Django Unchained

Django Unchained

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Come sempre (in)fedele a se stesso e all’universo nel quale si trova a girare, Tarantino conferma con Django Unchained di essere una delle poche vere voci anarchiche del cinema hollywoodiano.

Nigger Than Life

Ambientato nel Sud degli attuali Stati Uniti, due anni prima dello scoppio della Guerra Civile, Django Unchained vede protagonista Django, uno schiavo la cui storia brutale con il suo ex padrone lo conduce faccia a faccia con il cacciatore di taglie di origine tedesca, il Dott. King Schultz.
Schultz è sulle tracce degli assassini fratelli Brittle, e solo l’aiuto di Django lo porterà a riscuotere la taglia che pende sulle loro teste. Il poco ortodosso Schultz assolda Django con la promessa di donargli la libertà una volta catturati i Brittle – vivi o morti. Il successo dell’operazione induce Schultz a liberare Django, sebbene i due uomini scelgano di non separarsi. Al contrario, Schultz parte alla ricerca dei criminali più ricercati del Sud con Django al suo fianco. Affinando vitali abilità di cacciatore, Django resta concentrato su un solo obiettivo: trovare e salvare Broomhilda, la moglie che aveva perso tempo prima, a causa della sua vendita come schiavo…
[sinossi]
– Il vostro capo è debole di stomaco.
– No, non è abituato a vedere un uomo sbranato dai cani.
– E voi sì?
– Io sono più abituato agli americani.
Dialogo tra Calvin Candie e Django

Passano gli anni, ma le polemiche, le diatribe e gli scontri critici sul cinema di Quentin Tarantino si perpetuano con una cadenza così prevedibile da apparire quasi come rassicurante. Gli osanna e le invocazioni di gloria nei suoi confronti durante gli anni del pulp (nei quali viene solitamente fatto rientrare anche l’esordio Reservoir Dogs, che pure con la patina di esibita finzione popolare del pulp non ha davvero nulla a che fare, assestandosi semmai dalle parti del noir melvilliano riletto in un’ottica non dimentica delle gesta di Fernando Di Leo, Mario Bava e Ringo Lam) iniziarono a esaurire la propria eccitazione orgiastica già all’apparire del primo capitolo di Kill Bill, omoteleuto imperativo con cui il cinema di Tarantino rinasce letteralmente a nuova vita, abbandonando le già residue tracce di appartenenza al genere per tramutarsi in una creatura mutaforma, a suo modo inafferrabile e sgusciante. Il crime-movie che screziava in più punti le giunture stesse di Pulp Fiction e Jackie Brown viene quasi completamente abbandonato, tornando a far capolino più per vezzo autoriale che per reale necessità drammaturgica: dal film-calderone Kill Bill, che riuniva al proprio interno gli amori dichiarati di Tarantino, dal wuxia allo spaghetti western, passando per lo yakuza eiga, l’action honkonghese e persino gli anime, la carriera del cineasta nativo del Tennessee ha deviato nettamente dal percorso che la critica mondiale aveva tracciato in maniera certosina per lui. Un’arte bulimica, orgogliosamente cinefaga, che ha abbandonato (all’apparenza) il discorso sulla costruzione di una neo-Hollywood per lasciarsi assuefare dal demone birichino delle passioni infantili: in un universo rigidamente chiuso come la catena di montaggio dell’industria a stelle e strisce Tarantino sorride sornione come un anarchico bonario.

Lo stesso sorriso enigmatico e ammaliante che sfodera il dottor King Schultz, emigrato dalla teutonica mitteleuropa prima per guarire le carie dai denti degli abitanti del far west e quindi, in seconda battuta, per liberarli dalle carie umane, quei pendagli da forca su cui la legge non riesce a mettere le mani. E quale compagno migliore per un cacciatore di taglie – figura solitaria per antonomasia del western – se non qualcuno che negli stati schiavisti del Sud non è neanche considerato un uomo? È qui che irrompe Django, figura archetipica dello spaghetti-western nostrano al punto da essere omaggiato anche in Giappone, grazie al visionario e solitamente incompreso Sukiyaki Western Django di Takashi Miike, che ospita tra l’altro anche un cameo di Quentin Tarantino. Se il film di Miike omaggiava palesemente l’originale di Sergio Corbucci (a sua volta piccolo viaggio retrospettivo nel genere, con riprese di alcuni dei topoi narrativi della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone), Tarantino si muove, come scritto dianzi, in maniera parallela e completamente libera. Abbandonato il discorso sui clan in lotta tra loro – ultimo residuo del principale ispiratore del western all’italiana, vale a dire lo Yojimbo di Akira Kurosawa, rilettura in salsa teriyaki del goldoniano Arlecchino servitore di due padroni – Tarantino amplifica la lettura razziale, solo epidermica nel Django di Corbucci, e si getta a corpo morto in una rappresentazione dell’America a ridosso della Guerra Civile. Ovviamente il grande romanzo americano non assume nelle mani di Tarantino le timbriche classiche dell’affresco storico, ma si trasforma in una galoppata senza freni nella cultura di una nazione frastagliata e spesso persino inconsapevole di se stessa. Come nel precedente Inglourious Basterds, Tarantino non permette alla Storia di sottomettere la storia, e così facendo gli anacronismi si sprecano – per coloro che avessero intenzione di passare il proprio tempo a contarli – alla stessa stregua della mattanza nazista nel cinema parigino gestito da Shosanna Dreyfus/Mélanie Laurent che concludeva Bastardi senza gloria con la morte di Adolf Hitler e  Joseph Goebbels crivellati dai colpi di mitra.

