Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Presentazione

Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Presentazione

La Mostra del Cinema di Venezia 2018, edizione numero settantacinque del festival, lancia sul tappeto rosso un parterre de roi di nomi altisonanti e celebri, da Olivier Assayas ai fratelli Coen, da Mario Martone a Mike Leigh, fino a László Nemes e Luca Guadagnino. Uno sfavillio di luci che rischia di relegare sullo sfondo il discorso sulla politica culturale, tra aree geografiche lasciate in secondo piano e una presa di posizione all’apparenza neutrale sulla querelle Netflix.

La Mostra del Cinema di Venezia 2018 viene presentata nella sala 3 del The Space Moderno in piazza della Repubblica, a poche centinaia di metri dalla stazione Termini. In attesa di prendere posto in sala i giornalisti vengono raggiunti dai dipendenti dell’azienda The Space, in sciopero per protesta contro il licenziamento senza preavviso di quattro loro colleghi, avvenuto a Livorno. La motivazione di The Space? Il calo d’incasso dovuto alla mancanza di spettatori. La CGIL ha dunque aperto lo stato d’agitazione, e ha cercato giustamente di sensibilizzare la stampa convenuta per sentirsi sciorinare, uno dopo l’altro, i titoli che prenderanno parte alla settantacinquesima edizione della Mostra – da un punto di vista strettamente cronologico dovrebbe essere la numero ottantasette, come ha spiegato in maniera esaustiva Paolo Baratta nel corso della sua introduzione. Mentre alcune centinaia di critici, giornalisti e addetti ai lavori prendevano posto in una sala, proprio i dipendenti di quell’azienda incrociavano le braccia, lottando contro licenziamenti iniqui e cercando – probabilmente senza troppa fortuna – di risvegliare coscienze politiche sempre più sopite e celate in profondità. Una cosa, quest’ultima, che in qualche modo si riflette anche nella selezione proposta da Alberto Barbera e dalla sua squadra di collaboratori.

È evidente a prima vista come la Mostra cali un buon numero di assi, solleticando i desideri ottici di falangi di cinefili e addetti ai lavori. Dopo l’annuncio del film di apertura First Man di Damien Chazelle – che due anni fa aprì le danze con La La Land, per poi iniziare la corsa che lo portò a competere da protagonista nella notte degli Oscar – e quello relativo all’avventura di Bradley Cooper come regista in A Star is Born, che non entra però in competizione, è arrivata una pioggia di nomi che dovrebbero sulla carta mettere d’accordo sia gli appassionati del mainstream che i cultori più esigenti. I primi si ritrovano davanti agli occhi in concorso tra gli altri Olivier Assayas e i fratelli Coen, Mario Martone e Mike Leigh, ma anche autori più giovani come László Nemes o Luca Guadagnino, che porta al Lido la sua versione di Suspiria; i secondi rispondono per lo più con le altre sezioni – Fuori Concorso, Orizzonti e Sconfini, che sostituisce quello che fino all’anno scorso era noto come Cinema nel Giardino –, dove trovano locazione l’omaggio di Yervant Gianikian alla compagna di una vita Angela Ricci Lucchi (Il diario di Angela – Noi due cineasti), due film di Amos Gitai sulla questione israelo-palestinese (A Tramway in Jerusalem, di finzione, e il documentario A Letter to a Friend in Gaza), un lavoro d’archivio di Sergei Loznitsa sui processi nell’epoca delle purghe staliniane, il faccia a faccia tra Errol Morris e Steve Bannon, la nuova avventura nel reale di Frederick Wiseman e poi la piccola – molto piccola – pattuglia asiatica, che tolto l’attesissimo Shinya Tsukamoto in concorso si sviluppa interamente tra Orizzonti e Fuori Concorso, con Tsai Ming-liang, Garin Nugroho, Pema Tseden e l’esordiente tahilandese Phuttiphong Aroonpheng.
La domanda però è la seguente: basta una mera elencazione di registi (alla lista si possono aggiungere altri nomi, come ad esempio il sempre eccelso Amir Naderi) per rendere “indispensabile” una Mostra? E soprattutto: il compito di un evento così centrale ed economicamente rilevante è mostrare dei buoni, ottimi, bellissimi, interessanti, attesi titoli o dovrebbe spingersi più in là, indicando una direzione di politica culturale da seguire?

