Hong Kong Express

Hong Kong Express

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In omaggio a Brigitte Lin è stato presentato al Far East Film Festival 2018 Hong Kong Express, il film simbolo del cinema hongkonghese, della nouvelle vague della cinematografia degli ultimi scampoli della colonia britannica in Cina, del cinema d’autore di tutto il sud-est asiatico. Il film cult che ha fatto nascere una generazione di appassionati, un movimento di critica e di pubblico che è all’origine dello stesso festival di Udine.

Poesia del tempo

Un giovane poliziotto, numero di matricola 223, rimasto solo dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, incrocia e si innamora di una misteriosa donna dalla parrucca bionda, implicata in traffici criminali. Un altro poliziotto, numero di matricola 663, anche lui appena lasciato, conosce Faye, commessa nel chiosco di fast food in cui è solito pranzare. Faye si innamora di lui, ma lui è preso nella sua depressione… [sinossi]
Un lampo… e poi la notte! Bellezza fuggitiva,
il cui sguardo mi ha fatto rinascere di colpo,
non ti rivedrò più fino all’eternitá?
Lontano, via di qui! E troppo tardi, o mai!
Dove fuggi, non so; tu non sai dove vado.
Ma avrei potuto amarti e tu, tu lo sapevi!
(Da “A una passante” ne I fiori del male di Charles Baudelaire)

“Ora capisco cosa devono aver provato gli spettatori che nel 1960 videro Fino all’ultimo respiro“. Così qualche critico salutò Hong Kong Express dell’allora sconosciuto regista Wong Kar-wai, a indicare la sensazione di essere di fronte a qualcosa di nuovo, a nuovi linguaggi di rottura, come a suo tempo fu per la Nouvelle Vague ormai assimilata. E in effetti Hong Kong Express colpisce ancora oggi per l’incredibile freschezza espressiva, per quella fotografia ipercinetica di immagini sbavate e instabili realizzata da Christopher Doyle, l’ex-ballerino che concepiva la fotografia a passi di danza; per essere al di fuori di qualsiasi canone narrativo, stilistico, di qualsiasi consolidata prassi di cinema. Un po’ come gli impressionisti che dipingevano le tele direttamente col pennello, senza realizzare prima un disegno con dei contorni da riempire, Hong Kong Express è stato girato senza sceneggiatura, sulla base di suggestioni e improvvisazioni, senza costrizioni, senza nessun vincolo narrativo precostituito. Un filmetto realizzato in poco tempo quasi per scommessa, nella pausa della lavorazione di Ashes of Time, dove il direttore della fotografia Christopher Doyle ha fornito il proprio appartamento per girare le scene nella casa di 663. Eppure è la quintessenza della poetica esistenzialista di Wong Kar-wai, quella che propone in ogni suo film, che qui raggiunge il suo apice, dopo gli esiti acerbi dei primi As Tears Go By e Days of Being Wild – dove pure c’era già tutto Wong Kar-wai – e prima del manierismo di In the Mood for Love.

Lui, rimasto single, si innamora di lei, che non lo prende in considerazione, lei si innamora di lui, pure single da poco, che non la nota, e se ne va rassegnata proprio quando lui comincia ad accorgesene. Fanno parte di quelle infinite tracce di una leggerezza un po’ rohmeriana, che Wong Kar-wai racconta. Gli incontri casuali, le collisioni, tra gli infiniti possibili in quella moltitudine umana. «Ogni giorno ci troviamo spalla a spalla con tante persone. Non siamo che degli sconosciuti l’uno per l’altro ma ognuna di queste persone può entrare o meno nella tua vita.» Così recita l’incipit del film nella voce off di 223. Gli innamoramenti sfalsati che non combaciano mai, che si inseguono senza incontrarsi. Il tutto intriso di quella solitudine metroplitana, di quella incomunicabilità, di quella alienazione urbana propria della tentacolare, ancora per pochi anni, colonia britannica, colta nei suoi ritmi frenetici, nell’andirivieni continuo della folla, nella metropolitana o nel suo sistema complesso di scale mobili, nel suo coacervo etnico. Dove i personaggi si identificano con un numero di serie, si cercano con messaggi con il sistema del “cercapersona”. Un’alienazione dove prende corpo una poetica una dialettica, e una poetica, degli oggetti inaminati, le latte di ananas in scadenza, le saponette tristi. La città stato postmoderna di cui Wong Kar-wai rappresenta il grande cantore, e anzi il film è ambientato in un microcosmo che della città stato è un concentrato, il grande complesso residenziale e commerciale delle Chungking Mansions. Il titolo originale in cantonese del film, Chung Hing sam lam che vuol dire “La giungla di Chungking” allude proprio a questa struttura, cosa che è rimasta nel titolo internazionale Chungking Express, mentre solo in Italia è stato adattato come Hong Kong Express evidentemente valutando che il pubblico nostrano non potesse capirne il riferimento. Il cuore pulsante della città stato, il suo paesaggio urbano, con i suoi traffici legali e non, ma anche perfettamente collegato con tutto il mondo attraverso il suo aeroporto, il vecchio scalo di Kai Tak con le piste circondate da grattacieli, come un taxi per raggiungere ogni parte del globo. Così Faye, che sogna la California, raggiunge la sua meta. Un’inquietudine urbana che si mischia all’angoscia di essere una città stato che si avvicina al termine, che ha una data di scadenza proprio come quelle delle scatolette di cui è ossessionato 223. L’handover del 1997, pochi anni più tardi, il passaggio alla sovranità della Repubblica Popolare Cinese. Un clima di forte incertezza per il futuro che il cinema stava puntualmente registrando, e che Wong Kar-wai avrebbe poi approfondito inventandosi la Hong Kong capovolta di Happy Together.

«57 ore dopo mi sarei innamorato di quella donna», «6 ore dopo si sarebbe innamorata di un altro uomo»: un lampo, un flash che congela una frazione di secondo, un incontro istantaneo, uno sguardo fugace allo scattare di un orologio pubblico. La voce off che riflette, ricorda e anticipa. Hong Kong Express è costruito su flussi di coscienza, dove il tempo diventa una semplice funzione soggettiva, qualcosa di malleabile, può essere dilatato, espanso, rallentato, bloccato. Le linee temporali possono procedere in parallelo o intersecarsi fin anche contraddicendosi, o ammantandosi di ambiguità, come nella scena della prima parte in cui Faye, personaggio della seconda parte, si intravede uscire da un negozio con il pupazzone che prende per 663. Un gioco percepibile solo, e con molta attenzione, a una seconda visione del film, una situazione impossibile se i due episodi fossero temporalmente consecutivi. Ma non è detto che sia così e il raccordo tra le due parti, nel chiosco delle chef salad dove 223 collide con Faye lasciando il testimone a 663, potrebbe essere retrodatato rispetto al flusso narrativo. Wong Kar-wai frammenta, ingarbuglia il tempo andando ben oltre la manipolazione del tempo che il cinema ha sempre delegato semplicemente al montaggio. Hong Kong Express raggiunge l’apice di una cinematografia che persegue una poesia del tempo.

Info
Il trailer di Hong Kong Express.
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