Cemetery

Cemetery

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Presentato nel concorso internazionale al Fid Marseille, Cemetery del filmmaker spagnolo Carlos Casas è un racconto poetico per immagini che prende piede dalla leggenda del cimitero degli elefanti per incontrare miti della letteratura, libri della giungla, mondi perduti, albe dell’uomo, e del cinema, dove il genere classico d’avventura si incontra con Michael Snow e Guy Debord.

La ballata dell’elefante

Un vecchio elefante sente che si avvicina la sua morte. Il suo “mahout” si prepara a fare l’ultimo viaggio con lui. All’alba lasciano il loro accampamento ed entrano nella giungla, inseguiti da una banda di bracconieri. [sinossi]

La leggenda del cimitero degli elefanti, quel territorio dove i pachidermi anziani, che sentono di essere prossimi alla morte, si dirigono, un ammasso di scheletri e un potenziale Eldorado di prezioso avorio, era diffusa nell’epoca della grande esplorazione africana, a cavallo tra Ottocento e Novecento, e fa parte del repertorio della cultura popolare, di narrazioni di esploratori disposti a tutto pur di raggiungere questo luogo. All’inizio di tutto c’è il settimo viaggio di Sinbad il marinaio, nell’antica fiaba persiana, e ne aveva già supposto l’esistenza lo stesso dottor Livingstone. Due film rilanciano il mito: Trader Horn del 1931 e il primo Tarzan, Tarzan l’uomo scimmia, del 1932, entrambi diretti da W.S. Van Dyke.

Sulla leggenda del cimitero degli elefanti si fonda Cemetery, opera del filmmaker spagnolo Carlos Casas, presentato nella competizione internazionale del 30° Fid Marseille. Il regista costruisce un film sinfonico, diviso in quattro parti, dove convergono miti e archetipi della letteratura e del cinema popolari di una volta, con tutto il loro portato antropologico, sull’alba dell’uomo e sul suo tramonto, sull’alba della vita e sulla sua estinzione. Un uomo vive con un elefante, tra le scimmie, in una baracca in mezzo alla foresta impervia, nello Sri Lanka. Alla radio si sente l’annuncio di un imminente quanto devastante tsunami, ma il protagonista non se ne cura, e continua ad accudire il suo pachiderma, con cui scompare alla fine del primo atto. Nel secondo arrivano dei bracconieri, dotati di machete e walkie talkie, a perlustrare il posto. Seguiranno diluvi monsonici e albe accecanti a virare tutto al bianco per arrivare alla metà ultima, il cimitero degli elefanti.

Cemetery è un’opera mesmerica, un trip sinfonico, fatta di immagini ipnotiche, in cui prosegue il percorso dell’autore verso le finis terrae, dopo la sua trilogia dedicata ai paesaggi estremi di Patagonia, Lago d’Aral e Siberia. E prosegue anche il suo approccio in cui il cinema documentario si sposa con la videoarte. Carlos Casas, passando da immagini di alta definizione nello stile del documentario naturalistico, riesce a creare disegni astratti da inquadrature ravvicinate della pelle dell’elefante, reticoli e puntinature, un’epidermide che non è semplicemente grigia come comunemente si crede, ma presenta dei motivi gialli chiazzati con puntini neri. Nel paesaggio estremo dello Sri Lanka utilizzato dal film, albergano i miti dell’umanità e della sua origine. Dall’alto valore simbolico dell’elefante, animale di grandi dimensioni, longevo e intelligente, simbolo di saggezza e sacro nel buddhismo, che dà il volto alla divinità induista Ganesha. Un animale diffuso in territori ancestrali, l’Africa, culla dell’umanità, e l’India. E la scimmia, parente prossimo dell’uomo e come tale portatrice di richiami all’origine della specie umana. Carlos Casas riprende espressamente quella letteratura popolare, di appendice, che faceva dell’esotico, della esplorazione, il suo principale motivo di fascinazione. Suggestioni ormai obsolete nell’epoca in cui i viaggi organizzati, e il National Geographic, hanno reso tutto il mondo come dietro l’angolo. Kipling, Burroughs e al cinema Powell e Pressburger e tanto cinema degli anni Trenta. Non a caso questi territori impervi in mezzo alla giungla, diventano popolati di dinosauri, il passo alla fantascienza è breve, ai mondi perduti e alle terre dimenticate dal tempo, cui si sono dati Conan Doyle e ancora Burroughs, con tutti i derivati cinematografici, in primis King Kong dove si torna sempre alla scimmia. E l’origine umana da antenati scimmieschi ha dato origine a nuove cosmologie fantascientifiche, come quelle di Arthur C. Clark. Cemetery è un film diviso in quattro parti, proprio come 2001: Odissea nello spazio. La sua alba dell’uomo combacia con un sorta di Arcadia, di equilibrio ancestrale tra uomo e natura, fatto di accudimento, cure, pulizie corporali proprio come quelli delle scimmie nel film di Kubrick. Segue il mondo antropizzato, della supremazia dell’uomo, qui rappresentata dai bracconieri. Per arrivare ai trip allucinatori fatti di elementi primordiali, l’acqua, i paesaggi immensi, nuovi viaggi oltre l’infinito, che partono dal leggendario cimitero degli elefanti. L’uomo e l’elefante sono scomparsi dal film dopo il primo segmento, ma il punto di vista è spesso quello di una soggettiva del pachiderma o dal suo dorso. Cemetery segue così un percorso che parte dal documentario naturalistico, passa per il cinema di genere vintage per approdare al cinema sperimentale, a nuove esplorazioni nello spazio all’insegna di La Région centrale di Michael Snow.

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La scheda di Cemetery sul sito del FID Marseille

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