Tokyo Love Hotel
di Ryuichi Hiroki
Alle spalle di un racconto a episodi (e a coppie) Ryūichi Hiroki cela un discorso sul Giappone contemporaneo, per un film diseguale ma di grande potenza politica. Tokyo Love Hotel, al Far East di Udine 2015.
Da Kabukicho con amore/odio
Molte vite ruotano attorno a uno squallido albergo a ore a Kabukicho, nel cuore di Tokyo: Toru ha perso il lavoro in un albergo a cinque stelle e ora è costretto a gestire l’hotel, mentre la sua fidanzata cerca di farsi spazio nel mondo della musica. Toru scopre anche che la sua sorella minore è a sua volta a Tokyo, dove lavora come attrice in film pornografici… [sinossi]
Ci sono diversi modi di approcciarsi a un film come Tokyo Love Hotel e di interpretarne il senso e il motivo scatenante della sua esistenza. Il primo, e il più immediato, è sicuramente quello di leggere in filigrana una riflessione sui rapporti di coppia nel Giappone contemporaneo, con tutte le sue infinite sfaccettature: una sorta di mappatura del sentimento, che pone uno a fianco all’altro temi come l’infedeltà, il desiderio di possesso, il desiderio di successo, la ritualità meccanica del porno, la prostituzione, e via discorrendo. Da questo punto di vista Tokyo Love Hotel apparirebbe un’opera solo in parte interessante, appesantita da una architettura narrativa esagerata ed esasperata, pervasa da lungaggini, digressioni poco essenziali, sbilanciamenti fin troppo evidenti. Un film imperfetto. E non c’è dubbio che si stia parlando di un film imperfetto: lo dimostrano una scrittura solo in parte ispirata e alcuni personaggi messi a fuoco poco e male. Sarebbe però riduttivo, e ben poco lungimirante, inquadrare Tokyo Love Hotel solo in quest’ottica. Al di là di quel che si può pensare sulle varie storie che prendono corpo sullo schermo, non si può in nessun modo prescindere dal fatto che si sta parlando di un film di Ryuichi Hiroki.
A scanso di equivoci, non si tratta qui di evocare in modo acritico una “politique des auteurs” per difendere un’opera indubbiamente meno ispirata di un regista altrove in grado di raggiungere picchi poetici notevoli (800: Two Lap Runner, Vibrator, Your Friend, River); il cinema di Hiroki ha dopotutto abituato a saliscendi artistici, tema valido per molti dei cineasti giapponesi più prolifici.
Dopo la proiezione al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, durante le giornate della diciassettesima edizione del Far East Film Festival, in molti hanno storto la bocca: Tokyo Love Hotel è, a sentire la maggior parte delle opinioni, un film estenuante, asfittico, che si interroga sull’amore senza aggiungere nulla a quanto la storia del cinema abbia già espresso in modo più convincente. Il punto della questione è: siamo sicuri che Hiroki volesse raccontare “solo” una storia corale sui rapporti di coppia? Sì, i protagonisti del suo film si tradiscono, si amano, si incontrano, si lasciano, celano segreti sulla loro vita intima, si spogliano e si rivestono. E il tutto all’interno di un albergo a ore, abitato per lo più da prostitute, attrici porno e sbandati di vario tipo. Ma il fulcro di Tokyo Love Hotel non sembra proprio essere quello di un sorvolamento degli usi e costumi (giusti o sbagliati che siano) dei giapponesi per quel che concerne l’amore fisico, l’attrazione e l’affetto.
Al contrario, tra tutte le visioni proposte dalla kermesse friulana, il film di Hiroki è apparso come uno degli sguardi più politici sulla contemporaneità. Non è un Giappone qualunque quello in cui Hiroki inserisce la sua storia: è il Giappone di Shinzō Abe, primo ministro e leader della frangia più nazionalista e reazionaria del Jimintō. E non è un caso che il film sia ambientato a Kabukicho, il quartiere a luci rosse di Tokyo, inserito nel “Tōkyō tokubetsuku” (quartiere speciale) di Shinjuku: Kabukicho divenne l’area in cui confinare bordelli, case da gioco e fumerie d’oppio all’epoca della Meiji jidai, l’era della restaurazione imperiale guidata da Mutsuhito. È il simbolo di un Giappone che torna all’antico sperando di rinverdire i fasti del passato, e ben si presta come metafora della politica fascistoide di Abe.
La preoccupazione per la recrudescenza dell’estrema destra, percepibile anche in altri film giapponesi presenti al Far East (Il regno dei sogni e della follia di Mami Sunada, 0,5mm di Momoko Ando), è a ben vedere uno dei temi portanti di Kabukicho Love Hotel. L’atmosfera di tensione la si avverte nella manifestazione contro gli immigrati coreani, nella diffidenza generale verso l’estraneo, nel disprezzo esibito contro le prostitute – che subiscono violenza quotidiana senza che nessuno muova un dito. La popolazione che abita Tokyo Love Hotel è impaurita, lassista, menefreghista. Si nasconde dal mondo, ma non lo affronta; subisce angherie senza reagire; accetta tutto, anche le aberrazioni più evidenti. Una nazione allo sbando, in cui torna preponderante l’incubo nucleare di Fukushima, a cui dà corpo una volta di più Shota Sometani (già impegnato a muoversi tra le rovine dello tsunami in Himizu di Sion Sono) e che Hiroki aveva già trattato, sempre in maniera laterale, in River.
Permangono, come già scritto, i dubbi su un film slabbrato, indeciso e a tratti impreciso. Ma non si può non apprezzare il nitore politico di uno sguardo mai allineato come quello di Ryuchi Hiroki. Un regista necessario, come conferma anche Tokyo Love Hotel.
Info
Il trailer di Tokyo Love Hotel.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Sayonara Kubukicho
- Paese/Anno: Giappone | 2014
- Regia: Ryuichi Hiroki
- Sceneggiatura: Futoshi Nakano, Haruhiko Arai
- Fotografia: Atushiro Nabeshima
- Interpreti: Aoba Kawai, Asuka Hinoi, Atsuko Maeda, Jun Murakami, Kaho Minami, Lee Eun-woo, Miwako Wagatsuma, Nao Ōmori, Roy, Shota Sometani, Shugo Oshinari , Tom Miyazaki, Tomorowo Taguchi, Yutaka Matsushige
- Colonna sonora: Ayano Tsuji
- Produzione: The Fool
- Distribuzione: Tucker Film
- Durata: 135'
- Data di uscita: 30/06/2016


0,5mm
Il regno dei sogni e della follia
Far East 2015
Himizu