Unas preguntas

Unas preguntas

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Rimettendo mano a materiale girato tra il 1987 e il 1989 Kristina Konrad porta a termine Unas preguntas, fluviale racconto dell’Uruguay ai tempi del referendum per bloccare la legge che prevedeva l’amnistia per i crimini commessi dall’esercito e dalla polizia durante la dittatura. Al Torino Film Festival in TFFdoc Internazionale.

El pueblo (des)unido

Nel 1986 il parlamento uruguayano approvò una legge che garantiva l’amnistia per i crimini commessi dall’esercito e dalla polizia durante la dittatura (1973-85). La legge ostacolava le richieste di chiarimenti e giustizia da parte dei parenti dei desaparecidos e delle vittime del regime. Immediatamente sorse un’iniziativa popolare per chiedere un referendum. Recuperando materiale girato all’epoca con una camera U-matic – soprattutto interviste registrate in strada tra il 1987 e il 1989 – la regista riflette sull’identità di un Paese, l’Uruguay, in cui i valori di pace, giustizia e uguaglianza sono continuamente rivisti e messi in discussione. [sinossi]

Sono rimaste lì ad attendere per trent’anni, le immagini di Unas preguntas. Girate tra il 1987 e il 1989, in un paese in subbuglio emotivo, politico, storico, le interviste e le riprese delle manifestazioni di piazza sono state lasciate a invecchiare, in un procedimento solo apparente di rimozione ma che in realtà riveste un ruolo dialettico, in aperta lettura del passato attraverso il contemporaneo (e il contrario, ovviamente). Già presentato alla Berlinale e in altre kermesse europee nel corso del 2018 approda ora in TFFdoc al Torino Film Festival, in un’edizione che fa della lettura della Storia, dei suoi contorcimenti e dell’eterno ritorno – il riferimento a Nietzsche non è certo casuale, come testimonia ad esempio l’eccellente Der Wille zur Macht di Pablo Sigg, presentato nella sottosezione dedicata al tema dell’apocalisse – uno dei suoi punti di forza.
Unas preguntas fu dunque girato nel corso di un paio d’anni in Uruguay, durante la campagna che portò alla giornata referendaria del 16 aprile del 1989, quando ai cittadini venne chiesto di esprimersi sulla legge approvata nel 1986 dal parlamento di Montevideo nella quale si decideva una amnistia generale verso i militari e i poliziotti responsabili della lunga dittatura militare che aveva insanguinato il Paese per un decennio. Votando NO, simboleggiato dal colore verde, si decideva di invalidare la suddetta amnistia (“legge di riconciliazione”, la chiamavano i promulgatori); il SÌ, che difendeva l’editto, aveva invece come contrassegno il colore giallo.

Di per sé lo schema di Unas preguntas è davvero molto semplice. La telecamera U-matic controllata da Kristina Konrad (svizzera di nascita ma da sempre interessata alle questioni dell’America Latina, come dimostrano i suoi lavori dapprima in Nicaragua e quindi in Uruguay prima del ritorno in Europa, a Berlino) riprende gli assembramenti più o meno spontanei, le rumorose e vivaci manifestazioni al grido universale di “El pueblo unido jamás será vencido”, gli spot pubblicitari e la propaganda per una o per l’altra parte. Ma soprattutto, grazie alla collaborazione di María Barhoum e Graciela Salsamendi, la telecamera di Kristina Konrad intervista il popolo uruguaiano. Parla con le persone che andranno a votare. Mette in scena, palesandola, quella dialettica che la dittatura aveva reso impossibile. Cerca attraverso la parola di contribuire alla ricostruzione di una nazione. Ricostruzione tutt’altro che semplice.

Tre donne si aggirano per una nazione spaventata, rabbiosa, instabile. Fragile. Tre donne armate di una telecamera donano di nuovo la parola al popolo. Un’utopia, vista in quest’ottica. Un’utopia in parte resa possibile proprio dal fatto che fossero due donne a porre le domande (o meglio LA domanda: si tornerà su questo tra poco). È la stessa Konrad a sottolineare questo aspetto: “C’era molta disponibilità a parlare con noi. Due donne non venivano prese molto sul serio, ma allo stesso tempo incutevano meno timore.”
María Barhoum e Graciela Salsamendi parlano con uomini, donne, ragazze e ragazzi, minorenni, ex militari, strenui sostenitori dei “verdi” e accaniti fan dei “gialli”. C’è un paese spaccato a metà (in realtà il referendum vedrà i SÌ vincere con oltre il 55% dei consensi), tra chi vorrebbe che la dittatura militare pagasse per i suoi crimini e chi invece pretende per gli uomini dell’esercito lo stesso trattamento riservato ai tupamaros, secondo loro graziati al termine della dittatura – sul fatto che fossero prigionieri politici sottoposti ad atroci torture, privazioni e maltrattamenti queste persone non hanno voglia di esprimersi.

Al di là della sua straordinaria potenza documentale, Unas preguntas impone col suo stesso esistere una riflessione sul tempo, sui mutamenti della rappresentazione mediatica e del confronto con i mezzi di riproduzione della realtà. Nel montare di una separazione delle parti sempre più evidente con l’avvicinarsi del giorno del referendum – che si avverte sottopelle nella seconda metà del film – è già insito quel tracimare della storia uruguaiana che porterà, dal 2005 in poi, il Paese in mano al Fronte Ampio, con le due cariche presidenziali a Tabaré Vásquez inframmezzate da quella che ha visto nel ruolo più alto della nazione Pepe Mujica, che fu uno dei leader tupamaros. Ma soprattutto si avverte con forza un’epoca storica in cui esisteva ancora un rapporto diretto, aperto, dialettico tra documentarista e documentato. Un’epoca passata, e che non potrà tornare. La voglia di esprimersi e di dibattere pubblicamente, solo in forma parziale e aleatoria sostituita dai social network, è l’arma politica che costringe lo spettatore di Unas preguntas a riflettere sull’oggi, sul concetto di “libertà di pensiero e di espressione”. Cos’è la pace?, l’unica domanda realmente posta alle miriadi di persone intervistate nel film, è un quesito semplice e complicatissimo, che apre l’orizzonte alle visioni del mondo e della società democratica più disparate e diverse tra loro. Lasciando sedimentare per trenta anni quelle immagini Kristina Konrad le ha rese ancor più potenti e dialettiche, stratificandole. Quella grana (che porta naturalmente alla memoria No di Pablo Larraín, altro film – completamente finzionale – su un referendum latinoamericano che poneva il popolo di fronte al proprio futuro e al rapporto con la dittatura militare, in quel caso cilena) rischiava di essere “solo” la polvere della Storia, ma in Unas preguntas si trasforma in monito, in punto di connessione sull’agire e il pensare politico del popolo, nella sua accezione più ampia. Il nastro magnetico, elemento in disuso come la dialettica, per ricominciare a tirare le fila di una riflessione sul concetto di democrazia, di pace, di coesione sociale.

Info
Unas preguntas sul sito del Torino Film Festival.
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