The Ground Beneath My Feet

The Ground Beneath My Feet

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In un accatastarsi di doppi, opposti e stress lavorativi, The Ground Beneath My Feet di Marie Kreutzer si muove didascalico, confuso e non privo di intenti moraleggianti sui terreni della psiche e del collasso nervoso, incapace di dare, fra sorelle paranoiche, jet-set, aeroporti e telefonate immaginarie, una vera e propria direzione alle sue suggestioni di realtà e delirio. In concorso alla Berlinale 2019.

Paranoid (human?) android

Lola controlla la sua vita personale con la stessa spietata efficienza che usa per ottimizzare i profitti nel suo lavoro come business planner, tanto che nessuno fra i colleghi, nemmeno la capa e segreta amante, è a conoscenza dell’esistenza della sua sorella maggiore Conny, affetta da schizofrenia paranoica. Quando Conny tenterà il suicidio e verrà ricoverata, il passato ritornerà inesorabile a sconvolgere la vita di Lola, iniziando a sgretolare progressivamente il suo autocontrollo e la sua presa sulla realtà… [sinossi]

The Ground Beneath My Feet è il terreno dell’esaurimento nervoso, quello che sembra sbriciolarsi sotto i piedi quando si diventa dipendenti dal lavoro e lo stress è troppo forte, quando la vita privata continua a entrare dalla finestra con le sue instabilità, quando la realtà finisce per confondersi con il delirio sempre più allucinato di chi sta raggiungendo il punto di ebollizione. Quando i ripetuti «48», le due giorni lavorative consecutive senza mai staccare, stanno per mietere la prossima vittima (e carnefice) del suo stesso successo, della sua stessa ricchezza, del suo stesso annullarsi in virtù del Capitale.

Del resto, che la vita sotto costante pressione della quasi trentenne Lola sia perfetta solo in apparenza, la regista austriaca Marie Kreutzer lo mette in chiaro sin dalle primissime battute, sia con quella telefonata che giunge dall’ospedale proprio mentre la protagonista sta passando i controlli in aeroporto per comunicarle il tentato suicidio della sorella maggiore Conny, paziente psichiatrica di cui è affidataria, sia soprattutto con il suo continuo mentire ai colleghi, una volta giunta a destinazione con il volo successivo dopo una breve visita alla sorella, per dissimulare la stessa esistenza di una sua vita privata. Lola, cresciuta sin dalla morte dei genitori in orfanotrofio mentre Conny veniva ricoverata per i primi disordini, è una donna in carriera intelligente e spietata nella sua assoluta efficienza, una macchina da cento ore di lavoro a settimana che continua a montare e smontare imprese fra Vienna e Rostock studiando dati, pianificando strategie e macinando profitti. Si alza all’alba, va a dormire a notte fonda, è inappuntabile nei suoi tailleur e sui suoi tacchi 10 che indossa anche da nuda, cura il corpo e tiene i nervi sotto controllo fra corse mattutine e infuriate sessioni di spinning, e continuamente partecipa a riunioni fisiche e virtuali in cui convince, licenzia, assume, non si fida di nessuno, non perde mai il controllo e cena con i clienti dribblando le loro più o meno sfrontate e fallocentriche avances. Il suo perfetto appartamento viennese vuole dire per Lola giusto il tempo di una lavatrice fra un albergo e l’altro, e anche il sesso (probabilmente interessato) con la capa che potrà garantirle la tanto agognata promozione è un segreto da consumarsi nelle camere d’albergo in giro per il mondo, senza che nessun altro possa sospettare nulla.

La ricchezza e il successo, però, hanno reso Lola fredda, cinica, anaffettiva, tanto che Conny, che con la sua schizofrenia paranoica, con la sua casa sporca e in disordine fra piatti e blister ormai vuoti, con le sue manie di persecuzione e con la sua facilità al dramma, si pone come il suo doppio tenuto nascosto e soffocato nella scalata al successo, come il suo esatto opposto, come la sua metà e al contempo il suo punto debole, la prima crepa sulla superficie del suo mondo. Ed è proprio qui che, in un rapido crescendo di suggestioni depalmiane fatte di impossibili telefonate ricevute ma mai partite, piani inesistenti su cui si aprono le porte dell’ascensore e corse in strada in accappatoio nel cuore della notte, The Ground Beneath My Feet trova i suoi unici reali spunti di interesse, travestendosi per pochi minuti da thriller psicologico sospeso fra vero e allucinatorio, fisico e metafisico, possibile e impossibile. Tanto da far quasi venire in mente, con i ripetuti trillare anonimi del cellulare, le ossessioni di Olivier Assayas e del suo Personal Shopper.

