Model Shop – L’amante perduta

Model Shop – L’amante perduta

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Avventura americana per Jacques Demy, Model Shop segue alcune linee narrative delle sue precedenti opere per raccontare gli USA nel pieno del Sessantotto, le comunità di hippies, l’ombra della guerra in Vietnam, ma anche la dimensione urbana fatta di highway percorse da macchine decappottabili. A Los Angeles ritrova Lola di Nantes, dal suo primo film, Lola, cui Model Shop può considerarsi vagamente come uno spin-off. In Italia è noto con il titolo originale ma uscì come L’amante perduta.

Los Angeles 68

A Los Angeles George Matthews è minacciato di avere la sua macchina sequestrata se non riuscirà a pagare la rata di 100 dollari in giornata. Si mette quindi in moto per cercare di racimolare i soldi necessari, imbattendosi in una donna bella ed elegante. La vede entrare in un model shop, un luogo dove le modelle vengono messe a disposizione di fotografi dilettanti. George, incuriosito, entra e paga per un quarto d’ora con la donna che si fa chiamare Lola. Passeranno una notte insieme raccontandosi le proprie storie. Lola è una francese divorziata. George le dona i soldi che aveva raccolto per la rata della macchina, per permetterle di tornare in Francia. Il giorno dopo George, in procinto di partire per il Vietnam, non può far altro che affacciarsi alla finestra e vedere il carro-attrezzi che porta via la sua auto. [sinossi]

Forse quando gli ignavi adattatori italiani, specializzati nel cambiare i titoli del film con altri assurdi, completamente diversi dalla traduzione dell’originale, erano a corto di fantasia, tiravano fuori dal cilindro “L’amante perduta”. È infatti successo ben due volte che in Italia si usasse questo titolo, peraltro con scarsa attinenza al film. La prima volta è stata per Notorius, di Alfred Hitchcock, la seconda per Model Shop di Jacques Demy. Model Shop rappresenta l’avventura americana (è ingaggiato dalla Columbia) e sessantottina del regista francese, innamorato della controcultura hippie di Venice Beach a Los Angeles, di quel periodo, come lo era la moglie Agnés Varda che nel frattempo girava documentari come Lions Love e Documenteur. Model Shop si inserisce in quel fermento culturale che passava per Bob Dylan, Jimi Hendrix, Janis Joplin e la New Hollywood, e in quel clima libertario rappresentato nella pagina di giornale, che si vede nel film, che promuove la marijuana libera. Dopo aver rielaborato il cinema musicale, con il vertice del musical di stampo hollywoodiano Les demoiselles de Rochefort, Demy fa un film americano con pochissime musiche, spesso diegetiche, dalla radio dell’automobile. Inizia così la sua fase dell’assenza, come la parte intermedia de Les parapluies de Cherbourg.

L’America di Jacques Demy si palesa con due simboli ben precisi, una casa isolata sulla spiaggia di Venice Beach, il quartiere di Los Angeles all’epoca centro di controcultura, ambientazione anche di Documenteur, e un pozzo petrolifero attivo, richiamo evidente a Come le foglie al vento, all’America ritratta da un cineasta in esilio come Douglas Sirk. Model Shop si apre con questa visione, con un effetto occhio di bue tipico delle aperture del regista. La sua visione della cittadina, sul mare, che sarà teatro, punto di incontro provvisorio, dei suoi personaggi. A questa immagine segue un lungo camera car all’indietro, su una strada, su cui si iscrivono i titoli di testa. È la dimensione da road movie metropolitano, di un film con tante scene in auto cabriolet, altro simbolo a stelle e strisce, in una città sparsa come Los Angeles, dove gli spostamenti avvengono sulle highway urbane, sugli immensi boulevard con filari di palme. L’America di Demy, il suo American Graffiti, è questo. Ed è un’America comunque alternativa, proletaria nello stile del regista. L’automobile involucro non è simbolo automatico di ricchezza, può essere un bene aleatorio, come in questo caso, presa a rate poi non restituite. A incarnare l’America ribelle è George (interpretato da Gary Lockwood, reclutato dopo essere stato uno dei due astronauti di 2001: Odissea nello spazio, e preferito a Harrison Ford che era stato incrociato da Demy e Varda nel loro soggiorno americano), che percorre le sue strade in una giornata che si esaurisce allo scadere delle rate da pagare e pronto a essere inghiottito dal Vietnam, così come il protagonista de Les parapluies de Cherbourg interrompeva il suo idillio amoroso richiamato nella guerra d’Algeria.

