Side Job.

Side Job.

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Con Side Job. Ryuichi Hiroki torna al Far East Film Festival di Udine per raccontare la tragedia impossibile da ricucire di Fukushima attraverso la storia di Miyuki, che vive con il padre in un alloggio provvisorio da quando hanno perso tutto, affetti compresi. Miyuki nei fine settimana raggiunge Tokyo, dove si prostituisce… Un’opera ondivaga e volutamente non lineare, che conferma il talento del regista nipponico.

I sopravvissuti di Fukushima

Alcuni anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, Miyuki e suo padre vivono in un alloggio provvisorio all’interno di un agglomerato dove abitano altre persone che hanno perso tutto dopo lo tsunami del 2011, in cui la madre di Miyuki è morta. Mentre il padre non si dà pace per la perdita, non lavora e frequenta sale slot, la ragazza fa l’impiegata e nei week end va a Tokyo a prostituirsi… [sinossi]

Tratto da un romanzo dello stesso regista, il prolifico Ryuichi Hiroki, Side Job. è un racconto intimo e non lineare, così come non possono essere lineari i percorsi psicologici dei personaggi in scena. Traducendo il titolo della versione internazionale – l’originale Kanojo no jinsei wa machigaijanai suonerebbe come “La sua vita non è una colpa” – il “secondo lavoro” cui si fa cenno non è soltanto quello che Miyuki (la brava e molto bella Kumi Takiuchi) svolge a Tokyo, dove si prostituisce tramite una bizzarra agenzia, ma è quello dell’elaborazione di un trauma persistente e apparentemente invincibile. Negato, nascosto, o sublimato con traiettorie del tutto private, il trauma ha invece avvelenato in modo irreversibile le vite. Il lavorio interiore, indispensabile per tornare a essere umani, viene per lo più evitato o compiuto, semmai, nella propria solitudine, senza condivisione, senza esprimerlo per non addolorare gli altri e non soccombere allo strazio. “Non saremo più così”, dice una coppia di vicini di casa di Miyuki guardandosi sorridenti in una vecchia foto esposta a una mostra che – finalmente – racconta la città prima e dopo il flagello, mentre nel presente la moglie si sente soccombere dalla vergogna perché il marito lavorava nella centrale nucleare. È l’unico momento in cui la comunità dei superstiti si riunisce e in qualche modo avverte un legame, l’unico momento in cui l’espressione visiva di quel che era può per un istante portare alla luce l’irreparabile di ciò che è diventato. Per pudore dell’altro e per non soffrire, vediamo persone che cercano di tirare avanti adattandosi a qualcosa di troppo catastrofico per essere detto, cui accennano sempre in maniera formale o per formule ormai addomesticate (“Se non avessi conosciuto la mamma sarebbe ancora viva nella sua città natale”).

La devastazione improvvisa, inspiegabile, di cui nessuno singolarmente ha colpa ma di cui tutti si sentono misteriosamente responsabili ha obbligato a evacuare le case, a seppellire figli e mogli, a farla finita con ciò che era da sempre. Il padre di Miyuki è un agricoltore che non può ancora tornare a coltivare i campi contaminati: rifiutandosi di fare altri lavori, passa il tempo giocando in sale slot. Sua figlia invece va a Tokyo, il cuore di quel Giappone moderno e ottimista che è fallito davanti ai suoi occhi, a soddisfare clienti e a cercare di sentirsi viva, di sviare la mente allontanandosi da uno spazio che la costringe. Anche nella sua agenzia, però, le persone non sono quello che sembrano e le identità rivelate non sono la verità intima di nessuno. Nella comunità dei moduli abitativi ci sono poi un altro giovane vicino di casa con un fratellino piccolo, la cui famiglia è andata in crisi dopo lo tsunami, e fa ritorno l’ex fidanzato di Miyuki, che se ne era andato all’indomani della tragedia.
Il regista è nato a Koriyama, nella prefettura di Fukushima, e con questo film fa i conti apertamente con le esistenze dei sopravvissuti, segnate da lutti, ferite insanabili, e sensi di colpa. Se già con River aveva approcciato la materia, con Side Job. entra con sguardo umanista negli effetti del terremoto emotivo di una comunità, senza dover arrivare a nessun “messaggio”, a nessuna catarsi obbligatoria, ma dicendo invece che c’è una cosa necessaria: condividere e parlare, smettere di negare. Un atto psichico dei singoli ma forse, pare suggerire il regista, una scelta politica precisa, per cui Fukushima è diventata una grande rimozione collettiva. Momento di espressione e catarsi è la mostra fotografica, sollecitata dall’interesse di una ragazza originaria del luogo (come Hiroki), ma momenti di verità o di richiesta di verità sono sparsi nel corso del film. “Promettimi che mi dirai sempre tutto”, dice il ragazzo al fratellino piccolo che, non capendo bene perché non dovrebbe farlo risponde: “certo”. Ma è a se stesso che il giovane lo sta chiedendo.

Stilisticamente il film alterna – specie per raccontare il personaggio centrale di Miyuki – riprese girate con la camera a mano, dal tratto essenzialmente pornografico (il regista ha iniziato la carriera, decenni or sono, realizzando pinku eiga, un particolare genere di softcore nipponico, ma poi ha girato anche film porno veri e propri), con scelte più neutrali e meno invasive, per creare un’atmosfera che sia oggettiva e intrusiva al contempo. Hiroki alterna poi spazi chiusi, stretti, repressi come le persone che vivono nei moduli abitativi, con panoramiche che si aprono sul paesaggio, sulla centrale, sulle strade che Miyuki percorre in pullman per entrare nella gigantesca capitale, per poi tornare a primi piani penetranti, fatti di lacrime ed espressioni di un dolore fin troppo trattenuto. Uomo e paesaggio vivono in una dicotomia inconciliabile, tutto sembra post-atomico e nel finale le vere immagini di Fukushima nel 2011 restituiscono tutta la densità triste e tristemente reale che il regista ha messo in scena scrutando vite come tante, personaggi che cercano di tornare alla luce, di elaborare qualcosa che la mente rifiuta e ritiene impossibile.

Info
Il trailer di Side Job.
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