Loving Pablo

Loving Pablo

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Fuori concorso a Venezia 74 Loving Pablo, kolossal sulla figura di Pablo Escobar, il grande narcotrafficante che soggiogò l’intera nazione colombiana, a opera di Fernando León de Aranoa con grandi star come Javier Bardem e Penélope Cruz. Poco sfruttati i tanti appigli che una tale figura potrebbe fornire così come dribblati tutti gli snodi internazionali controversi, in nome di un film di grande budget che nemmeno si avvicina al grande cinema sulla criminalità organizzata. Scorsese non abita certo qui.

Hanno ammazzato Pablo

La cronaca dell’ascesa e della caduta del più famigerato signore della droga del mondo, Pablo Escobar, e della sua love story con la più famosa giornalista colombiana, Virginia Vallejo, durante un regno di terrore che ha insanguinato un paese. [sinossi]

Tutto parlato in inglese il film Loving Pablo, fuori concorso a Venezia 74, a parte qualche espressione gergale lasciata in spagnolo, nonostante i due grandi attori protagonisti, Javier Bardem e Penélope Cruz, siano di madrelingua spagnola. La questione della filologia linguistica in un film è controversa, ma in questo caso questo dato basta a farci capire il senso di questa operazione a grande budget, concepita per un pubblico internazionale. Tanto da far risultare ridicoli tanto questi inserti in lingua originale, quanto la recitazione di Javier Bardem che compie un pur apprezzabile lavoro di mimesi, ma inevitabilmente falsato quando replica il ritmo e la cadenza della voce originale del narcotrafficante adattandola alla lingua inglese.

La figura di Pablo Escobar, potentissimo boss mafioso che è stato capace di soggiogare un’intera nazione, che risulta aver accumulato un patrimonio da record tanto nella storia del crimine organizzato, quanto al confronto con grandi i magnati dell’epoca, è una figura shakespeariana, estremamente affascinante da un punto di vista drammaturgico. Ma Fernando León de Aranoa, regista che finora si era dimostrato a suo agio con opere di realismo sociale, non riesce a cogliere tutti gli aspetti controversi e contradditori, limitandosi ad appiattire il tutto a una lettura di dualismo, di dissociazione mentale bipolare.
Pablo Escobar, che ha fatto fuori anche in maniera atroce tutti coloro che hanno osato intralciargli il cammino, è mostrato in casa come un affettuoso marito e padre di famiglia. Farlo vedere mentre subisce le ire della moglie per banali questioni domestiche, mentre dà un’esigua mancetta al figlioletto o lo mette in guardia dall’assumere droghe prendendo a modello la figura della first lady Nancy Reagan, all’epoca impegnata in una campagna mediatica contro il narcotraffico. La tipica dissociazione mentale di chi è in preda a deliri di onnipotenza. Lo sapevamo già, come Hitler che adorava il suo cane o Berlusconi che mandava i figli alla scuola steineriana.

Il primo passaggio di questa raffigurazione duale riguarda la scelta primaria stessa di Loving Pablo, quella di adattare il libro di Virginia Vallejo, la giornalista che fu amante di Escobar, attraverso cui il personaggio è visto. Ma ancora non si riescono a enucleare i motivi della sua attrazione fatale per quell’uomo mostruoso e disumano, del suo fascino, e la recitazione di Penelope Cruz non riesce ad approfondire lo spessore psicologico del suo personaggio. Tutto si riduce al suo banale slogan “Amo Pablo, odio Escobar”. I brani del libro della scrittrice, letti in voce off, servono in realtà come scappatoia didascalica, che comunque non scava e rimane su spiegazioni superficiali. Quando per esempio spiega il metodo di reclutamento dei sicari, sorvola su quello che è il principale motivo del successo criminale di Escobar, quello di porsi come un vero e proprio contro-stato, che dà lavoro, che costruisce scuole e ospedali, che esercita un ruolo sociale che lo stato non è in grado di fornire. E da qui la grande popolarità del personaggio.
Non è l’unico nodo scomodo che il regista evita di prendere con il suo pettine, forse ancora una volta per la dimensione produttiva che si è trovato a gestire. Non si fa riferimento per esempio all’ambiguo ruolo della CIA nell’episodio dell’importazione di droga dal Venezuela per incastrare Escobar. E il contesto internazionale stesso appare alquanto manicheista. Nessun problema sollevato per esempio sul discutibile ruolo di gendarme internazionale che l’America si è arrogata dopo la guerra fredda e che l’avrebbe portata proprio in quegli anni, e per simili motivazioni antidroga, alla destituzione del dittatore di Panama Noriega. Alla fine i nemici dell’America fanno sempre una brutta fine come i villain del cinema dei fumetti e l’uccisione di Pablo Escobar non può che evocare l’assonanza con quella di Osama Bin Laden.

Rimane il punto di vista spettacolare, epico, le grandi scene e i grandi momenti da mafia movie che prendono a modello il grande cinema di genere, con azioni iperboliche, cruente e di grande efferatezza. Tanto assurde quanto evidentemente vere se il film ha mantenuto quella promessa di adesione alla realtà fatta nella scritta iniziale. Vedi la corsia autostradale bloccata e fatta diventare una pista di atterraggio. Siamo comunque lontani dai capisaldi del genere. Nessun momento di Loving Pablo può minimamente competere con la scena della cattura del boss di Quei bravi ragazzi, per esempio. E manca anche quella capacità di cogliere quell’humus culturale e sociale, quei codici di comportamento propri di ogni fenomeno di criminalità organizzata. Scorsese non abita qui.

Info
La scheda di Loving Pablo sul sito della Biennale.
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