Rose Bernd

Rose Bernd

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Il desiderio sessuale come espressione dell’autodeterminazione femminile deflagra sugli schermi de Il Cinema Ritrovato con il melodramma di Wolfgang Staudte Rose Bernd, troppo facilmente all’epoca sottovalutato per ragioni puramente geopolitiche.

La preda

Rose Bernd, una giovane e vitale contadina, attrae gli uomini intorno a lei al di là della sua volontà. Non solo il suo capo, Christoph Flamm, un ricco proprietario terriero sposato con una donna invalida, ma anche Arthur Streckmann, un virile autista di escavatrici. Quando la ragazza resta incinta, suo padre decide di sporgere denuncia…[sinossi]

C’è stato un tempo in cui il cinema nel Continente Europeo era “oggetto politico” prima ancora che artistico o commerciale. Si è scontrato con questa sfida del suo tempo il teutonico Wolfgang Staudte che utopisticamente ambiva a essere “regista delle due Germanie”, ma veniva aspramente criticato da una parte e dall’altra proprio per questa sua scelta scambiata per ambivalenza quantomeno sospetta. Relegato a poche righe nei compendi di storia del cinema, Staudte è ora oggetto di un’interessante retrospettiva curata da Olaf Moller per la 35esima edizione de Il Cinema Ritrovato, un omaggio opportunamente chiamato “Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte”.

Smagliante nelle sue tinte Agfacolor, il melodramma pastorale Rose Bernd (Rosa nel fango, 1957) è stato il primo film di Staudte a essere realizzato nella Repubblica Federale Tedesca, dopo alcuni titoli sfornati invece per la storica DEFA, società d’oltre cortina. Come ha raccontato Moller presentando il film al pubblico del festival bolognese, il film fu selezionato in concorso a Cannes nel 1957 insieme a Betrogen bis zum jüngsten Tag di Kurt Jung-Alsen (Tradito fino al giorno del giudizio) che batteva invece bandiera della DDR. Facendo leva su un presunto diritto di rappresentanza territoriale, la Germania Ovest protestò contro tale compresenza in competizione e così, per ragioni meramente politiche, la pellicola di Kurt Jung-Alsen fu proiettata in una sezione collaterale, senza poter competere per la Palma d’Oro. Il risultato fu che Rose Bernd venne bistrattato dalla critica e definito – col senno di oggi ingiustamente – un melò compassato e reazionario. Mentre Betrogen bis zum jüngsten Tag, film più apertamente antinazista e che sollevava questioni etiche all’interno di un contesto militare, ebbe quella sorte in cui spesso incorrono anche oggi i film “fuori concorso” ai festival: tutti si chiesero, con toni più o meno accesi, come mai non fosse in competizione.

Questo preambolo storico non è affatto peregrino e ci aiuta a inquadrare il film di Staudte nel periodo in cui è stato realizzato e mostrato al pubblico, nonché a comprendere quanto le dinamiche festivaliere fossero allora legate anche a questioni geopolitiche. Avendo oggi la fortuna di godere della visione di Rose Bernd con sguardo vergine, semmai questo abbia ragion d’essere, è possibile coglierne invece aspetti assai innovativi per l’epoca, a partire da un punto di vista privo di morale sulla questione del desiderio femminile. Anzi, nel dettaglio, si può dire che Rose Bernd illustri le dinamiche dell’autodeterminazione femminile a partire dagli impulsi carnali della protagonista.

