Il Cinema non è il cinema

Il Cinema non è il cinema

Nei giorni in cui sarebbe iniziata la settantatreesima edizione del Festival di Cannes, poi cancellata, si dovrebbe riflettere sul cinema, e sull’assenza che paga nel dibattito politico e mediatico nazionale. Un’assenza che sottolinea l’idea basica, e del tutto superficiale che si ha dell’industria dell’immagine in movimento, e dell’arte nel suo complesso. La stessa idea che si ha, forse, della società, e della vita.

Domani, il 14 maggio, sarebbe iniziata ufficialmente la settantatreesima edizione del Festival di Cannes. La stampa, così come tutti gli accreditati del mercato, avrebbero già in questi giorni preso d’assalto la Croisette, tra il ritiro del badge, un salto nelle sale stampa, un bicchiere di vino o di qualsiasi altra bevanda da sorseggiare alla “Terrasse des journalistes”. Non a caso i profili social di molti habitué del festival grondano di immagini degli anni passati, tra un tramonto sulla spiaggia – magari là dove viene piantato l’enorme schermo della sezione meno frequentata dagli addetti ai lavori (eppure la più suggestiva e mondana, se così la si vuol definire: si parla di “Cinéma de la plage”) – e le enormi e sfiancanti file per entrare in Salle Debussy. File che oggi al massimo fanno i cittadini di Cannes di fronte a un supermercato, o in farmacia. Con la mascherina davanti alla bocca e il distanziamento sociale che è divenuto il nuovo mantra in tutto il mondo colpito dal virus Covid-19. Il cinema quest’anno non abita la Costa Azzurra. Il cinema, almeno in questo scorcio d’anno, non ha luogo in cui abitare, se non le pareti bianche – per curatela dell’organizzazione – alle spalle dei vincitori del David di Donatello, tutti rigorosamente registi e attori, con l’eccezione di un paio di sceneggiatori e dei produttori “di casa” (è Mamma Rai ad aver vinto la statuetta per il miglior film con Il traditore di Marco Bellocchio). Dopotutto il cinema, questo luogo senza più luogo, non abita neanche le discussioni che si svolgono animosamente nei talk show televisivi, dove si parla volentieri di filiera del turismo – altro settore in gravissima difficoltà, ovviamente –, oltre a una buona parte dell’industria alimentare. L’impressione è che il cinema, come l’arte nel suo complesso, non abbia potuto, o forse non abbia saputo, ritagliarsi spazi per aprire fianchi di discussione, allargando il discorso. Vale allo stesso modo per il teatro, per la musica dal vivo, perfino per l’attività museale che pure parrebbe quella più prossima a essere “liberata” dal confinamento in cui si trova(va) l’Italia. Sembra essere tornati a dieci anni fa, quando Giulio Tremonti in risposta a Sandro Bondi pronunciò la fatidica frase “Non è che la gente la cultura se la mangia”. La cultura è ridotta nel pensiero comune a un passatempo, probabilmente piacevole ma di certo non indispensabile, utile per non annoiarsi in questi mesi di quarantena. Se non c’è la sala cinematografica ci si vede un film in televisione, se non si può andare a un concerto si ricorre a Youtube o a Spotify, se non c’è la rappresentazione teatrale si può sempre leggere la ricca drammaturgia a disposizione (perfino gratuitamente, online). Si sopperisce a un’abitudine solleticando il bisogno. Nulla da eccepire, è una reazione umana comprensibile. Il problema si pone semmai quando questa prospettiva di sguardo sembra essere applicabile anche a chi tiene le redini della dialettica, tanto nella sfera politica quanto in quella mediatica.

Se infatti dal comparto mediatico e giornalistico non è giunta la volontà di un approfondimento delle questioni inerenti al cinema come oggetto d’industria, e settore lavorativo prima ancora che “artistico”, non è che dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme – quartier generale del MiBACT – ci sia stato un movimento maggiore. Il reggente del dicastero, Dario Franceschini, si è presentato nella platea condivisa (ovviamente la televisione) parlando sempre e solo al futuro (“faremo”, “delibereremo”, “promuoveremo”) e applicando su ogni suo intervento la formula “Netflix della cultura” che appare come il minimo comun denominatore dell’attività ministeriale in questi due mesi di crisi pandemica. L’Italia, afferma il Ministro, dovrà uscire da questa situazione ricorrendo a una sorta di “Netflix della cultura”, il cui nome non particolarmente ispirato – e a rischio di creare incomprensioni, e magari anche un eventuale diritto di sfruttamento – fa il paio con un progetto abbastanza confusionario, alla base del quale c’è l’idea che l’intera ricchezza culturale italiana possa essere fruita a distanza, virtualmente, standosene comodamente nella propria casa magari a migliaia di chilometri. L’idea, in sostanza, che la cultura sia un oggetto liscio, ammirabile senza bisogno di ulteriori notazioni. In pratica, semplificando, osservare la Gioconda su un volume scolastico per le Medie o poterla vedere dal vivo al Louvre è esattamente la stessa cosa. Un’affermazione grave per chi dovrebbe al contrario difendere e diffondere il verbo della ricchezza culturale di una nazione che fa del turismo una delle voci di bilancio più sostanziose, e solide (almeno fino all’insorgere del virus “cinese”). Quello che traspare, in modo sempre più netto ed evidente, non è solo il fatto che si riduca la cultura a un trastullo temporaneo cui usufruire quando non si hanno cose più importanti da fare, ma anche che un intero comparto non viva nella sua costruzione ma solo nell’oggetto che riesce a produrre, e quindi condividere. Il film, per riportare il discorso al cinema – che è ciò di cui qui ci si occupa con maggior precisione – è un oggetto “puro”, sempre identico a sé, utilizzabile in modalità condivise e normate, ed esiste in quanto tale, in un iperuranio fuori dal Tempo, e dalla Storia.