E anche il dottor Schultz (interpretato da un monumentale Christoph Waltz, in grado di donare alla propria recitazione una mimica mai artefatta eppure straordinariamente flessibile, e di dominare la scena con un eloquio forbito e tentennante allo stesso tempo), come già l’ebrea Shosanna, è il vero “bastardo senza gloria”. Mentre il muscolare Django persegue una vendetta personale, la stessa a ben vedere che fu della Sposa/Black Mamba di Kill Bill, Schultz agisce esclusivamente per indole: non potrà essere lui a librarsi oltre le fiamme per liberare la Brunilde della leggenda germanica con cui strega Django durante una cena – e Django Unchained è anche un grande film sulla necessità salvifica del racconto e sull’interpretazione, aspetto su cui si tornerà in seguito – ma è comunque un eroe senza macchia e senza paura. Mentore prima ancora che spalla, Schultz è l’anima pulsante di un’opera divertita e divertente, ma pervasa da un’aura malinconica e nostalgica che attanaglia le viscere. Anche per questo appare quantomai balzana l’accusa mossa nei confronti del film – e, per estensione, nei confronti dell’intero cinema di Tarantino – di essere freddo e calcolatore. Tutt’altro, Django Unchained non fa altro che accumulare una sequenza viscerale dopo l’altra, permettendosi digressioni che l’avvicinano in alcuni punti alla vera e propria farsa parodistica, come in occasione dell’aggressione notturna del Ku Klux Klan tra i cui membri (non a caso) compare anche Jonah Hill, fedelissimo di Judd Apatow: e non appare forzato intravedere nelle movenze cartoonistiche con cui Broomhilda/Kerry Washington si tappa le orecchie prima di un’esplosione lo sguardo astuto di Cleavon Little, soave protagonista di Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks. Un processo naturale, per un film che si muove in maniera “scatenata”, letteralmente senza vincoli, all’interno delle esigenze narrative del genere, partendo dall’elisione – nella seconda metà della storia – dello spazio aperto. Il dogma dell’en plein air, ratificato dal western classico e reso proscenio in maniera inequivocabile dalla circolarità iniziale e finale di The Searchers di John Ford, viene da principio assecondato da Tarantino, in una prima parte in cui le location variano con grande rapidità, per poi essere completamente smentito allorquando entra in scena il personaggio del proprietario terriero schiavista Calvin Candie (il fatto che l’Academy abbia per l’ennesima volta glissato sulle capacità attoriali di Leonardo Di Caprio è realmente disdicevole). L’intero segmento di film che vede Django e Schultz alle prese con questo quarantenne appassionato di combattimenti fra mandingo perde la propria connotazione di genere per divenire un kammerspiel in piena regola, pratica piuttosto comune all’interno di una poetica autoriale che ha sempre dedicato al dialogo in interni un’attenzione certosina.

È qui che Django Unchained svela un altro aspetto della propria sfaccettata natura, la riflessione sull’interpretazione di un ruolo: durante l’intero arco narrativo del film i personaggi – non solo i due protagonisti – vivono nella costante necessità di fingersi agli occhi del mondo esterno. Il ruolo, dunque, come passaggio indispensabile per acquisire la capacità di essere contemporaneamente all’interno e fuori dal mondo in cui si vive: in questo senso il personaggio dello schiavo “integrato”, interpretato da un luciferino Samuel L. Jackson, è quantomai emblematico. Ed è solo quando Schultz non riesce più a reggere la propria recita – condotta peraltro con ammirevole trasformismo – che il western torna a far capolino in maniera pressante, reclamando il proprio diritto ai duelli, alle sparatorie e a una catarsi immersa nel sangue. Qui, dopo il dipanarsi quasi atemporale della prima ora e la vita a Candyland della seconda, Django Unchained può finalmente muoversi verso la propria conclusione, con Django che ha compiuto una volta per tutte la propria trasformazione da schiavo a uomo libero, fino a padrone (del proprio destino, e non di carne umana).

Il tutto, ça va sans dire, condito dalla solita ironia cinefila di Tarantino (quando Django fa lo spelling del proprio nome al padrone italiano di mandingo interpretato da Franco Nero, specificando come la D sia da considerarsi muta, questi, che fu il Django originale, si limita a rispondergli “lo so”), che ordisce una colonna sonora esaltante, dove trovano asilo sia composizioni indispensabili per ogni amante dello spaghetti-western che si rispetti, come la canzone Django cantata da Rocky Roberts o il tema de Lo chiamavano Trinità musicato da Franco Micalizzi per il film di E.B. Clucher (Enzo Barboni), sia passaggi assai meno filologici e che riallacciano semmai il personaggio interpretato dall’ottimo Jamie Foxx alla blaxploitation. Come sempre (in)fedele a se stesso e all’universo nel quale si trova a girare, Quentin Tarantino conferma con Django Unchained di essere una delle poche vere voci anarchiche di una cinema hollywoodiano che spesso cerca riparo nel passato per rigenerarsi affinché nulla cambi. L’esatto opposto di quanto portato avanti dal regista di Death Proof, che si ferma a fissare il passato per martoriarlo, riplasmarlo, fecondarlo accostando approcci estetici e contenutistici completamente distanti tra loro, senza mai limitarsi alla mera – e spesso sterile – rilettura pop del già filmato, ma cercando sempre di dimostrare la modernità di ciò che fu. Neo-classicismo?

ps. Il consiglio è quello di godersi la visione di Django Unchained solo ed esclusivamente in lingua originale. Qualsiasi doppiaggio, anche il più elaborato e riuscito, non potrebbe infatti mai riprodurre la ricchezza e la varietà linguistica del film.

Info
La pagina facebook di Django Unchained.
Il sito ufficiale di Django Unchained.
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