Se ci si “accontenta”, e il virgolettato è d’obbligo, di giocare sul sicuro mettendo in fila autori del cuore da ri-scoprire in Sala Grande o in Sala Perla, allora non si può non considerare fin d’ora la Mostra del Cinema di Venezia 2018 come un successo. Ed è così probabilmente che verrà percepita, anche a giudicare dai primi commenti a caldo incontrati sia dal vivo al termine della conferenza stampa che seguendo l’infinito ciaccolare sui social network (si cita volutamente solo ora la presenza di The Other Side of the Wind, l’ultimo incompiuto Orson Welles, perché è materia che merita approfondimento a parte, al di là dell’ovvia attesa per un film che nessuno credeva di vedere). Ma resta sempre viva l’impressione che la gestione Barbera operi una scelta netta da un punto di vista di collocazione geopolitica della Mostra: più il rapporto con le major hollywoodiane si va rafforzando più è evidente come intere aree del mondo scompaiano dalla selezione, magari trovando spazio solo tra i cortometraggi o nella realtà virtuale – che anche quest’anno si svilupperà al Lazzaretto Vecchio. Il sud del mondo è praticamente ignoto a chi segue per lavoro o per diletto le mostre degli ultimi anni: a parte qualche autore conclamato, e il solo Tsukamoto correrà per il Leone d’Oro, il rapporto di forze tra occidente e “resto del mondo” è davvero completamente squilibrato, in una modalità che non tiene conto non solo della qualità delle opere – valore sempre opinabile, o almeno discutibile – ma anche e soprattutto del settore produttivo. Per restare ai dati dello scorso anno in India sono stati prodotti oltre 1900 film nel 2017, in Giappone 594, in Cina circa 500, 110 in Corea del Sud. Per non parlare della totale assenza dell’Africa, se si esclude un cortometraggio centrafricano tra i VR. Non impoverisce l’intera struttura del festival avere tra produzioni e co-produzioni più di sessanta titoli divisi tra Stati Uniti e Francia e un solo film proveniente dall’Africa, per di più diretto da una regista statunitense, Lindsay Branham?
Forse all’inseguimento di un ideale confronto con Cannes Venezia rischia di smarrire in maniera definitiva il suo ruolo di roccaforte di una visione del cinema che sia allo stesso tempo aperta al mercato senza dimenticare una ricerca a trecentosessanta gradi. In questo modo perdendo anche il ruolo di luogo in cui il cinema si fa e si pensa, e attraverso il cinema si combatte. Lascia dubbi la presa di posizione del direttore su Netflix, che dopo l’ostracizzazione della Croisette trova ben più di uno spazio alla Mostra. Uno spazio giusto, probabilmente. Ma la scelta di accettare il fatto che il destino di questi film in sala sia materia solo per chi li ha prodotti e che la Mostra deve selezionarli o meno solo in base alla qualità non può essere avallata. Lo status quo Venezia ha il dovere di combatterlo, se lo ritiene poco idoneo (e così pare, visto che Barbera ha più volte ripetuto di credere ancora nel cinema come esperienza collettiva in sala), perché fare politica culturale e mostrare un orizzonte è uno dei suoi compiti, uno dei suoi mandati fin dalla fondazione. Difendere le sale non significa solo difendere un modello di fruizione, ma anche difendere una filiera produttiva che equivale a posti di lavoro – e torna l’immagine dei dipendenti di The Space in sciopero –, e movimento economico che ricade sull’intera comunità. Lasciamo agli spettatori cinefili che prendono le ferie per poter seguire la Mostra il lusso di credere che quell’evento sia lì solo per mostrare un film o un altro e per portare a salutare le folle questo o quell’altro divo. Tornare a fare politica culturale attraverso il cinema può significare nel suo piccolo una rivoluzione. Sarebbe opportuno non perdere un’occasione simile.

Info
Il sito ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia 2018.
La selezione della Mostra del Cinema di Venezia 2018.

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