Diane

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In concorso al festival di Locarno, l’esordio nel lungometraggio di finzione di Kent Jones (regista di Hitchcock/Truffaut ma soprattutto critico cinematografico e direttore del New York Film Festival) è un’elegia sul crepuscolo dell’esistenza, sul momento in cui la vita declina inesorabilmente verso la vecchiaia. Diane regala inoltre a un’attrice di 70 anni, la splendida e bravissima Mary Kay Place, un ruolo raro, quello di una donna di carattere, spigolosa, ironica, vivacissima e pure bella, che sta diventando anziana.

Elegia del crepuscolo

Diane ha superato i 60 anni, è vedova e vive sola in una località del Massachusetts, si divide tra il volontariato per I poveri e l’assistenza ospedaliera alla cugina malata. Prodigandosi per gli altri e apparentemente poco per se stessa, deve anche vedersela con il figlio abbrutito dalle dipendenze… [sinossi]

In concorso al festival di Locarno Diane, esordio nel lungometraggio fiction di Kent Jones (regista di Hitchcock/Truffaut ma soprattutto critico cinematografico e direttore del New York Film Festival), è un’elegia sul crepuscolo dell’esistenza, sull’ora dopo la quale la vita declina inesorabilmente verso la vecchiaia e la morte. Non è un film spensierato Diane, ma è lontanissimo dall’essere piagnucoloso e regala a un’attrice di 70 anni, la splendida e bravissima Mary Kay Place (Il grande freddo, L’uomo della pioggia) un ruolo raro, quello di una donna di carattere, spigolosa, ironica, vivacissima e pure bella, che sta diventando anziana. Senza aderire a nessun clichè, la protagonista è un personaggio a tutto tondo, tanto che Diane può essere visto e “letto” anche come un ritratto, un meticoloso dipinto in primo piano di una donna in un’età di transizione e poco trattata sullo schermo.

Inizialmente il film pare prevedibile, ma il regista/cinefilo maneggia le aspettative dello spettatore per portarlo un po’ alla volta altrove. Nella prima mezz’ora Diane sembra essere incentrato sulle preoccupazioni famigliari della protagonista: la cugina cui è più affezionata ha il cancro e sta morendo in ospedale; suo figlio trentenne è tossicomane e lei non sa come imporsi su di lui. In particolare questa sottotrama sembrerebbe destinata a essere sviluppata o a prendere il sopravvento nell’intreccio: non sarà così, ma anzi Jones risolve il conflitto con tagliente ironia (la “conversione” del figlio è piuttosto brillante). Nella prima mezz’ora campo-controcampo-totale la fanno da padroni, perché in fondo vediamo sempre Diane “affrontare” qualcuno o muoversi nelle case, degli zii o del figlio, costretta negli spazi degli altri (mai a casa sua), di volta in volta cari o portatori di amarezze. Ma Diane prende presto una strada più personale: Kent Jones non ha alcun interesse a raccontarci un dramma famigliare chiedendoci di tirar fuori i fazzoletti. Si direbbe quasi l’opposto. Il regista prosciuga infatti dall’interno il potenziale drammatico delle azioni per condurci in una zona assai meno battuta, in cui non solo il dramma è parte ovvia della vita, perdendo con ciò la sua virulenza, ma la memoria diventa una specie di sincretismo, generando una simultaneità che in qualche misura contiene l’essenza della propria esistenza individuale e persino il distacco (forse angoscioso) dalla propria esistenza stessa. Come nel risveglio da un incubo, o in uno stato ipnagogico, il racconto per immagini riesce a costruire una zona emotiva del presente in cui la vita diventa l’eco della vita e la concretezza resta solo nei gesti della quotidianità (gli elenchi in cui la protagonista si appunta sui foglietti tutto quello che deve fare ogni giorno).
Jones insiste poi per tutto il film sulla soggettiva della protagonista in macchina, mentre percorre al volante strade isolate e non proprio cariche di vitalità, in un Massachusetts in cui passano le stagioni, mutano i colori e gli alberi, ma in qualche modo tutto sembra immobile e soprattutto indifferente ai cambiamenti tombali per gli esseri umani. Mentre Diane guida per essere là dove c’è bisogno di lei, nella seconda parte del film muoiono in tanti e a un certo punto il regista sembra quasi “giocare” con la materia: se arriva un momento in cui le persone care, quelle che alla nostra vita hanno dato più senso, vengono meno, Jones acellera il processo “facendo fuori” senza preavviso alcuni personaggi, uno dietro l’altro come mosche. E la cosa non procura, ovviamente, quel dolore inenarrabile, quello strazio, che ci si immagina o che si prova quando la morte non è ancora una realtà conclamata nell’esperienza. Anche in questo modo il regista toglie drammaticità agli eventi esterni, per concentrarsi, finalmente nell’ultima parte, esclusivamente sullo spazio interno di Diane. Così come, da una certa età in poi, si vive con la morte naturalmente a portata di mano, la percezione della propria esistenza risulta sintetizzata in pochi e netti ricordi che irrompono nei sogni, dove emergono I vissuti più forti.

Il film non parla insomma di una donna anziana e dei suoi problemi famigliari, ma del lucido annebbiamento dell’invecchiare, della pacata sobrietà, addirittura dell’indifferenza, che si matura verso l’aver vissuto, della semplicità con cui si imparano a fronteggiare la perdita, la malattia, le delusioni.
Elegia naturalistica di una vita che è sogno, Diane è un film di precisione. Negli ambienti – dal perfetto ristorantino in cui Diane e la sua più cara amica (Andrea Martin) cenano sempre assieme, fino alle abitazioni di tutti i personaggi e a quella della protagonista che vediamo non a caso solo verso il finale – nei dialoghi che svelano progressivamente i veri caratteri dei personaggi che non sono quel che appaiono, nel ritmo nel conoscere la stessa Diane, sulla cui giovinezza il film regala il vero colpo di scena con una virata molto bella, che smentisce in maniera irrevocabile le aspettative maturate da chi guarda. Un film di precisione, appunto, in cui i dettagli e le sfumature del tratto valgono tantissimo: è interessante che il direttore del New York Film Festival abbia esordito nel lungometraggio di narrazione con un film poco appariscente e in fondo tetro, diretto con semplicità e scritto (sempre da Jones) con raffinatezza. Il produttore esecutivo è Martin Scorsese, con cui Kent Jones ha codiretto nel 2010 il documentario A letter to Elia.

Info
Diane sul sito del Festival di Locarno.

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