The Deserted

The Deserted

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Presentato nella sezione Venice Virtual Reality il nuovo lavoro di Tsai Ming-liang The Deserted, dove il regista taiwanese fa tornare i suoi temi e i suoi personaggi, a partire dall’immancabile Lee Kang-sheng, concentrandoli in una casa fatiscente molto simile, probabilmente la stessa, di The Afternoon. Basta questa opera a giustificare l’introduzione della nuova tecnologia.

Vive la réalité virtuelle

Hsiao-Kang sta passando un periodo di convalescenza dopo una malattia in una casa in montagna. La sua anziana madre gli fa visita e cucina per lui, che però non riesce a mettere in bocca il cibo. Una donna fantasma vive dirimpetto. Come la madre non riesce a entrare nella sua vita. L’unico compagno con cui parla è un pesce solitario nella vasca da bagno. [sinossi]

In un simile edificio fatiscente – forse lo stesso – Tsai Ming-liang aveva ambientato il suo precedente film, The Afternoon, un momento autoriflessivo e di rivisitazione del proprio cinema nella rilettura del suo rapporto con l’attore feticcio di tutta la sua filmografia, il suo alter ego in scena Lee Kang-sheng. Ora il regista taiwanese si avventura nella sperimentazione della VR, la realtà virtuale, la tecnologia che permette, e promette, un’esperienza immersiva nel film, indossando un visore e delle cuffie. In pratica ci si può girare di 360° cambiando prospettiva come se effettivamente si fosse all’interno dello spazio dove è ambientato il film che stiamo guardando.
Tsai Ming-liang ci conduce, indossato il visore, in questo edificio incrostato e in rovina, in questo spazio dove torna a concentrare il suo cinema. Come per Fritz Lang l’innovazione tecnologica – del sonoro di M – Il mostro di Dusseldorf dove il motivetto fischiettato aveva un’importante ruolo narrativo – viene sfruttata appieno anche, nel caso di Tsai Ming-liang, evidenziandone i limiti e quindi in maniera critica per certi versi.
C’è spesso qualcosa, qualche dettaglio, di occultato, nascosto, coperto o inarrivabile nelle scene di The Deserted, quasi a eludere quella sensazione di onnipotenza visiva promessa da questa nuova mirabolante tecnologia. A partire dalla primissima scena: cosa sta facendo Lee Kang-sheng con quell’affare collegato con fili al suo corpo? Si deduce una qualche forma di terapia ma nulla di più specifico.

Inoltre la camera principale dove è ambientata la maggior parte delle scene, con il cucinino, il divano, il tavolino, la poltrona e la vasca, è vista dal regista secondo ogni volta un punto di vista diverso, ogni volta quindi a rivelare una nuova prospettiva, ogni volta a svelare dettagli di quello spazio. Fino a scoprire il pesce dentro la vasca. Tsai Ming-liang ci porta a una presentazione e a un’esplorazione progressive di quella struttura e quei volumi, gli interni e gli esterni, e dei personaggi che lo popolano. La possibilità di voltarci attorno aumenta il senso della perlustrazione, comunque di base condotta per mano dal regista.
Un edificio estremamente fatiscente, si diceva, senza finestre, e con la vegetazione lussureggiante circostante che sta prendendo piede, invadendone gli interni con erbacce cui si aggiungono animali quali un rospo che arrivano seguendo quella breccia aperta dalla vegetazione. La lotta tra i muri e la natura rigogliosa, tra il manufatto edificato dall’uomo con i mattoni, e le erbe spontanee che si insinuano con le loro radici, si sta risolvendo inevitabilmente con la vittoria della seconda. Quel conflitto tra razionalità e pulsioni primarie che permea il cinema del regista risolvendosi sempre con il prevalere delle ultime, come qui succede con la deflagrazione dei sensi nella scena di sesso sul materasso, è ora simboleggiato da questa struttura spaziale. Che offre pure uno spazio intermedio, quello dell’orto coltivato con diligenza dal protagonista. Mentre i muri con le loro incrostazioni cui si aggiungono i ciuffi di erbe, che possiamo scrutare in ogni angolo voltando la testa con il nostro visore, e i pavimenti cosparsi di detriti creano delle composizioni di immagini che tendono all’astratto, cosa che il regista aveva già sperimentato in Stray Dogs.

Già il titolo, The Deserted, suggerisce che questo spazio è un concentrato dell’alienazione metropolitana dell’autore, di quella Taipei dissestata, di quel prato brullo, appena seminato, che fa da sfondo al pianto finale della ragazza sulla panchina di Vive L’Amour. Ancora uno spazio bagnato, grondante di umidità come in Il buco. Questo spazio è popolato da tre personaggi, esistenze erranti, in cui predomina il solito corpo di Lee Kang-sheng. Cui si aggiunge la madre e l’affascinante donna. E a questi va aggiunto il pesce, quello stesso dell’acquario di Che ora è laggiù?. A mancare è la figura paterna, che sarà ancora una volta in un ‘laggiù’.
Se ci sono voluti Herzog, Wenders e Scorsese a dare dignità alla tecnologia del 3D, si può dire lo stesso ora di Tsai Ming-liang per la virtual reality.

Info
La pagina dedicata alla sezione Venice Virtual Reality sul sito della Biennale.
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