Stati Uniti degli anni Sessanta, filtrato dalla vorace cinefilia di Del Toro (che ci dice apertamente che i suoi paladini sono creature partorite dalla Settima arte), Elisa è una scheggia impazzita, è una femme fatale insospettabile, è già oltre i diritti civili, oltre la rivoluzione sessuale, proiettata verso un mondo nuovo, altro. Un’eroina che trae la propria energia vitale dalla sala cinematografica, da pellicole come La storia di Ruth e Martedì grasso, dal musical, dal tip tap di riccioli d’oro – la celeberrima sequenza sulle scale con Bill Robinson, altro piccolo tassello del lungo e doloroso processo di integrazione.

The Shape of Water ed Elisa, come la creatura e il timido e talentuoso Giles, si nutrono di cinema classico, sono figli di uno splendore cromatico, immaginifico e narrativo intramontabile. Un humus culturale che si tramanda, che è fertile, che illumina le opere di cineasti come Del Toro, Spielberg, Jackson, Gray. Armato di budget corposi, mezzi tecnici e attori di talento, Del Toro combatte a suo modo la battaglia del grande cinema, del grande schermo, della magia della sala – emblematiche la sequenza dell’acqua che dal bagno arriva alla sala cinematografica, metafora di una nuova passione che inonda il vecchio cinema, e il piano di Elisa che svia gli sguardi indiscreti delle telecamere di sorveglianza, mezzi inadatti a riprendere un dio. L’home theater può aspettare.

The Shape of Water parte da Il mostro della laguna nera di Jack Arnold, si ammanta delle atmosfere noir di una spy story dai risvolti alquanto umani, imbocca le traiettorie amorose a suon di musical e plasma la sua favola sulla riuscita struttura de Il labirinto del fauno. Una specularità che ci regala l’efficace villain interpretato da Michael Shannon (l’ottuso Strickland, che vede crollare pezzo dopo pezzo le patriottiche e mascoline certezze), compagno ideale del terribile Vidal di Sergi López anche nelle derive grandguignolesche, ma che scricchiola in altri pur amabili refrain, come la voce narrante e un paio di soluzioni narrative qui meno calzanti.
Limiti anche evidenti. Certo. Ma noi siamo come Zelda. E il tip tap.

Info
Il trailer originale di The Shape of Water.
La pagina facebook di The Shape of Water.
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