Sole rosso

Sole rosso

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Coproduzione internazionale con un ampio cast cosmopolita di star, Sole rosso di Terence Young contamina le modalità espressive dello spaghetti-western con i film di samurai secondo un progetto di puro e divertito gioco cinematografico. Tra i vari protagonisti, spicca un autoironico Toshiro Mifune, in brillante coppia con Charles Bronson. Disponibile su RaiPlay.

Pastiche

Soci in affari nel West, Link e Gauche rapinano un treno sul quale sta viaggiando anche l’ambasciatore del Giappone, accompagnato e protetto da alcuni samurai, in missione negli Stati Uniti per omaggiare il presidente americano con una spada d’oro. Determinato a tenersi il bottino della rapina tutto per sé, Gauche elimina Link e sottrae anche la spada d’oro ai giapponesi, fuggendo via con i suoi complici e suscitando il risentimento del samurai Kuroda, che promette di ucciderlo. In realtà sopravvissuto, Link si mette in cammino per ritrovare Gauche, e gli viene affidato Kuroda, intenzionato a recuperare la spada. I due condividono un lungo viaggio, fra scontri, diffidenze e un crescente sentimento di stima e amicizia… [sinossi]
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Se per loro natura i generi si contaminano e in particolare lo spaghetti-western si è prestato alle più diverse declinazioni, Sole rosso (1971) di Terence Young costituisce un fenomeno ancor più curioso e isolato. Si tratta infatti di una ricca coproduzione italo-franco-spagnola che mette insieme un notevole cast di star, un quartetto di volti noti delle nazionalità più disparate (l’americano Charles Bronson, il giapponese Toshiro Mifune, la svizzera cosmopolita Ursula Andress e il francese Alain Delon) che, escluso Bronson, sono decisamente estranei agli ambienti espressivi del western europeo. Autore di tre dei migliori 007 e particolarmente a proprio agio nel contesto delle coproduzioni, il britannico Young mette in piedi un’operazione inedita e inversa sulla specifica natura dello spaghetti. Se infatti esso nasce come versione glocal di un genere fiorito in tutt’altro contesto culturale al di là dell’oceano, di contro Young si avvale di una consistente macchina produttiva, evidentemente ricca, nell’intento di internazionalizzare modalità espressive nate in territorio italiano.

L’ampiezza del cast d’attori e la sua caratura divistica ne sono la dimostrazione più lampante, e il suo insieme cosmopolita è probabilmente mirato al tentativo di coinvolgimento delle più diverse platee, in tutti gli angoli del globo. Ispirato a un romanzo di Laird Koenig e musicato nientemenoché da Maurice Jarre, Sole rosso è d’altra parte luogo di contaminazione fin dalle sue premesse narrative. La storia vede infatti incrociarsi rapine di banditi nel West con le impreviste gesta di un samurai, interpretato dal mitico Toshiro Mifune. Vengono dunque a incontrarsi due generi di successo, uno di origine americana e l’altro di origine giapponese, che tra l’altro sono più imparentati di quanto si direbbe a un primo sguardo. È noto infatti che Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964) nacque come remake non dichiarato di La sfida del samurai (Akira Kurosawa, 1961), interpretato proprio da Mifune, e tale filiazione non appare poi molto casuale. Nelle pose ieratiche degli eroi senza nome del western italiano e nella loro onorabilità senza scopo è facile intravedere infatti il codice etico del samurai, magari in una rilettura un po’ più cinica in cui il denaro ricopre spesso una certa importanza. Più in generale cowboy e samurai condividono uno spazio espressivo di film d’azione e avventura, dove la prontezza, l’astuzia, l’abilità, la prestanza fisica e lo scontro corpo a corpo ricoprono un ruolo fondamentale. Da un lato rapidità di grilletto, dall’altro prontezza di spada.

Sole rosso eredita anche la consueta distribuzione dei ruoli principali su una triade di figure: in luogo del Buono, del Brutto e del Cattivo, qui abbiamo un Cinico In Fondo Buono, un Cinico Cattivo e un Giapponese. L’irruzione gentile di Mifune in Sole rosso si tramuta anche in occasione di sorridente accoglienza e interculturalità. Dopo le iniziali diffidenze il bandito e il samurai sviluppano infatti un rapporto di stima e rispetto reciproco, e il finale ci consegna un’inaspettata riscoperta di valori umani in un contesto che si è conservato cinico e disincantato lungo tutto il racconto. Benché sostenuto da una troupe sostanzialmente francese e diretto da un britannico pressoché apolide, il film deriva il proprio orizzonte espressivo dal western italiano a cominciare dalle location, ritrovate nella consueta Spagna, mentre eredita da uno dei filoni del western di casa nostra anche la dimensione di gioco fuori dalla Storia, divertito e scanzonato ma pure decadente, poiché contempla già la dimensione della riproduzione e della parodia (1). Il motore narrativo è infatti ridotto ai minimi termini di una caccia al tesoro, dove la posta in gioco è una preziosa spada d’oro che l’ambasciatore del Giappone deve consegnare come omaggio al presidente degli Stati Uniti. Dopo un avvio spettacolare tra rapine e aggressioni, Sole rosso si avvia sui sentieri di un racconto picaresco a due, dove per lungo tempo il bandito Link e il samurai Kuroda sono lasciati da soli in scena, a elaborare e costruire un rapporto di crescente fiducia. Nelle loro schermaglie giocose non siamo molto lontani dall’accoppiata Spencer&Hill. A tratti il western di Young è a un passo e oltre il comico, e spesso la fonte del gioco è da rintracciarsi nei luoghi comuni culturali riguardo alla rigidità e alla prontezza di riflessi del samurai. Alcuni momenti sono davvero esilaranti (lo scontro fra spada e canna di bambù; la zanzara uccisa con una sciabolata) e conducono verso il fumetto divertito. Ancor più apprezzabile è in tal senso la disponibilità di Mifune al gioco autoironico, che lo conduce anche a chiappe nude in mezzo alla neve.