Il regista non interviene sui colori degli esterni della città, come era sua abitudine nei due film precedenti, ma in una LA naturalistica crea dei piccoli set negli interni, rutilanti, stucchevoli e kitsch (come il set fotografico del model shop), nelle abitazioni dei personaggi, appartenenti alla controcultura hippie cui fa coincidere l’immaginario del suo cinema musical precedente. Nell’architettura senza anima di Los Angeles, Demy trova la piena rispondenza del suo spirito estetico modernista, quello dei ponti, delle strutture in acciaio, del funzionalismo. La sua LA percorsa da automobili è coerentemente piena anche di distributori di benzina, propaggini di quello de Les parapluies de Cherbourg. Demy ha sempre guardato agli USA del resto e molti dei suoi personaggi da lì provengono o vi sono diretti. Il prototipo di questo film era del resto incarnato da Michel, in cadillac e con cappello da cowboy, di Lola. Molti dei protagonisti di Demy sono del resto anime in transito, temporaneamente riunite in una cittadina. Lola viene dalla Francia e vi farà ritorno, George è originario di San Francisco e partirà per il Vietnam. I protagonisti tornano, come in questo caso Lola, sempre interpretata da Anouk Aimée, dal film Lola di cui Model Shop può essere considerato uno spin-off. Quando la ragazza parla della sua vita a Nantes, richiama espressamente le vicende del film precedente (racconta della morte in Vietnam di Frankie il marinaio, e di suo marito che l’ha lasciata per Jackie Demaistre, protagonista de La baie des anges) così come nel dichiarare il suo vero nome, Cécile.

Il nome Lola è in genere associato, nel cinema di Demy, a delle intrattenitrici: la prima Lola era una entraîneuse, in Les parapluies de Cherbourg una prostituta e in Les demoiselles de Rochefort si cita una ballerina di nome Lola-Lola. In Model Shop Lola mercifica il suo corpo in un modo singolare. Fa parte di un assortimento di modelle di un negozio con set fotografico annesso, che il cliente può noleggiare insieme alla macchina fotografica per un certo periodo di tempo, per fotografarle in pose discinte. La donna vende il suo corpo attraverso la mediazione della pellicola dove la sua immagine viene impressa. E il cliente la possiede come voyeur con reflex, come uomo con macchina da presa nelle reminiscenze di L’occhio che uccide e Blow-Up. L’immagine che George fissa, in bianco e nero, è quella di Lola, iconica con boa di struzzo, che replica il poster stesso del film Model Shop. È l’ulteriore chiave di lettura dell’America di Demy, quella del cinema, di Hollywood. Che torna nel negozio del fotografo, grondante di poster e memorabilia del cinema hollywoodiano classico. Ma in realtà c’è un interfaccia con quello francese, rappresentato da un poster di Jean-Paul Belmondo. Il cinema, conteso tra arte e business, poi torna in un dialogo acceso tra George e la sua fidanzata Gloria, mentre si apprestano ad andare al cinema a vedere un film ceco. Lei che pure vorrebbe sfondare come attrice, e le hanno detto che assomiglia a una non precisata attrice ceca. Ma ottiene parti solo in commercial dai quali spera di essere notata, mentre lui le rinfaccia che potrebbe farsi vedere anche recitando Shakespeare. Ma nella macchina rutilante di Demy, poco importa la differenza tra l’arte alta e quella bassa. «Le ciné, c’est mieux» come cantava Guy de Les parapluies de Cherbourg.

Info
Il trailer di Model Shop.

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