Questa visione si dimostra a dir poco problematica in vari modi. C’è un problema di identificazione del ruolo svolto dall’arte, e dal cinema nello specifico. C’è un problema di incapacità di lettura industriale del problema, e dunque economico. C’è un problema di visione della società, e della socialità a essa connessa. Tre aspetti su cui vale la pena soffermarsi, per cercare quantomeno di rendere vagamente dialettica una questione che viene liquidata in quattro e quattr’otto un po’ ovunque, tanto sui quotidiani che in televisione, e a quanto pare nelle stesse segrete stanze della politica nazionale.
Cinema come oggetto. Nella lingua italiana, così come in molte altre, l’audiovisivo che narra una storia (sia essa di finzione o documentaria) viene semplificato in un termine materiale: film, dunque pellicola. Qualcosa di tangibile, che riconduce lo spettro dell’immagine in una dimensione reale in quanto tattile, e dunque maneggiabile/manipolabile. Non si deve ora cercare di riflettere sul senso di questa semplificazione, né dei motivi per cui essa è stata universalmente condivisa. È però interessante annotare come l’idea dell’audiovisivo come puro oggetto sia permeato anche nel livello del subconscio, con tutto ciò che ne consegue. Il cinema è un oggetto, e come tale può essere smerciato, o meglio ancora (per eliminare il retropensiero puramente commerciale) utilizzato a proprio uso e consumo. In quest’ottica è inevitabile che il ruolo svolto dal cinema non possa che uscirne ridotto. Ma un film non è, o meglio non è solo l’evidenza in immagini di una storia che dal punto A si muove verso quello B per giungere a una sintesi in C. Il cinema non è, o meglio non è solo, il film. Sarebbe come ridurre la pittura alla già citata Gioconda, o a qualsiasi altro quadro. L’arte, per quanto si possa lavorare di agevolazione in agevolazione, è un sistema complesso, e la fruizione di un tassello di tale arte piuttosto che di un altro non è sufficiente alla costruzione di un senso complessivo. Il ruolo del cinema, per semplificare in maniera ulteriore, non è riducibile al sollazzo di una serata trascorsa sul divano di casa, ed è oltremodo grave che in pochi stiano elaborando riflessioni su questo aspetto. Tradurre il cinema in divertissement equivale a sottolinearne la superficiale rilevanza, e dunque la reale trascurabilità. E a relegarlo – e con lui tutta l’arte – in una posizione subalterna, dove può essere gestito. Come un oggetto.
Cinema come industria. L’intero comparto industriale del Paese è in subbuglio fin dai primi giorni del lockdown. Confindustria, come si sa, fa fuoco e fiamme tanto nei bollettini delle news quanto sulle testate che gestisce in maniera diretta, come ad esempio Il Sole 24 ORE. Anche i grandi imprenditori, come il patron di Eataly Oscar Farinetti, sono ospiti fissi dei salotti “politici” (il virgolettato è purtroppo d’obbligo vista la scarsità di una reale riflessione dialettica sullo stato delle cose) che imperversano sulle reti televisive principali. La macchina-industriale del Paese non si può fermare, pena uno scotto da pagare nei prossimi anni, già in atto dato l’indebitamento dello Stato per far fronte all’emergenza sanitaria. In tutto questo pandemonio, sempre riallacciandosi all’idea basica di tremontiana memoria che con la cultura “nessuno mangia”, ci si dimentica dei lavoratori dello spettacolo. Forse perché, mentre l’INPGI ancora (r)esiste, nonostante i gravissimi problemi a gestire la cassa previdenziale relativa ai giornalisti (e qui versano i contributi anche giornalisti cinematografici e molti uffici stampa), l’ENPALS da molti anni è stata riassorbita dall’INPS. Non occorre sciorinare i numeri relativi a chi nel settore cinematografico lavora, perché sono facilmente reperibili sui motori di ricerca. Si parla di centinaia di migliaia di lavoratori, in un settore che solo parzialmente può ricorrere alla cassa integrazione (per via di una contrattualistica abbastanza peculiare, data la sostanza transitoria ad esempio del lavoro sul set), e che conta le conseguenze del lockdown negli aspetti più disparati. Tenere infatti bloccati gli italiani in casa è equivalso a recidere totalmente le possibilità d’azione dell’industria del cinema. Si prenda di nuovo, e per una volta in modo sensato, l’esempio del film come oggetto. È stata bloccata la preproduzione, visto che non si aveva – e non si ha – una data credibile per la ripartenza del settore: quindi pochi