Begotten
di E. Elias Merhige
E. Elias Merhige poté contare su un minimo di fama nel 2000, quando diresse L’ombra del vampiro, con protagonisti John Malkovich e Willem Dafoe. Ben più oscuro e delirante era però lo sconosciuto lungometraggio d’esordio del regista, Begotten, angosciante riflessione sui temi della morte e della rinascita che si muove in territori prossimi alla sperimentazione.
Nature is a Whore
Interno di una casa in una campagna. Un uomo mascherato si suicida con un rasoio. Dopo la sua morte, una donna, anch’essa mascherata, emerge dai resti del suicida. La donna masturba il cadavere e rimane incinta. [sinossi]
“Language bearers, Photographers, Diary makers. You with your memory are dead, frozen. Lost in a present that never stops passing. Here lives the incarnation of matter. A language forever”. Con queste parole, scritte in bianco su schermo nero, si apre il film. Ma non è tutto, perché dopo alcuni secondi di schermo nero appare una seconda scritta: “Like a flame burning away the darkness, Life is flesh on boneconvulsing above the ground”. È davvero un oggetto oscuro Begotten, ostico e difficile da maneggiare. Divenuto un cult movie quasi suo malgrado, grazie a un passaparola sotterraneo per tutti gli anni Novanta e i primi anni del Ventunesimo Secolo, anche approfittando del nascente reticolo di appassionati in grado di connettersi su Internet, l’opera d’esordio di E. Elias Merhige è in realtà troppo estrema, criptica e non conciliante – sotto nessun punto di vista – per aver accesso a un considerevole numero di “fedeli”. Anche per questo motivo, con ogni probabilità, tutt’oggi è dimenticata, snobbata, o comunque relegata in quel limbo indistinto in cui si vanno a inserire tutte quelle opere che non hanno una definizione chiara, e faticano dunque a rientrare in categorie – critiche e di gusto – prestabilite. Per sottolineare le difficoltà che la stragrande maggioranza della critica prova nel relazionarsi a Begotten basterà ragionare sul fatto che, nonostante la prima del film si sia svolta nel 1989, una buona parte delle (poche) riviste online continua a riportare come data di realizzazione il 1991, vale a dire quando una pur minima e difficoltosa circuitazione festivaliera fece acquisire una vaga notorietà alla pellicola.
L’approccio al film non può che essere traumatico. Dopo le già citate scritte che dovrebbero in qualche modo introdurre lo spettatore a quel che prenderà corpo sullo schermo – l’utilizzo del verbo al condizionale è a dir poco obbligatorio – si sviluppa una sequenza raggelante: in un bianco e nero poverissimo di mezzi, per di più deprivato dei grigi dallo spettro fotografico attraverso un processo che Merhige definì “rephotography”, un uomo mascherato agonizza versando copiosi fiotti di sangue dalla giugulare in una stanza spoglia, nel bel mezzo del nulla. Dalla lunghissima agonia “nasce” una donna, che si fa mettere incinta dal cadavere.
Difficile trovare qualcosa nel mondo cinematografico del tutto paragonabile a Begotten; è come se Tetsuo venisse privato dell’ipercinesi, Maya Deren venisse contaminata dal satanismo, Richard Kern venisse espulso dal contesto metropolitano per ritrovarsi a tu per tu con la natura. Per l’ora e un quarto di durata Merhige si rifiuta in maniera categorica di offrire il fianco ai suoi spettatori: nessuno viene loro in soccorso, in nessun momento il film sembra aprirsi non solo a una logica decriptabile, ma anche a un rilascio della tensione, che al contrario cresce in maniera continua, ininterrotta, divenendo quasi insostenibile. Certo, nei titoli di coda vengono assegnati i ruoli agli scarni personaggi che sono apparsi, e quindi si può scoprire che l’uomo suicida è “God Killing Himself”, la donna rimasta incinta è “Mother Earth” e la creatura che partorisce è “Son of Earth (Flesh on Bone)”. Un unico momento che certifica una metafora – per quanto postumo rispetto alla visione –, a dire il vero non strettamente indispensabile. Se è indiscutibile che il testo visivo lavorato da Merhige apra a una serie pressoché interminabile di riflessioni, proprio per via della sua natura indefinita ed ermetica, va detto che la forza primigenia del film è così devastante da bastare a se stessa, senza bisogno di speculazioni ulteriori.
Laddove solitamente il film viene esaltato per la sua capacità di mettere in scena la morte di Dio, surclassato dalla Madre Natura, ragionando dunque sulla dialettica tra collasso della costruzione sociale umana e ritorno a una forza generatrice (con tanto di riferimento alla cultura celtica, ai miti slavi, ai dogmi della cristianità), è in realtà proprio nella sua forma più basica e belluina che si può rintracciare l’elemento di maggiore interesse. Merhige azzera l’immaginario, lo brutalizza in modo radicale, eliminando interi decenni di sviluppo del cinema: il suo è il prodotto di una visionarietà neonata, e per questo fulgida e terribile a un tempo, un viaggio allucinato che non prevede zone di conforto per chi si avventurerà tra le sue lande. Come una danza tribale giapponese, ha il rigore violentissimo del bianco, così estremo da accecare e ricondurre in realtà in un’oscurità malsana, malata, ottundente.
Figlio delle avanguardie storiche ma allo stesso tempo completamente privo del sarcasmo vitale che le irradiava di una luce, Begotten è un film oscuro, sanguinante, morente, incattivito. Un’opera intrattabile e selvaggia, e proprio per questo affascinante, in grado di rapire lo sguardo e assoggettarlo al proprio volere. Tra le poche realizzazioni cinematografiche del Teatro della Crudeltà di Artaud, Begotten ha un potere pittorico abbacinante. Anche per questo è un peccato notare come la carriera di E. Elias Merhige (la prima E sta per Edmund) non abbia saputo proseguire sulla medesima strada. Undici anni dopo l’esordio gli venne offerta l’occasione di lavorare nel mainstream: L’ombra del vampiro, dai più trattata con immeritata insufficienza, cercava in ogni caso un punto di contatto tra il cinema narrativo e le deviazioni dalla norma dell’avanguardia. L’insuccesso clamoroso di Suspect Zero, prodotto da Tom Cruise nel 2004, mise la parola fine alla carriera di Merhige. Peccato.
Info
Begotten integrale su Youtube.
- Genere: horror, sperimentale
- Titolo originale: Begotten
- Paese/Anno: USA | 1989
- Regia: E. Elias Merhige
- Sceneggiatura: E. Elias Merhige
- Fotografia: E. Elias Merhige
- Montaggio: Noëlle Penraat
- Interpreti: Adolpho Vargas, Arthur Streeter, Brian Salzburg, Daniel Harkins, Donna Dempsey, Erik Slavin, James Gandia, Michael Phillips, Stephen Charles Barry, Terry Andersen
- Colonna sonora: Evan Albam
- Durata: 73'




Nosferatu il vampiro
Tetsuo
Dark Waters