In attesa della rivoluzione. Per Bernardo Bertolucci

In attesa della rivoluzione. Per Bernardo Bertolucci

La notizia della morte di Bernardo Bertolucci non coglie di sorpresa, ma palesa la nostra impreparazione a un lutto simile. Perdere il pensiero di un cineasta sempre proteso in avanti, in un percorso che non prevede le secche del pensiero dominante, ci lascia soli e sperduti. Un ricordo che è anche nel suo piccolo un grido di risveglio, per una generazione e un popolo.

La scorsa primavera, capitati in casa Bertolucci a Trastevere per un’intervista coordinata dal Centro Sperimentale di Cinematografia e da Alberto Crespi in occasione dello splendido restauro di Ultimo tango a Parigi, eravamo stati accolti da un uomo brillante, vitale, certamente stanco e provato nel fisico ma ancora pronto a discutere del concetto di trasgressione, di cinema, dell’atto (o del non atto) della rivoluzione, in ogni forma e sostanza. La notizia della sua morte, diffusa da Repubblica questa mattina, non coglie purtroppo di sorpresa – il suo deperimento era conosciuto a tutti, ed era stato al centro del contributo che Bertolucci aveva girato per omaggiare i settant’anni della Mostra di Venezia nel 2013, in quel film collettivo che è Venezia 70 – Future Reloaded – ma non è facile elaborarla, accettarla, prenderne reale coscienza. Non dirigeva un lungometraggio dal 2012, Bertolucci, quando portò a Cannes (in una Salle Buñuel scandalosamente mezza vuota, e priva del minimo entusiasmo) Io e te, ennesima digressione sulla ricerca di una solitudine che lenisca il dolore di esistere, di dover affrontare la vita, le sue mestizie, la sua infinita mediocrità.
È stato un cineasta amato solo in parte in Italia, forse più compreso e riconosciuto all’estero, dove la tendenza a mettere in scena una finzione “bigger than life” è accolta di solito con una maggiore naturalezza. Dopotutto non fu amato neanche il suo primo film davvero ambizioso, quel Prima della rivoluzione che prendeva l’abbrivio da Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord per raccontare poi la provincia, la sua Parma nel pieno del boom economico, il bigottismo dell’Emilia pur rossa, la vittoria schiacciante della borghesia contro le velleità rivoluzionarie, o siffatte tali. Il film andò a Cannes, ed è lo stesso Bertolucci a ricordare come “ebbe da quasi tutti i quotidiani italiani una serie di stroncature pesanti. Lì avrei dovuto scegliere se mettermi a piangere o andare in giro su e giù per la Croisette a cercare di picchiare Aggeo Savioli o Grazzini che mi aveva detto “Il giovane Bertolucci torni a scuola, lo rivedremo a settembre” o qualcosa del genere. Per i francesi fu tutt’altra cosa. I Cahiers du cinéma, che era la rivista sulla quale mi ero formato, parlò positivamente del film, e infatti Prima della rivoluzione uscì a Parigi nell’inverno tra il 1967 e il 1968 e andò molto bene per un film d’essai. Forse esprimeva delle cose che poi sarebbero esplose nel maggio. La critica americana fu molto guidata da Kael, e via così. Fu l’Italia il paese in cui le cose furono problematiche, almeno fino a Il conformista dove incominciarono a dirsi che forse qualcosa c’era”.

L’Italia non gli perdonò con facilità quella stordente dicotomia seguendo la quale la vita quotidiana dei mezzadri poteva essere raccontata come la fiammeggiante epica della Hollywood degli studios, così come la vita dell’imperatore bambino di Cina poteva diventare un grande romanzo popolare, e la nouvelle vague idolatrata – anche da Bertolucci stesso – aveva la possibilità di essere riletta, e forse messa in discussione, già nei primissimi anni Settanta, senza più tanti voli pindarici, senza la necessità di fuggire dalle grinfie del reale. Dall’alto della sua postura borghese Bertolucci appare a tratti come la controfigura di Alfredo Berlinghieri, che in Novecento (altro caposaldo del suo cinema restaurato nel corso degli ultimi anni; è facile ipotizzare come iniziative di questo tipo si moltiplicheranno da qui al prossimo lustro) sogna, padrone, di essere come il suo amico/nemico Olmo, che ignora anche chi sia il padre. Un socialista dalle tasche buche.
Nella sua tensione a tenere insieme i cocci di una borghesia sbrindellata (“Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”, fa leggere a Orson Welles doppiato dall’estense Giorgio Bassani nella Ricotta Pier Paolo Pasolini, che di Bertolucci fu vicino di casa e mentore, al punto da passargli il soggetto e la sceneggiatura de La commare secca con cui il regista esordì poco più che ventenne) senza però perdere mai di vista il sol dell’avvenire, il punto dell’orizzonte verso cui tendere, Bertolucci è stato un regista impossibile da imbrigliare negli stretti vincoli della produzione nazionale, e nella lettura critica della stessa. Non è un caso che sia ben presto emigrato, visto che nel 1970 Il conformista è già un film Paramount con un budget molto consistente. Forse anche questo gli venne imputato, a ben vedere.

