Beautiful Things

Beautiful Things

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Diretto dal torinese Giorgio Ferrero, Beautiful Things è una stordente sinfonia visiva sugli oggetti e sul processo di dis-umanizzazione dell’uomo di grandiosa potenza visionaria. In Biennale College a Venezia 74. Tra i film più belli di questa edizione. Sui Festival Scope fino al 19 settembre.

Rosebud…

Van è un manutentore di pozzi petroliferi. Lavora nel deserto, all’interno di un grande giacimento in Texas. Danilo è capo macchina su una nave cargo. Vive ogni giorno nel cuore dello scafo dove risiede un mastodontico motore. Andrea è uno scienziato. Ha passato la propria vita tra le formule matematiche e il silenzio delle camere anecoiche. Vito ha trascorso metà della propria vita gestendo slot machine. Oggi è il responsabile di un’immensa fossa di rifiuti in cemento armato. [sinossi]
Fino a martedì 19 settembre si può vedere Beautiful Things sul sito di Festival Scope a questo link.

Proprio qualche giorno fa si rimpiangeva una scena come quella della tazzina di caffè in Due o tre cose che so di lei di Jean-Luc Godard, tazzina che dalla sua dimensione quotidiana si apriva – grazie a una serie di inquadrature sempre più strette – all’astrazione assoluta, tanto da far sembrare il liquido nero un po’ ribollente una costellazione di galassie inconoscibili.
Incredibilmente quella stessa emozione e commozione di natura estetico/filosofica l’abbiamo rivissuta proprio qui al Lido per Beautiful Things, esordio al lungometraggio del musicista piemontese Giorgio Ferrero.
Presentato nella sezione Biennale College, nel cui ambito è stato prodotto, Beautiful Things non è solo uno dei più bei film di questa edizione del festival, ma è anche l’oggetto più strano che si sia visto a Venezia 2017, lontano anni luce dalle mediocri e consolidate pratiche del cinema italiano, cui in fin dei conti in qualche modo – pur apparendo impossibile – appartiene.

Il film di Ferrero mette innanzitutto in difficoltà nel momento in cui si cerca di dargli una definizione come genere: documentario, film-saggio, riflessione filosofica, sinfonia visiva.
Abbraccia tutto questo Beautiful Things, così come trova degli echi in certe tradizioni, quali le sinfonie delle città tipiche degli anni Venti. Ma lo fa in una maniera così personale e in certo senso mai-vista che si potrebbe anche dire che Ferrero sia riuscito a creare un nuovo genere.
Lo snodo fondamentale viene probabilmente dal fatto che Ferrero, come detto, è un musicista ed è dunque partito dalla musica e dal ritmo, dal tempo-scena, per concepire il suo film diviso in quattro movimenti/capitoli. Dall’uno all’altro si assiste al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti – e del contemporaneo dissanguamento della Terra -, dai pozzi di petrolio del primo capitolo (ogni oggetto della vita quotidiana è composto di oro nero), alla nave-cargo che quegli oggetti li trasporta sull’acqua verso la terraferma, alla camera anecoica in cui si testa la funzionalità sonora degli stessi, fino al termovalorizzatore in cui quegli oggetti vengono distrutti per prendere forse nuova vita.

Detta così, però, potrebbe sembrare che Giorgio Ferrero voglia farci con Beautiful Things la morale sulla Terra distrutta dall’uomo, sull’inquinamento, sull’ambientalismo, ecc. Tutte tematiche fondamentali, tra l’altro già spesso affrontate in altri film quest’anno al Lido, ma che non fanno cinema. Per Ferrero infatti è fondamentale il lavoro sulla messa in scena, meticolosissimo e miracoloso nella sua abbagliante bellezza, dalle distese infinite di pozzi nella prima parte dove il sole acceca, alla grigio-azzurra inquieta solitudine della nave. Questo, prima di prendere definitivamente il largo verso l’astrazione con la terza parte, quella della camera anaecoica, luogo di assoluto silenzio – simile a una bara, come ci viene detto – e di ricerca assoluta per il film riguardo al discorso spazio/temporale. Un discorso che poi arriva ai toni cupi e magistralmente luciferini dell’oscurità e della greve magnificenza dell’olocausto degli oggetti nel termovalorizzatore, i cui cupi accenti visivi fanno pensare all’idea di un giudizio universale finalmente arrivato.

Tutti questi luoghi, per quanto cupamente disabitati, hanno comunque un loro gestore/caronte/virgilio. E ognuno dei quattro protagonisti – a partire dallo strafottente texano tra i pozzi – riflette in voice over su alcuni aspetti della sua vita e sul senso del proprio lavoro. In qualche modo loro fanno funzionare il mondo e loro lo distruggono – perché così chiede l’uomo – mentre tutti noi voltiamo lo sguardo da un’altra parte, presi dal nostro inquieto vivere. Ed è probabilmente per questo motivo che Ferrero ha voluto inframezzare sempre in momenti precisi di ciascuno dei capitoli un’altra linea, quella di un’esistenza semplice e mediocre, ripresa sempre in piano-sequenza (e, ancora qui, il primato della regia su tutto il resto) e che si chiude amaramente (con un robottino tra i rifiuti, abbandonato e dimenticato come Rosebud; e non può non essere una reminiscenza wellesiana).
Forse solo questa linea fa sorgere qualche dubbio, forse perché dal punto di vista concettuale non c’era bisogno di dire di più. È anche vero però che qui vediamo un altro tipo di sottolineatura del talento visivo di Ferrero – e ovviamente di quello del suo direttore della fotografia, anche co-regista, Federico Biasin – perché se nei quattro capitoli la macchina è prevalentemente piazzata su cavalletto (con alcune eccezioni stupefacenti), qui è a mano e vi si riconosce una sorprendente precisione del dettaglio (come raccontare la natura di un essere umano a partire dai suoi oggetti).
E, in più, questa linea collaterale è quella che poi porta al gran finale: apoteosi stilistica musical – due ballerini in un centro commerciale – e gesto liberatorio e catartico. Un miracolo, forse. Per fortuna ancora ne capitano.

Info
La scheda di Beautiful Things sul sito della Biennale.
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