La Flor

La Flor

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La Flor è il fluviale racconto di Mariano Llinás, presentato nel concorso internazionale al Locarno Festival. Oltre tredici ore per un film anti-seriale, viaggio nelle infinite possibilità del racconto popolare e della sua totale mistificazione.

Storie straordinarie

Un film-omaggio alla storia del cinema, attraverso sei episodi ispirati alle diverse forme dell’arte cinematografica. Ogni episodio è contraddistinto da un genere diverso. Il primo ricorda i film di serie B, quelli che una volta gli americani giravano ad occhi chiusi e che ora sembrano non saper più fare. Il secondo è una sorta di musical con un tocco di mistero. Il terzo è un film di spionaggio. Il quarto è difficile da descrivere. Il quinto trae ispirazione da un vecchio film francese. L’ultimo, ambientato nell’Ottocento, racconta la storia di alcune donne, tenute prigioniere dagli indiani, che tornano dal deserto dopo molti anni. [sinossi]

La Flor, che ha catalizzato l’attenzione cinefila durante le giornate della settantunesima edizione del Locarno Festival – dove è stato presentato in concorso, suddiviso dapprima in otto parti e quindi in tre accorpate tra loro – è al di là di ogni possibile speculazione un film che crede in maniera ostinata, quasi oltre ogni limite logico, nel potere del racconto, della narrazione, della trasmissione di un sentimento, di un pensiero, di una memoria. È un film che crede ancora soprattutto nel potere anche illusorio del cinema, gioco d’ombra e luce che si trasforma in pensiero, in riflessione poetica ed estetica, in digressione politica.
Che il quarantatreenne Mariano Llinás fosse un abilissimo creatore di storie dalle infinite e ramificate sottotrame era già cristallino a chiunque si fosse imbattuto, una decina di anni fa, in Historias extraordinarias, presentato dapprima al BAFICI di Buenos Aires e quindi in giro per il mondo, a partire dal Festival di Torino (e non sarebbe da stupirsi nel trovare il prossimo novembre anche La Flor nel ricco palinsesto sabaudo). Lì, lungo quattro ore, si dipanavano i racconti di tre personaggi – chiamati X, H e Z – per poi perdersi in digressioni infinite, tra ricordi bellici, memorie fluviali e racconti mitici. Tutti elementi che tornano anche ne La Flor, progetto che spinge ancora più in là l’ambizione estetica e lirica del regista e sceneggiatore argentino. Il primo elemento che salta inevitabilmente agli occhi approcciandosi a La Flor è la sua durata monstre, che si spinge fino a lambire le quattordici ore di durata, secondo alcune statistiche diventando di fatto il più lungo lungometraggio “narrativo” mai diretto – contendendosi il primato con il documentario Resen di Peter Watkins.

Giochini e statistiche a parte, Llinás costruisce fin dall’incipit un percorso che prevede una serie pressoché infinita di passaggi, di cambi di stile, di salti logici e temporali. Lo fa in maniera dichiarata, presentandosi in scena armato di penna e di taccuino e informando lo spettatore di ciò con cui andrà a confrontarsi nel corso delle successive ore. La Flor, come spiega lo stesso regista, si articolerà in sei parti: la prima sarà un omaggio ai b-movie statunitensi degli anni Quaranta, la seconda seguirà una trama “musicale”, la terza si presenterà come un film di spie, la quarta è difficile da spiegare a parole, la quinta sarà il remake muto di un classico del cinema francese, Partie de campagne di Jean Renoir, e la sesta sarà ambientata nell’Ottocento e avrà a che fare con la popolazione india argentina. Come si trattasse di un vero e proprio sommario, Llinás passa in rassegna ciò con cui il pubblico dovrà confrontarsi. Tutte le storie, in qualche modo, hanno un inizio e non una fine. Un eterno narrare che non prevede dunque un punto d’arrivo, ma solo interruzioni che preludono a una ripartenza, in altro contesto e con altre atmosfere. L’unico punto in comune è dato dalla presenza in scena, in ogni singola parte del film, dello stesso cast di protagoniste, impegnate in ruoli diversi di volta in volta: Elisa Carricajo, Valeria Correa, Pilar Gamboa, e Laura Paredes. Sono loro quattro, presenza in scena incessante e quasi asfissiante – tema che Llinás sfrutta nella quarta parte, dove il tema principale almeno all’apparenza è la meta-riflessione sulla differenza che intercorre tra riprendere le attrici e riprendere alberi – a determinare il punto fermo nella mente dello spettatore, che per il resto viene sballottolato da una parte all’altra senza soluzione di continuità, tremando di fronte al risveglio di una mummia o appassionandosi alla ricerca di un traditore sovietico nel mezzo della steppa, seguendo la storia d’amore (in)finita tra due cantanti o cercando di capire come ha fatto un’automobile a volare fino a finire impigliato tra i rami di un enorme albero nella pampa sconfinata.