C’è una spinta eterna alla scoperta del nuovo, nel cinema di Bertolucci, che vede invece sempre nelle posizioni stagnanti l’imputridimento del cadavere, l’avvizzire, il deperirsi. Chi resta immobile muore, muore dentro e porta con sé la morte della spinta rivoluzionaria, della rimasticatura e del rigetto dell’ovvio, del perbene. Nessun regista, in Italia, ha forse mai così fieramente lottato contro la propria origine borghese, quella media borghesia agraria che di fatto funse da spina dorsale dell’industrializzazione emiliano-romagnola. Una lotta difficile e forse impossibile da vincere fino in fondo. Non la vince Fabrizio in Prima della rivoluzione, e come lui neanche Jeanne, che spara all’americano (unico vero “rivoluzionario” di una Parigi imbellettata come le anziane prostitute di un bordello in decadenza, ma già morta) con la pistola d’ordinanza del padre colonnello in Algeria. Nel 1995 è l’ottuagenario Jean Marais, alla sua ultima interpretazione, a guardare la comune di artisti con i quali vive, oramai adeguati al panorama toscano e completamente privi di spinta in avanti, e a sentenziare “Vi amavo tutti, quando eravate vivi”.
Un cinema vivo sui compagni morti prima della morte, incapaci di comprendere l’eterno rinnovamento che dovrebbe essere insito in ogni cosa e che invece si trasforma in abitudine, in palude, in accettazione dello status quo. Ha cercato sempre di dialogare con il mondo, Bertolucci, restituendone un’immagine disperata e dolcissima, a volte persino non lontana dalla speranza, quella speme di foscoliana memoria che da ultima dea fugge i sepolcri. Per questo non bisognerebbe costruire altari per ricordare e piangere Bernardo Bertolucci. Non avrebbe senso. Andrebbe forse disegnato un mandala di sabbia per poi spalancare la porta e lasciar entrare il vento, come nel finale de Il piccolo Buddha. E andrebbe ricordato il suo cinema, tutto il suo cinema. Perché Bertolucci era sia l’uomo sorridente mentre tiene in mano per i fotografi gli Oscar vinti con L’ultimo imperatore sia l’autore di Partner e de La luna, due titoli spesso dimenticati, perduti nell’immaginario eppure così vivi a distanza di decenni. Perché la mediocre Italia del 2018 non ha memoria di un film così acuto nel raccontare la borghesia e non solo italiana come La tragedia di un uomo ridicolo? Perché la mediocre e avvizzita – morta – borghesia italiana ha già disperso il ricordo de La strategia del ragno, racconto borgesiano di lotta e di invenzione del martirio come atto di rinascita forzosa (ma a volte indispensabile) di un sentimento popolare, così labile da ricadere nell’errore un’altra volta e un’altra volta ancora.

Quel rinchiudersi nelle case, emblema tra i molti del suo sguardo sull’umano – un discorso che si rinnova soprattutto negli ultimi titoli della sua filmografia, da Io ballo da sola a L’assedio, da The Dreamers a Io e te – non è forse un disperato urlo politico sulla disgregazione della comunità? Gli uomini che un tempo ancora peregrinavano e accettavano anche le estreme conseguenze del loro non essere parte integrante del mondo dominante – Paul in Ultimo tango a Parigi, Kit ne Il tè nel deserto – non ci sono più o si sono a loro volta rinchiusi in un eremo. In attesa della rivoluzione. Perché siamo sempre prima di una rivoluzione, senza rendercene conto. Accettiamo la dolcezza del vivere al punto da non sapervi davvero rinunciare per qualcosa di più grande, di più grande della nostra stessa vita. Ripartire dal pensiero di Bertolucci, oltre che dal suo cinema, da quell’incedere sempre in avanti anche di fronte alle estreme difficoltà di una vita che l’aveva bloccato su una sedia a rotelle, dovrebbe essere obbligatorio. Uscire dai nostri eremi, ricollegarci con il mondo esterno, ritrovare la spinta a vivere fuori dalla nostra personale città proibita. Solo allora, forse, scopriremo che il grillo che ci è stato donato è ancora vivo, dopo sessant’anni, chiuso nella sua scatola di legno. E potremo scoprire cosa c’è dopo la rivoluzione, perché l’avremo vissuta.

Info
Il cortometraggio girato nel 2013 per Venezia 70.
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