Interpretata da una rifulgente Maria Shell, la Rose Bernd del titolo è la figlia di un pastore protestante che vive e lavora a servizio nella fattoria dei coniugi Christoph ed Henriette Flamm, azzimato ma aitante gentiluomo lui, da tempo immobilizzata su sedia a rotelle lei. Sedotta dal padrone, con il quale intrattiene un rapporto di complicità più che di puro piacere, Rose resta incinta. Il suo desiderio la spinge poi tra le forti braccia di Arthur Streckmann (Raf Vallone), un aitante operaio che manovra un’escavatrice. La gravidanza e la consapevolezza delle regole sociali, spingono Rose a elaborare una scelta razionale: accettare la proposta di matrimonio del timido pretendente August (Hannes Messemer) per portare così a termine la gravidanza da rispettabile donna sposata. Ma la religione, incarnata dal severo padre pastore, la legge, le schermaglie virili, metteranno a repentaglio la sua scelta. E si tratta proprio, a ben vedere, di tre aspetti del vivere sociale che la nostra eroina ha sottovalutato, lei che è una creatura profondamente terrena, espressione di una vitalità pura, ingenua, libera e danzante. E, in fondo, il rapporto terragno di Rose con la propria sessualità va di pari passo con la notevole disinvoltura nei confronti sia della religione – con buona pace del padre pastore – che della legge: non a caso la ragazza non capisce perché dovrebbe giurare sulla Bibbia e quando lo fa giura il falso.

Per buona parte girato in interni, Rose Bernd è un melodramma teso e avvincente, dove Staudte si concentra con dedizione sulle performance attoriali, le tensioni emotive dei personaggi e le relative sfumature. La rappresentazione dello spazio in cui si muovono i protagonisti assume anche tinte metafisiche, specie quando il regista va a incorniciare Rose nel cortile della fattoria, dove una possente struttura ad arco rappresenta il passaggio tra l’edificio e la natura circostante, alludendo a una tensione che accomuna l’elemento architettonico alla nostra eroina, sempre protesa verso l’esterno. È da lì d’altronde che proviene l’operaio incarnato da Raf Vallone, il quale, sebbene qui parli tedesco e dunque non sia un immigrato, sembra virtualmente appena uscito dal ruolo che incarnava pochi anni prima in Il cammino della speranza di Pietro Germi, solo che anziché emigrare in Francia, è approdato in Germania. A corroborare questa impressione è anche il fatto che venga trattato come un paria da herr Flamm e dalla comunità perbenista del villaggio.

Anche il personaggio di Streckmann, proprio come Rose, estrae dal terreno la sua forza lavorativa ed erotica e nei dialoghi con l’amata emerge anche qualche fremito di sana e proletaria lotta di classe. Staudte immortala il personaggio come fosse un eroe western con alle spalle, come suggeriva John Ford, 3/4 di cielo e 1/4 di terra, proporzioni perfette per far svettare l’attore nostrano in tutta la sua prestanza. Dopotutto è proprio Rose a definirlo in maniera assai calzante: “Non sei un uomo, sei una morsa”, e di fatto Streckmann quando bacia le ragazze sembra che le stia sbranando.

È poi nel vasto paesaggio di un dorato campo di grano maturo che Staudte lascia esplodere la tensione sessuale tra Rose e Streckmann, in una sequenza magnifica dove la natura accoglie i due amanti in un comune senso di appartenenza panica. Ma non è solo nel seguire la propria carnalità che si manifesta la modernità del personaggio di Rose Bernd, si segnalano infatti anche gli interessanti dialoghi tra la ragazza e la moglie di Flamm, dove le due donne rivelano una complicità giocata anche sull’appartenenza al genere femminile. Frau Flamm, prodiga di consigli materni e di riflessioni, si spinge fino a dichiarare l’interscambiabilità degli uomini, specie di fronte alla missione naturale della maternità.

Fulgido esempio di melodramma femminile, Rose Bernd rivela dunque oggi non pochi elementi di modernità, ma al di là da questo tipo di lettura è senz’altro un film da riportare alla luce, così come il resto della filmografia di Staudte. In questo Il Cinema Ritrovato ha adempiuto alla sua missione, quella di puntare i suoi riflettori e dedicare i propri schermi alla riscoperta di un autore dimenticato.

Info:
La scheda di Rose Bernd sul sito de Il Cinema Ritrovato.

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