L’alternanza è dunque tra gioco a due, incardinato sulla distanza culturale e sulla pestifera diffidenza reciproca, e parentesi di vera e propria azione western. La violenza iperrealistca da spaghetti-western è qui tenuta a briglia corta, anche se si avvale degli improvvisi e inediti interventi della spada del samurai, che ogni tanto trafigge spaventevolmente qualche corpo da parte a parte. L’orizzonte di gioco e variazione protende dunque alla collisione di elementi narrativi estranei uno all’altro trattati in modo astorico, e la consapevolezza della fine di un genere fa capolino tra la parodia e lo stilizzato intervento di luoghi classici. Basti pensare al trattamento riservato agli indiani, chiamati in causa nel racconto senza stringenti motivazioni narrative e quasi come tributo alle regole del genere, ridotti a ombre spersonalizzate, a minaccia anonima e surreale. Sul finale la loro irruzione dà vita a una delle sequenze più spettacolari, ma a dire il vero la regia di Young non pare sempre calibrata e a proprio agio negli ambienti del western. Vige una generale piattezza stilistica che demanda la riuscita del film al carisma dei suoi protagonisti, i quali effettivamente reggono il tutto praticamente da soli.

La regola generale è lo spiazzamento delle aspettative, garantito dall’uso inedito degli attori. Allo scontato détour di Mifune nel West, rispondono pure i volti di Andress e Delon, la prima improbabile donna di bordello dalla criniera rigogliosissima che scampa a una morte delle più sadiche mai viste nel western, e il secondo, sottoutilizzato e ridotto a partecipazione straordinaria, nei panni inconsueti di uno spietato damerino. Benché testimone e partecipe della decadenza di un genere, quando le regole diventano oggetto di piena consapevolezza e gli eroi non hanno più niente di veramente eroico, Sole rosso imbastisce in tal senso una dimensione giocosa per poi mandarla incontro al massacro in uno scontro finale intorno all’oro. È qui che il film di Young riserva la sua sorpresa più inaspettata: in una dimensione di gioco cinico e disincantato, vi è spazio per una finale riscoperta dei valori dell’amicizia. Una sorta di ultimo vagito di senso in un orizzonte western che non crede più a sé stesso e ai propri eroi.

Il cinico Link, interpretato da un Bronson brillante e divertente, è tutto fuorché un eroe, e sulle prime è interessato solo a recuperare il proprio denaro e tirare a campare come sempre. Il samurai di Mifune è portatore di una più evidente consapevolezza terminale – il profilo del samurai è in via di sparizione, e il suo codice etico finisce per chiudersi nell’autoreferenzialità, privo di un’effettiva ricaduta sulla realtà. I personaggi di Sole rosso sono più o meno coscienti di abitare un luogo espressivo che non appartiene più a nessuno, e proprio per questo non resta che giocare, perpetuare il gioco all’infinito, per continuare a esistere, seguendo gli stessi principi narrativi di un gioco da tavolo. È nell’idea del gioco stesso, d’altronde, che è contenuta la connaturata assenza di uno scopo.

Caratterizzato da una regia non particolarmente ispirata e da un andamento narrativo ondulatorio e irregolare, con qualche parentesi di stanca ed efficaci riaccensioni improvvise, Sole rosso resta comunque un ampio spettacolo, godibile e nel complesso piacevole. Merita la visione anche solo per la partecipazione di Mifune, che con Bronson costituisce una coppia imprevedibilmente ben assortita. È evidente che si sono molto divertiti lavorando insieme. E ci divertiamo anche noi.

Note.
(1) È abbastanza curioso che sul tessuto di un film già decisamente piegato verso una dimensione parodica, sia pure non particolarmente eccessiva e dichiarata, si sia poi costruita una conclamata parodia qualche anno dopo. Nel 1974 Sergio Corbucci gira infatti Il bianco, il giallo, il nero, dove la triade Giuliano Gemma, Tomas Milian ed Eli Wallach danno luogo a una riedizione di Sole rosso decisamente più spinta sul versante comico, ponendo a oggetto di parodia, con ogni evidenza, anche Il buono, il brutto, il cattivo (Sergio Leone, 1966). Vi è inoltre da ricordare che i rapporti tra western italiano e samurai vede altre occorrenze precedenti a Sole rosso. Nel 1968 Tonino Cervi dirige Oggi a me… domani a te dove Brett Halsey e Bud Spencer sono affiancati nientemenoché a Tatsuya Nakadai, chiamato però a incarnare un ruolo che si concede solo cenni e omaggi alla figura del samurai. Tetsuro Tamba è invece convocato nelle appropriate vesti di un samurai in Un esercito di cinque uomini (1969), film scritto da Dario Argento la cui regia pare attribuibile a Italo Zingarelli, ma altrove è riconosciuta anche a Don Taylor e allo stesso Argento (il quale tuttavia non ha mai citato il film fra le sue regie). In Sole rosso il peso divistico di Mifune in un ruolo di samurai è comunque tributato di un’assoluta centralità narrativa.
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