Ornette: Made in America

Ornette: Made in America

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Presentato a Filmmaker Festival nella sezione Filmmaker Moderns, Ornette: Made in America è un ritratto del sassofonista Ornette Coleman e attraverso di lui una storia del jazz e del fermento culturale, che attraversava tutte le forme artistiche, dell’America degli anni ’60 e ’70. Restaurato da Ross Lipman e distribuito in Italia da Reading Bloom.

I cieli dell’America

Il sassofonista contralto Ornette Coleman ha vissuto almeno quattro vite artistiche: dagli umili inizi nella scena Rhythm ‘n’ Blues fino al parnaso dell’avanguardia. Coleman conobbe la regista Shirley Clarke alla fine degli anni ’60 e insieme pensarono di realizzare un film sul jazz. Il progetto, dopo un iniziale rifiuto dei produttori, verrà ripreso a distanza di vent’anni in vista dell’inaugurazione, nell’83, del Caravan of Dreams Performing Arts Center che avrebbe salutato il ritorno di Coleman nella sua città natale, Fort Worth, Texas. [sinossi]

La storia del grande jazzista Ornette Coleman, tra i fondatori del free jazz, vista attraverso tre decadi, dall’infanzia negli slum di un Texas in cui vigeva la segregazione razziale, fino alla sua definitiva consacrazione con la consegna delle chiavi della città di Fort Worth, nel 1983 e il grande concerto della sua sinfonia Skies of America. Presentato al Filmmaker Festival di Milano, Ornette: Made in America è la storia di un artista raccontata da Shirley Clarke, filmmaker del New American Cinema Group, con un background di danzatrice, che cerca di ricreare con il linguaggio cinematografico la freschezza espressiva e l’innovazione della musica di Coleman.
Tutto il film è costruito con elementi da spettacolo/performance/concerto, a partire dai titoli di testa, di coda e dalle didascalie, realizzati come scritte luminose a led che scorrono, dando un’atmosfera da teatro musicale, da Broadway. A ciò si aggiungono le danze di strada, le danze carnevalesche, le figure al neon ricorrenti, del cerchio e del triangolo, che iscrivono la figura del musicista; gli artisti africani, le letture di William Burroughs, le sculture moderne, le interviste incorniciate in televisori colorati disegnati, gli effetti speciali, i montaggi vertiginosi. E poi tutte le interazioni di Coleman nello spazio, con lo sbarco sulla luna, con le scene in assenza di gravità, finanche un ciak cinematografico che galleggia nel vuoto. Non manca il cinema, quello classico, nella stratificazione artistica messa in scena da Shirley Clarke, che si materializza nella scena della sparatoria western, la rievocazione del leggendario duello che contrappose Luke Short a Tim “Long Haired Jim” davanti a un saloon di Fort Worth l’8 febbraio 1887. E nella figura dell’anziana donna intervistata alla fine, tra il pubblico del concerto, che racconta del suo passato di attrice nei film di Tarzan.

Clarke lavora con l’ibridazione delle forme d’arte, proprio com’è l’aspirazione di Coleman nel progettare un “multi expression center” in un vecchio palazzo in disuso. La continua alternanza tra concerto e vita, spesso con la voce off del musicista e le sue interviste come in un flusso di coscienza, conferisce da un lato il ritmo e il respiro di una performance musicale al film, in cui la biografia di Coleman si inscrive nelle pieghe della sua grande esibizione con orchestra. Da un altro lato il montaggio che fa corrispondere la figura del musicista da ragazzo con saxofono, che muove le prime armi nella musica sullo sfondo di catapecchie, e quella di Coleman adulto, mattatore in un grande teatro borghese, che racconta il suo successo, il suo riscatto sociale. Da dove è partito a dove è arrivato. Riscatto che è quello, ambito, di un intero popolo. Il free jazz è stata l’espressione delle battaglie contro la segregazione razziale, e nel footage del fim ci sono anche brani della marcia di Martin Luther King su Washington, dove ancora ci sono momenti musicali.

Il continuo alternarsi tra presente e passato assume anche la forma del campo/controcampo immaginario con il jazzista bambino che sembra guardare se stesso adulto, oppure del combaciare della figura e della postura del jazzista da adulto e da ragazzo. O dello stesso musicista che dall’esibizione in concerto si ritrova in mezzo a delle sculture moderne. O nel figlio di Coleman, Denardo, che passeggia in strada, vicino a un passaggio a livello, prima come bambino, poi come giovane e infine sostituito dalla figura del padre. Un flusso temporale continuo come nelle figure metaforiche di raccordo, dei legami, il fusto della pianta nella serra, il cavo del microfono. Con un montaggio che segue il ritmo della musica, che sincronizza immagini e suoni, che diviene a volte serratissimo, e che fa alternare in continuazione diversi momenti nel tempo. Ornette: Made in America è una sinfonia di montaggio. Come nel momento del concerto nella serra dove l’immagine dei grovigli di rami e di cactus, contrastanti con le linee regolari e i volumi dei grattacieli sullo sfondo, diventa quella dei violini, in una continua performance visiva e musicale.
Shirley Clarke ha realizzato un affresco dell’America profonda, con le sue casette hopperiane, percorsa da quei treni che guardava passare Coleman da bambino, dove la natura si alterna ai suoi paesaggi di grattacieli, e un ritratto di una generazione che ha perseguito tanto le battaglie civili tanto la sperimentazione artistica. E Ornette: Made in America è una sintesi continua tra il concerto filmato e il documentario biografico, che evita la semplificazione delle due forme prese singolarmente. Un film che non può che chiudersi con un lungo applauso.

Info
Il trailer di Ornette: Made in America.
Il sito ufficiale di Ornette: Made in America.
Il sito della distribuzione italiana di Ornette: Made in America, Reading Bloom.
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