Come ogni affabulatore che si rispetti Llinás è anche dotato di una notevole capacità di depistare, mascherando il reale percorso da compiere sotto il velo asperrimo e dolcissimo allo stesso tempo del racconto popolare. Cosa stanno a rappresentare tutti i generi che prendono vita sullo schermo durante le tredici ore e mezza de La Flor? Ben più di quanto si possa pensare a prima vista. Nella sovrapposizione di approcci narrativi – l’horror, il mélo, la spy-story, lo sci-fi, l’action, l’ambientazione anni Ottanta, teorie di complotto internazionali e chi più ne ha più ne metta – c’è innanzitutto la volontà di reprimere e combattere con le armi dell’immaginario la deriva seriale della contemporaneità; spezzato com’è in storie che non si concludono mai ma che impediscono qualsiasi velleità episodica – non c’è un solo frammento collegato agli altri, se si esclude il già citato utilizzo dello stesso cast femminile – il film di Llinás eradica lo sguardo dalla prassi per ribadire come il cinema sia l’unico luogo in cui lo strapotere dell’immaginario può davvero trovare una propria libertà etica e concettuale.
Sono i generi, gabbia solo strutturale in cui gran parte degli autori hanno trovato modi per esprimersi senza veti all’interno dell’industria, il simbolo reale del cinema, della sua storia – da qui la ripresa del cinema di Renoir, che può apparire anche schizoide ma in realtà perfettamente intessuta nell’idea di fondo del progetto –, del suo passato ma anche e forse soprattutto del suo futuro. Il regista argentino propone, come suggerisce il titolo, una sua antologia di possibilità espressive, guidato dall’unico faro davvero possibile. La luce, la nascita della vita ma anche l’uscita dall’oscurità per rendere finalmente possibile la vista, l’elemento base per il cinema, e per la dialettica. Ed ecco dunque che per finire è necessario tornare alle origini, alle stenoscopia, alla camera oscura nella quale l’immagine risulta rovesciata per poter essere presa e immortalata. Il cielo diventa dunque terra, e la terra diventa cielo. Tutto si rovescia. Così come un’attrice può essere vittima in una parte del film e carnefice in quella immediatamente successiva, senza che l’ordine delle cose venga modificato in modo permanente. Perché il tempo del cinema, sembra voler sottolineare Llinás, è in continua evoluzione. Un tempo magico, fantastico e solo all’apparenza immobile come i maestosi alberi, rapido e solo all’apparenza in movimento come gli aerei che solcano il cielo. Un tempo fantastico, reale e irreale in un unico passo, dove le ellissi sbranano giorni, mesi, anni, decenni, secoli. Tra coloro che sono sulla terra ab origine e la tecnologia del momento può trascorrere solo un battito di ciglia, un taglio di montaggio. Il cinema è l’alba dell’uomo, come in Kubrick o nell’oramai celebre episodio 8 dell’ultima stagione di Twin Peaks. Sarà difficile, per ragioni fin troppo ovvie, vedere La Flor tutto di seguito in una sala cinematografica. Un paradosso, se si vuole, da cui potrebbe essere salvifico ripartire per cercar di comprendere le attuali potenzialità del cinema, troppo spesso ridotte o screditate da critica e addetti ai lavori. Un viaggio verso la luce, alla ricerca delle infinite possibilità del racconto.

Info
La Flor, il trailer.
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