Civiltà perduta

Civiltà perduta

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Civiltà perduta è un film immerso nel passato ma proiettato verso il futuro, verso l’immortalità della Storia del Cinema, alimentato da una grandeur poetica produttivamente folle e insensata, passionale, spesso fallimentare. Gray riconduce idealmente il cinema nella sua Shangri-La, restituendo alla pellicola, allo schermo, al buio e ai miracolosi fasci di luce della sala quella magia che diventava palpabile, che prendeva vita, che resisteva al tempo.

(Bigger Than) Life

L’ufficiale Percy Fawcett viene scelto della Royal Society per guidare una spedizione che ha il compito di mappare territori inesplorati in Brasile, Perù e Bolivia. Un’occasione per migliorare la condizione sociale della sua famiglia che si trasforma in una ragione di vita. Affascinato dalla giungla, Fawcett si imbarca in nuove spedizioni, nonostante le condizioni difficili e il distacco forzato dalla moglie e i figli. Nella foresta pluviale amazzonica Fawcett trova tracce di una civiltà perduta e si convince dell’esistenza di una antica e misteriosa città. La città di Z. Inizialmente deriso dalla comunità scientifica, Fawcett non si arrende… [sinossi]

È l’ossessione il centro gravitazionale del cinema di James Gray, il suo cuore pulsante, vivissimo. Un’ossessione che non ha confini geografici o temporali, che attraversa territori, epoche, generi; dalla giungla d’asfalto alla giungla amazzonica, dalla Russia al Queens, dalle pompose sale della Royal Geographical Society di Londra ai territori boliviani inesplorati, selvaggi, mistici. Un’ossessione che non poteva che essere di celluloide, che guarda costantemente alla New Hollywood, al passato, al rimpianto, a qualcosa che abbiamo (quasi) perduto. Il cinema di Gray, anche quando si muove tra strade e appartamenti della New York contemporanea, sembra una scheggia impazzita all’interno della fabbrica dei sogni: una poetica magniloquente e non allineata, un cinema che pensa in grande, che ha il coraggio di immergersi persino nella foresta amazzonica, riecheggiando le follie herzoghiane e coppoliane. Perché, senza dubbio, sono l’ossessione e la follia l’humus di Civiltà perduta, ultima pellicola – già, pellicola – di Gray, presentata alla Berlinale senza particolare clamore e adesso nelle sale italiane, nuovamente senza troppo clamore.

Gray tratteggia un’ossessione conradiana, quasi kurtziana. Percy Fawcett è animato dalla brama di riscatto (sociale, personale, famigliare), poi dalla foga dell’esplorazione, della scoperta, della straordinarietà di Z. Ossessione, chimera, anche incubo. Fawcett è un eroe, un sognatore dominato e animato da una lucida follia, un marito e padre amorevole che sceglie la foresta, che cede al suo richiamo, all’adrenalina del pericolo, del mistero, della grandezza e dell’immortalità.
Civiltà perduta è un’avventura fuori dal tempo, collocata in un territorio sospeso, (ir)raggiungibile; una storia che è irrimediabilmente circolare, perché l’ossessione è inscritta nel dna, si tramanda di padre in figlio. Fawcett è un uomo che cerca di lenire le ferite della vita rifugiandosi nella giungla, in una dimensione altra; Gray è un regista che usa il nitrato d’argento per lenire le ferite del cinema contemporaneo, rifugiandosi – prendendoci per mano, conducendoci – nella grandeur narrativa e visiva del cinema d’antan, nella dimensione dei Korda e dei Powell, e oggi dei vari Coppola, Herzog, Cimino, ma anche Jackson, Spielberg, Del Toro.

Civiltà perduta – titolo italiano che lascia per strada il fascino magnetico dell’originale The Lost City of Z – è Fitzcarraldo, è Apocalypse Now, è I cancelli del cielo, è Forgotten Silver, è King Kong. È umanissimo cinema bigger than life; è cinema che ritrova lo spirito avventuroso degli anni Venti, Trenta e Quaranta; è cinema che rilegge le pagine di Cuore di tenebra, senza dimenticare Salgari e Verne, portando con sé la Belle Époque, l’età dell’innocenza, quella narrazione e quell’immaginario che l’allunaggio, la computer grafica e i blockbuster contemporanei hanno (quasi) soffocato.
Civiltà perduta ci riporta ad altri confini narrativi, potenzialmente infiniti come lo spazio. Gray riconduce idealmente il cinema nella sua Shangri-La, restituendo alla pellicola, allo schermo, al buio e alla miracolosa luce della sala quella magia che diventava palpabile, che prendeva vita, che resisteva al tempo. Civiltà perduta è infatti un film che dal passato guarda al futuro, all’immortalità della Storia del Cinema, a quella grandeur spesso autodistruttiva. Cinema folle e insensato, passionale, spesso fallimentare.

Sacrificio e dedizione. Di Gray, che dall’industria di oggi avrebbe potuto prendere molto di più. Di Percy Fawcett e Jack Fawcett, figlio che non può che seguire il padre – ma quanti figli non vorrebbero seguire in capo al mondo il proprio padre? Di Henry Costin, un Pattinson sempre più prezioso, che dopo il film di Gray ha inanellato un’altra perla, il martellante Good Time di Ben e Joshua Safdie. Soprattutto, il sacrificio e la dedizione di Nina Fawcett, moglie e madre. Perché Civiltà perduta, perfettamente in linea con la filmografia di Gray, riesce a delineare uno stratificato personaggio femminile, appartato ma centrale. Come la Naoko di Si alza il vento, Nina è l’eroina che sorregge l’ambizione del marito. In un certo senso, tutto il peso.

Civiltà perduta è un blockbuster d’altri tempi. Due ore e venti minuti, ma sarebbero potute essere tre, anche quattro. Non ci stupirebbe una director’s cut. Un’altra follia. La giungla, i confini inesplorati, perdersi nuovamente. Civiltà perduta è una storia infinita, un eterno ritorno. Ce lo dice la macrosequenza a cavallo tra la guerra e il nuovo viaggio, quasi una fase di stanca, una impasse. Impossibile stare lontani dalla giungla, impossibile non tornare. Anche con la mente: alla giungla, alla fotografia di Darius Khondji, a questo cinema anche imperfetto, forse incompleto, ma dannatamente vivo. Il cuore è nella giungla.

Info
Il trailer italiano di Civiltà perduta.
Il trailer originale di Civiltà perduta.
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