Ma è solo un’illusione, dopo la quale il film di Marie Kreutzer vira e diventa altro, ponendosi nelle sue estenuanti digressioni da qualche parte a metà strada fra un vacuo dramma sociale e un’ancor più blanda analisi psicologica ed esistenziale, che quasi si dimentica lungo la strada del suo percorso di doppiezze e allucinazioni per inanellare, uno dopo l’altro, tutti i più ridondanti e inconcludenti cliché dell’ineffabile lavoratore ossessionato dalla continua scalata. Compresa la sequenza, particolarmente irritante nel suo cinismo, in cui la «stronza ricca» si dimostrerà tale lanciando con malcelato disprezzo una banconota 50 euro alla vagabonda “rea” di averle chiesto 50 centesimi, come ad annullare definitivamente qualsiasi possibilità di percorso di formazione umana e sentimentale di Lola, e anzi rilanciando ancora una volta la sua maschera da sempre indossata per coprire la vita.

Tutto rimane accennato e poi viene buttato via, in The Ground Beneath My Feet, come accatastato in un calderone informe il cui unico senso, sempre ammesso che di senso si possa parlare, è che il lavoro e il denaro non rendono liberi, ma schiavi delle proprie ambizioni, della propria cupidigia, del proprio cinismo, o per lo meno della propria paura di diventare l’altro, quello più fragile, quello più insicuro, quello fallibile. Magari proprio quella sorella/doppio che si tiene nascosta come un’onta, come una vergogna, come un assoluto disordine che bilancia ma al contempo mina l’assoluto ordine.

Ben presto, come in una bolla di sapone che esplode, mentre spariscono le telefonate e con loro viene dissipata tutta la tensione del (falso) thriller, il film di Marie Kreutzer, perfettamente in linea con il pallido concorso di quest’ultima Berlinale tirata su con la mano sinistra da un ormai svogliato Dieter Kosslick, ristagna in oltre un’ora di inutili e ripetitive conference call, di piccoli e grandi tradimenti nei confronti dei colleghi da fagocitare, di malizie interessate, di progetti lavorativi da chiudere per partire con altri ancora più grandi, di sterili riferimenti alle difficoltà maggiori per una donna di fare carriera in un mondo prettamente maschile e di mancanza di fiducia anche nei confronti di quello che dovrebbe essere l’amore. A Elise, la sua boss e amante, Lola non potrà fare a meno di raccontare dell’esistenza di Conny, ma quando la troverà con le mani nelle folli lettere della sorella si sentirà violata nel suo segreto e reagirà tornando a nasconderle, a nascondersi, a nascondere. Fino a quell’unico errore, stupido come confondere una domenica con un lunedì e di certo non particolarmente credibile nella vita perfettamente organizzata della protagonista, che sarà l’indizio definitivo dell’esaurimento nervoso di chi non aveva mai sbagliato.

Un esaurimento pronto a deflagrare quando, poco dopo, Conny riuscirà al secondo tentativo nel suo iniziale intento di uccidersi, e Lola non potrà che crollare di fronte al suo corpo sfracellato al suolo per poi però ritrovarsi in ospedale ancora più cinica e chiusa di prima, subito pronta a mentire allo psicologo pur di non ammettere con nessuno la sua relazione, come se fosse il nuovo doppio da soffocare e tenere segreto, o forse solo l’ennesima ipocrita recita del suo quotidiano. Ma tutto questo, mentre si guarda The Ground Beneath My Feet, non interessa già più da tempo, indispettiti da una narrazione che lancia il sasso e poi nasconde la mano, da una (falsa) stratificazione psicologica che in realtà non porta da nessuna parte, da un continuo suggerire e mai approfondire, da un personaggio costruito scientificamente in modo che fosse il più possibile insopportabile, e soprattutto dalla totale vacuità di un nulla di fatto, in cui quel poco che affascina alla fine non torna e tutto il resto, fra scivoloni narrativi e banalità assortite, è come un disastroso amo senza esca al quale è onestamente difficile riuscire ad abboccare.

Eppure, se al momento della morte di Conny il film avesse optato un twist polanskiano a dimostrare a Lola come questa sorella non fosse mai esistita, forse The Ground Beneath My Feet avrebbe anche potuto tornare, se non proprio a essere incisivo, per lo meno a dire qualcosa. Un qualcosa magari non particolarmente originale, magari non particolarmente brillante, ma per lo meno sensato nelle sue suggestioni di realtà e delirio. Un qualcosa che, rimettendo in nuova luce i precedenti capitomboli drammaturgici, ci avrebbe permesso di parlare di un altro film. Ma Conny, nella finzione del film, è realmente esistita, e anche questo appiglio, come tutti i possibili, non c’è. Il film di cui bisogna parlare è proprio questo, senza alternative. Purtroppo.

Info
La scheda di The Ground Beneath My Feet sul sito della Berlinale.
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