soggetti da sviluppare, i location manager impossibilitati a lavorare, i casting cancellati. È stata bloccata la produzione, con i set inagibili e tutte le maestranze a casa (compreso chi, rispetto alla vulgata comune, percepisce stipendi bassi, e in alcuni casi bassissimi). È stata bloccata la promozione, con uffici stampa e comparti pubblicitari a casa. È stata bloccata la vendita, con i mercati del cinema che non si svolgono così come non si svolgono i festival (ancora una volta rendendo molto ostico, se non impossibile, il lavoro di buyer, venditori internazionali, programmer, curatori, e via discorrendo: dopotutto l’efficacia dell’annunciato marché virtuale per Cannes è tutta da comprovare). È stata bloccata la distribuzione in sala, e quindi l’intero sotto-comparto relativo agli esercenti. È stata infine bloccata la critica. Chi pensa che questa situazione possa essere combattuta con lo spostamento dei film già pronti e che sarebbero dovuti uscire nelle sale sulle piattaforme reperibili online è, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo utopista. In una situazione come questa ci sono poi le fasce più deboli, e subalterne – come le già citate maestranze tecniche – che rischiano di pagare una gabella ancora maggiore, e terribile. Il fatto che queste figure professionali non abbiano avuto neanche la possibilità di apparire in video nell’unico momento che la televisione ha dedicato al cinema (la premiazione in diretta su Rai Uno dei David di Donatello), appare in qualche misura esemplificativo e simbolico. Su queste pagine abbiamo dedicato spazio all’appello degli esercenti indipendenti perché si comprenda il loro stato di difficoltà agevolando la possibilità di una sostenibilità della crisi, e lo stesso andrebbe fatto per tutti i lavoratori dello spettacolo che hanno visto azzerati i guadagni e che magari non possiedono neanche i requisiti per accedere alle blande forme di sostentamento proposte finora dall’azione governativa. Ricordare che il cinema è un’industria significa ricordare che come in ogni industria esistono classi sociali differenti, tutte colpite dal disastro ma mai in maniera eguale.
Cinema come società. Cos’è, dunque, il cinema? Il cinema è un luogo, e non solo per la presenza di una sala cinematografica – per quanto quella sia la sua casa natia, la terra-madre dalla quale non si può, e non si deve pensare di fuggire. Il cinema è un luogo perché vi abita la società, e la socialità che a essa deve sempre essere connessa. Nell’infinita e stantia diatriba tra chi vorrebbe dare maggior spazio alla fruizione casalinga e chi difende l’esercizio privato che diventa luogo pubblico, non si può far finta di non vedere la base del problema. L’esistenza di uno spazio aperto, in cui la fruizione dell’arte può essere condivisa – anche con i suoi effetti più deteriori, come ad esempio l’inciviltà di alcuni spettatori – è un’esigenza da difendere a ogni costo. Perché rappresenta la possibilità di esistere come esseri culturali non nella comoda conformità delle nostre case, ma in uno spazio di cui non gestiamo le coordinate. È lo stesso discorso che si dovrebbe fare per il concetto di festival, visto che in molti hanno deciso di spostarsi completamente online pur di non “saltare un giro” (e non c’è alcuna volontà sarcastica in questa locuzione). Un festival è uno spazio in cui si vedono i film. Ma basta la presenza dei film in quanto tali a giustificarne l’esistenza? No. Un festival è tale perché le persone che vi prendono parte hanno modo di esistere fisicamente in un luogo altro, dove il cinema dimostra la sua presenza non solo nei film, ma nel modo in cui si vive, nelle file – sì, le tanto vituperate file, dove sono sorte discussioni spesso fertili –, nei cibi sbocconcellati, nella reazione di una sala a qualcosa che prendeva senza materialità vita su uno schermo. Se non si coglie l’esigenza sociale dell’esistere del cinema non si potrà mai cogliere né la sua portata industriale né purtroppo il suo reale valore come oggetto. Ci si fermerà al dibattito vacuo sul bello, su cui Diderot scrisse tutto ciò che c’è da sapere duecentocinquanta anni fa. Il cinema, come tutte le arti, esiste nel Tempo e nello Spazio in cui esistono gli esseri umani che lo fanno. E in quel tempo e in quello spazio esiste l’umanità stessa. Scindere le due cose non dà un’idea sbagliata dell’arte. Dà un’idea sbagliata della vita.

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